Aristotele. In: Il primo pensiero – L’Erudita Editrice

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Non c’è stato un giorno, un minuto, un’ora in cui l’abbia perso di vista. Sempre da lontano ho studiato le sue abitudini, vergognandomi di spiare. È stato necessario. È stato vitale.

Mi ha educato, senza volerlo.
Senza saperlo, mi ha guarito.
Lo vedevo scandire le giornate, nel loro succedersi indistinto, a proiettarsi in ogni direzione, sempre indaffarato, lo sguardo vigile di chi sa cavarsela presuntuosamente da sé, le narici madide di condensa a ogni sbuffo di decompressione, si sobbarcava di lavoro anche quando sembrava non essere necessario.
Solo in seguito ho potuto capire quanto ogni singola azione fosse pregna di significato.
Durante l’ultimo anno in cui vivevo nel vecchio bosco di quella giovane città dell’entroterra inglese avevo ceduto il manico della lama al tempo, rivolgendomi alle Parche con patetiche richieste di compassionevole recisione, tanto più quelle vecchie megere si divertivano a passarsi lo stame tra le mani rugose dalle unghie ingiallite e ricurve, avendo cura di non interrompere il flusso temporale che mi investiva fino a costringermi all’immobilità.
Il sole sorgeva e tramontava, ogni giorno, e io potevo vederlo passare, nelle ultime ore di lavoro che gli spettavano, davanti alla finestra della mia camera dalle sembianze post-belliche in cui anche le ombre si disponevano nel caos più totale da cui pure si proiettavano vertiginosamente, poco prima di dimettersi dietro l’alto frassino che favoriva l’anticiparsi dell’abbattimento tenebroso in cui ricadevo dopo un paio d’ore di tregua, durante le quali quasi mi convincevo a districarmi dalle fitte trame del letto che fungeva da ricovero per le mie delicate sinapsi.
Ironia della sorte volle che, quando conseguii il diploma di perito tecnico nella mia natia cittadella del sud Italia dal nome altisonante, di cui ancora si fregiava pur essendosi ormai trasformata in un centro industriale di poco conto, mio padre, operaio incallito nel dna, di fronte alla mia ambiziosa richiesta di voler intraprendere gli studi in campo medico veterinario, non si era fatto scrupoli ad assopire i miei entusiasmi giovanili, dicendo: – D’ora in poi, quando parli con me, se vuoi che ti consideri un uomo trovati un lavoro che ti consenta di mantenerti – e magari lo avesse detto in questi termini e non in quell’arrogante dialetto sgrammaticato che masticava con sì virile orgoglio.
Io, di tutta risposta, non impiegai molto tempo ad affrontarlo con la valigia già pronta posata accanto ai piedi e un mazzo di margheritine fresche impugnato nella mano sinistra da consegnare a mia madre, la quale, più acuta di lui, seguendo la scena da dietro al tavolo della cucina cui era seduta, consumava salviettine a profusione, certa che non avrebbe mai più rivisto suo figlio.
Con i piedi di piombo migrai nel Regno Unito e con i piedi nel piombo finii in quella grigia fabbrica fumante che mi provocò una paralisi parziale degli arti inferiori.
Neuropatia da saturnismo.
Inalavo piombo e mi avvelenavo, senza saperlo.
Non diedi notizia a nessuno del mio incidente, nessuno avrebbe potuto apprenderlo se non da me.
Fu Aristotele a scaraventarmi giù dal materasso scadente che mi potevo permettere, attorno al quale avevo disposto ogni sorta di effetto di cui avrei potuto avere bisogno, per cui la mia camera, contrariamente alle più consuete disposizioni perimetrali, si concentrava nello spazio centrale.
Attirò la mia attenzione, ormai rassegnata al suo triste destino di deperimento, quando udii l’urlo stridulo del pasto giornaliero che aveva azzannato prima di passare con aria soddisfatta davanti alla finestra della mia camera con il corpo esanime di quella lepre che gli penzolava dalle fauci serrate.
Il giorno dopo, alla stessa ora, mi ero sollevato sui gomiti per riuscire a guardare fuori, dove lo avevo visto puntualmente aggirarsi annusando tra le piante con circospezione e in breve tempo mi decisi a trasferire, con non pochi sforzi, il mio mezzo corpo dal letto alla poltrona, posta davanti alla finestra, sulla quale un tempo trascorrevo le serate a leggere lunghi trattati di filosofia, che presto rivelarono la loro utilità solo in condizioni mentali ottimali. La filosofia non poteva aiutarmi in nessun modo al mio stadio attuale, ma quel cane, che in seguito chiamai Aristotele, divenne più prezioso dello stesso Maestro nella saggezza che mostrava nel gestire la sua vita, potendo fare affidamento solo su sé stesso per sopravvivere.
Studiai le sue attività giornaliere per oltre un mese: si svegliava presto al mattino, e beveva grandi quantità d’acqua per poi esporsi al sole e continuare a riposare. Durante il giorno allenava il corpo per la caccia correndo tra gli alberi che scansava con grande abilità. Lo vedevo saltare sulle prede con la precisione di un cecchino e poi dilaniare i corpi con ingordigia. Ma, soprattutto, a colpirmi fu la pervicacia con cui l’animale impegnava il tempo, altrimenti monotono, delle sue giornate, di fronte al quale io, invece, mi ero vigliaccamente arreso, finché mi risolsi a tentare l’emulazione per evitare di trasformarmi in spettatore passivo di quella vita vivace e, superando anche la fatica, prima strisciai fuori, poi ricominciai gradualmente ad avvalermi dell’uso delle gambe, che presto tornarono a sorreggermi durante le lunghe giornate in cui mi accompagnavo ad Aristotele.

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