I. FEMMINILE PLURALE – L’inconsapevole bellezza del fiore

COP.eb.l-inconsapevole bellezzaLa notte del 31 dicembre 1999 fu notte attesa e carica di suggestioni, contaminata da un alone di misticismo medievale.
Esattamente a mille anni di distanza, così come avvenne allo scoccare dell’anno 1000, quando voci popolari profetiche preannunciavano la fine del Mondo, l’arrivo del nuovo millennio portava con sé l’oscuro presagio della distruzione totale, piuttosto che del Giudizio Universale, o qualcosa di simile.
Ma come può l’uomo così ingenuamente credere che quella che fu una sua stessa invenzione come la scansione del tempo possa coincidere con un dato evento naturale, se non addirittura divino? Senza poter tralasciare una fondamentale considerazione: che già nell’ambito del piccolo e insignificante sistema terrestre, popolazioni appartenenti a culture diverse hanno adottato differenti scansioni temporali.
Basterebbe questo dato a far crollare ogni tipo di credenza in tal senso.
Come ha potuto, allora, l’uomo (europeo quindi) immaginare una coincidenza tra un numero, che fu sua stessa invenzione, e un evento di portata mondiale?
Colpa dell’Umanesimo.
Laddove, nella definizione, non si intende certo il periodo storico che va sotto quel nome.
Per comodità, gli storiografi (europei) hanno convenzionalmente adottato, per quel che concerne la storia che accomuna taluni Paesi che oggi, per la maggior parte, costituiscono il continente europeo, la ripartizione in periodi più o meno accomunabili secondo determinate caratteristiche culturali, sociali, economiche, politiche cui sono stati assegnati dei nomi. Non avrebbero potuto fare di meglio gli storiografi, dall’alto del ruolo che ricoprono di studiosi degli eventi passati. Meno adeguato risulta, invece, far entrare nell’uso comune concezioni che dovrebbero rimanere limitate alla sfera settoriale di appartenenza.
Chiaro è che l’arte, la scienza, la cultura hanno camminato più o meno di pari passo all’evoluzione del flusso storico (e quindi sociale, economico, politico), per il quale motivo entro talune suddivisioni possono essere genericamente inclusi diversi aspetti e ambiti, sebbene ognuno di questi, nel particolare, segua in fin dei conti delle proprie, specifiche, direttive.
Ebbene il Medioevo, storicamente parlando, ha rappresentato, per quel che concerne la parte occidentale dell’odierna Europa, una sorta di brusco freno a mano a quella grandezza che appartenne, fino a non molto tempo prima, all’Impero Romano, il quale ebbe origini nel cuore della penisola italica: dato che non può essere trascurato alla luce di quelli che furono gli sviluppi futuri, in quanto chiunque, da quel momento in avanti, da quella terra fosse stato generato sarebbe stato caricato di una pesantissima sopravvalutazione della propria natura che avrebbe inciso su ogni risvolto culturale.
Nel corso dell’Alto Medioevo proprio questa parte occidentale dell’Impero continuò ostinatamente a vivere a oltranza, come la coda mozzata di una lucertola che continua a dimenarsi senza rendersi conto che non andrà troppo lontano, quantomeno non ancora per molto tempo, e allo stesso modo le coscienze di certa fascia colta della popolazione continuarono a crescere come unghie e capelli di un corpo ormai morto.
È presupposto necessario evidenziare tale considerazione per comprendere che l’Umanesimo (così come ogni altro periodo storico) non prese certo avvio da un giorno all’altro e che, anzi, quello che comunemente viene indicato come l’inizio di un periodo storico altro non è che il punto di maturazione di una mentalità che in precedenza si accresceva modellandosi fino a prendere una forma compiuta entro la quale solo a posteriori, avendo un quadro completo, possono essere raggruppate soluzioni affini.
Ma l’Umanesimo, inteso nel particolare del suo significato, è molto più che un periodo storico europeo: l’Umanesimo è una esaltazione che contraddistingue la natura stessa dell’essere umano nella sua concezione di supremazia sul resto del Creato, che lo stesso si è arbitrariamente attribuito.
E, chiaramente, il fatto che un paio di secoli abbiano particolarmente condiviso e sbandierato tale visione dell’esistenza non ha potuto che incidere maggiormente il solco di una simile convinzione.
La notte del 31 dicembre 1999, chiaramente, nessuna catastrofe colpì il pianeta Terra, ma stringendo la visuale in Europa, in Italia, a Roma, ai Parioli, in casa Rapagnetta, Giulia, la più bizzarra di due sorelle, iniziò ad avvertire la ribellione che le strisciava dentro.
Il gap generazionale del nuovo millennio ha fatto sì che la presa di coscienza di molti giovani si trovasse a cozzare con le precedenti generazioni, addolcite dal benessere del boom economico.
Difatti la madre di Giulia, Anna Ronchetti, cresciuta tra gli agi di una famiglia medio-borghese degli anni Sessanta, era figlia di un sarto che, riuscito a crearsi una modesta posizione di prestigio nella splendida Roma di quegli anni, aveva concesso ai suoi figli di vivere nello strascico della sua ricchezza – come buona parte dei padri di famiglia del tempo – proprio lui che, invece, era figlio della povertà e della guerra.
In questo clima di totale libertà e asservimento ai piaceri, Anna si ritrovò presto sposata a Nunzio Rapagnetta – nonostante il dissenso del padre – vinta dal fascino dell’attivista sessantottino e già nell’81 in attesa della sua prima figlia, cui Nunzio volle dare per nome Micol, come la bella protagonista di un romanzo a lui molto caro.
L’incontro tra Anna e Nunzio era avvenuto il 12 maggio di quattro anni prima in piazza Navona, tramite un’amica comune, Giorgiana, che quel giorno perse tragicamente la vita per mano di un violento regime.
L’esperienza li unì a tal punto da tentare un’unione anche sentimentale.
L’ironia della sorte volle che il loro primo incontro avvenisse nell’ambito dell’anniversario della vittoria del referendum sul divorzio, per il quale venne organizzato, a opera dei cosiddetti radicali, un sit-in in piazza Navona, nonostante l’assoluto divieto di manifestare, in seguito alle sanguinose conseguenze derivate dalle ultime manifestazioni, imposto dal ministro degli Interni Cossiga, il quale credé di risolvere il problema schierando forze dell’ordine, in borghese, armate tra la folla. Fu proprio uno di quei colpi di pistola a uccidere l’amica comune, Giorgiana, sebbene le indagini furono chiuse nel 1981 riportando agli atti che: “[…] mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine.”
In quello stesso 1981, Anna era rimasta incinta e dovette insistere a lungo per convincere Nunzio a sposarla, certa che sarebbe stato l’unico modo per accreditare l’immagine del marito agli occhi del padre, che dall’alto della sua esperienza continuava a opporsi alla stravaganza della coppia, finché Nunzio dovette cedere, pur contravvenendo alle proprie teorie libertarie; ma in seguito al matrimonio, dopo appena un anno di vita coniugale, tra i consorti iniziarono a emergere ideologie dissonanti, dettate da antipodici background:
Nunzio, siciliano trasferitosi a Roma per conseguire la laurea in Filosofia, desiderava tornare con la sua nuova famiglia nella periferica pace della sua terra natia, stanco, rassegnato e provato da anni di contestazioni che non avevano portato nessun vantaggio né a lui tantomeno alla patria;
Anna, figlia della borghesia e vittima dell’illusione di una vita “soddisfacente”, non intendeva allontanarsi dalle radici che le donavano linfa e sicurezza cosicché, con molta facilità, accettò la casa ai Parioli che suo padre le “regalò” – a patto che si liberasse dall’ammorbante e contagioso peso del marito.
Dopo il divorzio, Anna era stata costretta a inventarsi una professione: avendo ereditato da suo padre il cognome e la sartoria, riuscì a farsi strada come costumista, ottenendo, tramite amicizie “non molto chiare”, un posto di rilievo presso gli studi di Cinecittà.
Nunzio, invece, fu finalmente libero di orientare il proprio percorso verso mete a lui congeniali e, di lui, Anna non ebbe più notizie.

Era la notte del 26 aprile 1983 quando Giulia Rapagnetta nacque senza che suo padre nemmeno lo sapesse.
E in quella celebre notte di Capodanno di sedici anni dopo, fu come se lo spirito di Nunzio le si fosse insediato fin dentro le viscere e avesse iniziato a inondarla come una marea suscettibile all’influenza della luna dapprima, lentamente, crescendo e allagandola, per poi ritirarsi e scoprire un fondale che era sempre stato lì, ora ben evidente.
Sua sorella, Micol, era invece la proiezione della madre e questo le bastava per vivere senza la preoccupazione di dover trovare la sua strada.
In fin dei conti, fino a quel momento, entrambe le figlie avevano sempre visto realizzare i propri desideri con estrema facilità, ma anche in quelle circostanze la differenza si palesava con l’entità delle ambizioni. Così quell’anno, come regalo di Natale, Micol aveva ottenuto la tanto desiderata e omologante borsa di Louis Vuitton, mentre Giulia aveva richiesto una Polaroid.
E alle dieci di sera del 31 dicembre 1999, mentre Anna e Micol erano freneticamente impegnate a imbellettarsi, Giulia era seduta a gambe incrociate in terrazza a fotografare le sue piante, mentre il gatto di casa, Berta, le si strofinava addosso facendo le fusa.
Sui vetri delle finestre, appannati dalla differenza di temperatura, si creavano delle goccioline di condensa attraverso cui le luci gialle e colorate degli addobbi natalizi, provenienti dall’esterno, si scomponevano in molteplici forme.
Giulia restava ore intere a contemplare ogni minima forma e colore che i suoi scrupolosi occhi percepivano e ora che, finalmente, poteva immortalare le sue fantastiche visioni, il tempo da lei trascorso in meditazione aumentava in maniera esponenziale, finché qualche agente esterno interveniva a dissuaderla e a farle riprendere coscienza.

«Giulia ti dai una mossa? Tra un po’ arriva Massimo!». Anna passava casualmente davanti alla veranda, dove era posta la scarpiera da cui si apprestava a prendere un luccicante paio di scarpe tacco dieci, comprato apposta per l’occasione.
Era una donna non molto alta, ma ben proporzionata nelle forme, tanto che le bastavano dieci centimetri di tacco in più per apparire un bel bocconcino.
Giulia, invece, aveva ereditato l’altezza da suo padre, tanto che a diciassette anni era la più alta della classe e quando stava seduta, soprattutto se con le gambe incrociate, la schiena le si inarcava considerevolmente.
«Mamma, ma io sono pronta» rispose Giulia con la calma che la contraddistingueva e quasi sminuendo l’importanza del discorso, dal momento che rimase con l’occhio piantato nella fotocamera.
Anna, che nel frattempo aveva fatto avanti e indietro almeno cinque o sei volte davanti alla terrazza, passando confusamente dal bagno al guardaroba, alla scarpiera e cambiando un copioso numero di gioielli nel tentativo di trovare la combinazione più originale, si fermò all’improvviso sull’uscio della porta sistemandosi un orecchino e fissando Giulia che, dopo qualche secondo, avvertendo una presenza alle sue spalle, si voltò – solo dopo aver scattato un’ultima foto e sventolandola per farla asciugare. «Ma come… sei pronta, Giulia?», le disse Anna, «Datti una sistemata! Guarda che capelli hai!».
Effettivamente anche i capelli Giulia li aveva ereditati da suo padre. Capelli folti e scuri, spesso scombinati, quelle rare volte che non li portava legati in una pallina sulla testa.
L’espressione di Giulia si trasformò in un punto interrogativo, non riuscendo a comprendere perché i suoi capelli fossero sbagliati se a lei piacevano così: «Ma perché, che hanno?».
Anna si infilò la scarpa che aveva in mano appoggiandosi alla porta e si diresse verso Giulia con un rumore di tacchi a cadenza regolare; le si avvicinava protendendo la mano destra già in direzione dei suoi capelli, motivo per cui Giulia si sentiva puntata e iniziava a indietreggiare con la testa. «Ma non mi interessa… lasciami stare dai!» sbottò nel preciso istante in cui le unghie laccate di rosso le si infilarono tra i capelli.
Nel frattempo, il profumo di Anna si era gradualmente imposto in maniera soffocante nella camera, come un regime dittatoriale che sembra emergere d’improvviso dopo essersi silenziosamente affermato in tutti i settori.
Contemporaneamente, e per tutto il tempo, Anna continuava a scavare in una borsetta come se non sapesse precisamente cosa stesse cercando. Giulia ebbe questa impressione pensando che non fosse possibile, in uno spazio così piccolo, non riuscire a trovare qualcosa nel giro di qualche minuto e che avrebbe, perlomeno, potuto provare a guardarci dentro.
«Micol, hai preso il mio rossetto rosso?» urlò Anna per farsi sentire fin dentro casa, da sua figlia, in qualunque stanza si trovasse.
Finalmente si rivolse a Giulia con tono serioso: «Come fai a essere così… disinteressata?».
Giulia in realtà non riusciva proprio a capire il motivo per cui una donna dovesse fare tutto ciò e, mentre lo pensava, sua madre, che era lì davanti a lei, rappresentava perfettamente il motivo della sua perplessità. Da cosa si era travestita? E perché lo aveva fatto? Forse per attirare un uomo. Ma dove? Nella rete dell’inganno. Per non parlare del dispendio economico che comportava montare questo palchetto! Anna, come spesso accadeva e poiché “poteva permetterselo”, aveva speso tutto lo stipendio di dicembre per le feste di Natale e buona parte per i vestiti.
Giulia era stata costretta a seguirla, con Micol, e aveva scelto un semplicissimo tubino nero, che quella sera indossava con delle ballerine rosse.
Non un gioiello sulla sua pelle, solo un nastrino nero (che Anna non riuscì a farle togliere) che aveva trovato una volta nelle Lettere dal carcere di suo padre.
Intanto Micol passò davanti alla porta-finestra aggiustandosi la frangia bionda riflessa in uno specchietto tondo che portava in mano.
Appena sentì il rumore dei tacchi, Anna si girò. «Micol! Il mio rossetto!» esclamò spazientita.
«Non l’ho preso io mamma! Guarda nella tua borsa…» replicò la figlia con voce acida.
Sulla seconda frase si era fermata sulla porta in silenzio, proprio come aveva fatto sua madre poco prima. Anna la guardò e sorrise soddisfatta: stava venendo su proprio un’ottima figlia!
A quel sorriso di approvazione, Micol si impettì di un ingiustificato orgoglio e, incuriosita dalla situazione, valicò la soglia che la teneva esclusa dalla faccenda. Si accostò a sua madre con la scusa di dover cercare qualcosa nella borsetta e, prendendogliela dalle mani, si mise a sedere su uno sgabello, con la borsetta sulle ginocchia, dimostrando l’intenzione di voler essere coinvolta nella discussione, e prestò attenzione alle parole di sua madre.
«Intendo dire, Giulia, che nella vita bisogna pianificare tutto affinché le cose vadano per il meglio… tu non sai cosa vuol dire sposare l’uomo sbagliato…» e spostò lo sguardo dall’interlocutore rendendosi conto della pesantezza della sua affermazione. «È molto importante avere accanto una persona che possa… assicurarti un avvenire, cercare di migliorare la tua posizione sociale…». Mentre parlava, Anna aveva uno sguardo non molto convinto, a parere di Giulia, che era nel frattempo inorridita nell’ascoltare l’esatto opposto di ciò che pensava, per di più proferito dalla persona che avrebbe dovuto insegnarle le regole basilari della vita. E rimaneva zitta a fissare sua madre, aspettando vanamente che il discorso potesse evolversi o prendere un’altra piega.
Notando che Anna guardava insistentemente il sottile orologio, che si capovolgeva puntualmente sotto il polso, per controllare l’orario, in una pausa dalla lezione di vita che cercava di inculcare alla sua figlia “sbagliata”, Micol intervenne in suo soccorso: «Mamma ha ragione, sei proprio una scema, c’è pure Marco stasera… ma non è che sei un po’…».
Giulia la guardò allibita, aspettando la conclusione della frase, che non arrivò, sebbene incitata da un: «Cosa…?», al ché Micol le fece intendere di pensare che fosse lesbica.
Giulia perse le staffe: «Oh ma basta! Mi avete rotto voi due! Tentate sempre di farmi passare per quella sbagliata! Mi fate una pena!» e si alzò in piedi come se, allontanandosi da loro, potesse evitarne il contagio.
E sua madre, come se non bastasse, continuò a infierire: «Tua sorella dice bene, Giulia… il figlio del giudice Vicenti non ha mai dimostrato un interesse così palese per una ragazza…» confessò piegando il busto sulle ginocchia e abbassando la voce come se qualcuno potesse sentirla.
«Ma tu che ne sai?» sentenziò Giulia, che in quel momento si sentiva aggredita su due fronti dallo stesso nemico e non riusciva a trovare una tattica per restare indenne. Avrebbe avuto bisogno di una ritirata contemplativa, ma la stavano bombardando lì e in quel momento.
Anna continuò: «Me l’ha detto suo padre… eh! Non capisci che queste sono cose che bisogna considerare nella vita? Mica ti posso dire tutto! Fidati di tua madre… io voglio il meglio per le mie figlie».
«Certo, magari vi siete pure accordati per un matrimonio d’interesse! Ma ti rendi conto?» replicò Giulia.
Micol colse l’occasione per inserirsi nella discussione, mentre si specchiava nelle vetrate passandosi le mani tra i capelli: «Mamma ha ragione, avessi avuto io questa fortuna!» e Giulia pareggiò in battuta: «Tu pensa a pettinarti, che non sai fare altro!».
Mentre Anna si alzava in piedi aggiustandosi la gonna che si era sgualcita, squillò il citofono, che la fece sobbalzare come fosse stata punta da uno spillo: «Oh Dio! È arrivato Massimo! Dai forza sbrigatevi!». Agitava le mani come se stesse dirigendo un’orchestra; poi estrasse dalla borsetta una boccetta di profumo e si mise a spruzzarlo su tutte e tre. «Michi per favore vai tu… e digli pure che scendiamo».
Ma per Giulia la discussione non era conclusa, aveva ancora qualcosa da comunicare a sua madre. «Io neanche volevo venirci a questa pagliacciata! Trascuri le tue figlie un anno intero per spendere la metà dei tuoi soldi in feste e viaggi, ma che madre sei?!».
Anna non si aspettava una reazione così estrema da parte di Giulia che, per quanto stramba, non aveva mai osato mancarle di rispetto. Si bloccò come una statua e si mise a fissarla con aria di sfida: «Non ti do un ceffone proprio per dimostrarti che madre sono».
Si girò di scatto continuando a parlare e alzando il tono della voce man mano che si allontanava: «Io vorrei capire Giulia, come hai fatto a diventare uguale a tuo padre senza averlo mai conosciuto!» poi rispuntò mentre si infilava la pelliccia e, porgendo il cappotto a Giulia, la incalzò: «Ora mettilo e sorridi» e rimase con il soprabito tra le mani pronto per essere indossato.
Giulia non sapeva come reagire, ma – quella notte – prese il coraggio di rimanere sulle sue posizioni: «Ma che schifo, non ci voglio venire!» urlò dribblando sua madre e dirigendosi verso la sua camera.
Intanto Micol aveva già indossato il cappotto e attendeva davanti alla porta d’ingresso continuando a fissarsi allo specchio da tutte le angolazioni: «Mammaa, Massimo sta aspettando sottoo!».
Anna si diresse con passo svelto e rumoroso in camera di Giulia, entrando come una furia e si rivolse a lei con la voce affannata dalla rabbia: «Che fai, ti muovi?», ma Giulia non aveva nessuna intenzione di cedere. «Se vengo, giuro che ti rovino la serata, mamma… e la reputazione pure».
Certo, meglio evitare un dramma di quel calibro che guastare il rapporto con una figlia, per una donna come Anna che lavorava da una vita per mantenere il suo status e magari migliorarlo; questo le bastò per accettare l’ultimatum di Giulia. Posizionò la catenella della borsetta sulla spalla e disse: «Domani facciamo i conti!». Poi si girò nervosamente: «Andiamo forza!» urlò verso Micol, passandole accanto e tirandola per un gomito.
Al rumore della porta sbattuta, Giulia si alzò dal letto; non poteva credere che sua madre fosse arrivata a tanto. Si mise a fissare la porta d’ingresso e, sentendo che gli occhi e la gola stavano per riempirsi di lacrime, urlò: «Buon anno!», lanciando un cuscino che in realtà era diretto a sua madre.
Davanti al portone Massimo aspettava le donne facendo nervosamente avanti e indietro. Quando Anna e Micol apparvero, dietro le porte dell’ascensore che si aprivano, esplose in un sorriso a braccia aperte, mentre le vedeva sfilare verso di lui tra le luci accecanti.
Anna, mentre camminava frettolosamente, iniziò a giustificarsi come un omicida reo confesso: «Massimo! Caro… perdona l’attesa!». Sapeva come prendere un uomo.
«Ah! Ci ho fatto l’abitudine con le donne, tranquilla!» esclamò baciandola delicatamente per non distruggere le sue impalcature. «Ciao Micol…» le avvicinò la mano al viso con l’intento di sfilarle un pizzicotto, ma subito si accorse che iniziava anche lei a “comporsi” come sua madre, il ché vietava di toccarla; così cambiò direzione. «Ma… Giulia?».
Micol iniziò a rispondere: «Non aveva…», ma fu sovrastata dalla voce di sua madre, che intendeva fornire la sua versione dei fatti: «Si sentiva poco bene, ho preferito farla rimanere a casa!» improvvisò Anna con tono compassionevole, tanto da colpire Massimo che si propose per la tipica cortesia affatto sincera: «Oh mi spiace! Ha bisogno di qualcosa?». Anna doveva mantenere la sua linea per rendere tutto più credibile. Rispose istantaneamente: «No! Figurati! Ho provveduto a tutto… starà meglio domani…» annunciò con il solito sorriso risolutore.
«Sei una donna eccezionale…» sorrise Massimo, appoggiandole una mano dietro la schiena. «Andiamo ragazze, la festa ci aspetta!» e fece galantemente accomodare le due donne nella sua vettura.
Il sorriso ebete di un facoltoso uomo in tight al volante di una poderosa auto d’epoca: in un solo colpo, Anna aveva ottenuto ciò che la faceva sentire appagata.
Raggiunsero la sala della festa e, nell’attimo successivo, la donna era finalmente circondata da gente ben vestita come lei e che, come lei, chiacchierava di vacanze e tartine e declamava lo champagne servito.
Le risa si levavano in un unico schiamazzo prolungato, come se nel mondo tutto andasse come in quella sala, come se la vita si riducesse alle loro vili lussuosità.
Coppie mischiate, donne abbarbicate ai colli sbagliati, camerieri pronti a rinnovare i vassoi di bicchieri pieni che non bastavano mai, la musica di sottofondo del quartetto che li accompagnava senza mai fermarsi, per dare l’impressione ai clienti di essere i protagonisti di un film.
Nello stesso tempo, Giulia, sconfitta dalla sua stessa vittoria, si intravedeva vagare dietro le finestre di casa Ronchetti come un fantasma intrappolato.
A volte, vincere una battaglia comporta dover fare i conti con una realtà che non piace.
E, sentendosi per la prima volta veramente sola e incompresa, iniziò a pensare al suo futuro, alla sua identità e al fatto che doveva rimboccarsi le maniche per costruirsi la “sua vita”.
Prese, allora, d’impeto la macchina fotografica e sorrise in quel momento di estrema tristezza.
Sorrise, e iniziò a scattare foto ai fuochi d’artificio che festeggiavano l’inizio di una nuova era.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s