STORIE DI ROCK’N’ROLL – I. L’ECLISSI

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Mi svegliai di soprassalto, come colpita da un fulmine e, senza guardare l’orologio, mi alzai dal letto dirigendomi verso la finestra per aprirne le imposte, da cui filtrava una luce metallica adamantina.
Mi sembrava di aver dormito per un numero spropositato di ore, eppure non mi riusciva ancora facile svegliarmi.
Uscii all’esterno della casa per guardare il cielo, dal cui colore non riuscivo a intuire neanche approssimativamente che ore fossero, ma dal silenzio che avvolgeva tutto lo spazio capii che doveva essere molto presto, quando vidi mia madre che si aggirava sul pianerottolo del porticato con gli occhi puntati verso il cielo.
– Ero venuta a trovarti – disse, avvicinandosi a me, senza far troppo rumore – Ma mi sembrava dormissi e non volevo disturbarti. Nel frattempo mi sono lasciata rapire da questo insolito cielo –
– L’hai notato anche tu? – le dissi continuando a guardare verso l’alto strizzando le palpebre.
– Se l’ho notato, dici? Ti prego di credere che in tutti questi anni da cui ho i piedi su questa terra ne ho viste di cose strane, ma è la prima volta, giuro, che il sole non si presenta a lavoro! – scandì con la precisione e la lentezza di un drogato che s’impegni a parlare correttamente.
Sembrava sempre drogata, mia madre. Del resto, non sapevo se lo fosse realmente – assumendo psicofarmaci o roba del genere intendo – però, da ché ne avevo memoria, la ricordavo in quel modo, per cui non sono mai riuscita a capire fino a che punto lo fosse realmente. In fin dei conti, non me ne importava più di tanto. Ero andata via di casa all’età di quindici anni e per i dieci successivi non ci eravamo né viste né sentite; volevo emergere dalla discarica umana in cui ero nata per volontà di un dio che, se esisteva, doveva essere un gran simpaticone, oppure uno stronzo a far nascere una bambina tanto carina in un ambiente così squallido, per non parlare di tutte le altre sciagure che accadono su questo sventurato pianeta – che poi, guarda caso, sono sempre i bambini a pagare le colpe degli adulti, perché quando nasciamo siamo tutti potenziali geni, o santi, o eroi e invece qualcuno si diverte, o s’impegna proprio, a far sì che sprofondiamo tutti verso il basso, che più in basso stai e più fai fatica a emergere – e allora io, convinta che fosse la soluzione per salvarmi, decisi di allontanarmi da quell’ambiente che mi tratteneva sul fondale, finché mi resi conto che era piuttosto inutile, giacché la natura di ognuno non può essere cambiata dall’ambiente in cui l’adatti – cioè: non è che un lupo ti diventa vegetariano a farlo crescere nell’orto – e, una volta compreso ciò, ripristinai i rapporti con mia madre, seppure sommariamente, sarebbe a dire concedendole di venirmi a trovare e non chiudendole il telefono in faccia fingendo che avesse sbagliato numero, ammenoché non mi facesse uscire fuori di senno (cosa che le riusciva assai di frequente, considerato, per di più, il mio margine di sopportazione rasente lo zero), però era già un passo in avanti che avevo fatto, quel tanto da permettere a un religioso cattolico di sentirsi apposto con la coscienza, figurarsi a me, che mi bastava molto meno.
A ogni modo, quando mi fece notare che il sole non compariva in nessun punto del cielo, nonostante non fosse nuvoloso, feci fatica a capacitarmene e, pensando di essere ancora ubriaca dalla sera prima, iniziai a rivolgere gli occhi in ogni direzione, finché mi accorsi che, oltretutto, durante il tempo in cui ci eravamo soffermate a parlare, la luce era diventata ancora più fioca.
Mi stropicciai gli occhi e, in un attimo, decisi di accettare quell’anomalia mettendomi a pensare alla giornata che avevo da affrontare. Del resto, accettavo così tante situazioni paradossali che aggiungerne una non mi avrebbe certo sconvolto la vita, così iniziai a cacciare mia madre dicendo che avevo un po’ di faccende da sbrigare e lei mi disse: – Fai ancora quel lavoro? Quello in cui ti fai pagare dagli uomini? –
– Nessun uomo mi ha mai pagato, mamma. Non so di che parli – risposi sconfortata dalla consapevolezza che di lì a poco avrei dovuto cacciarla in malo modo.
– Ti fai mantenere dagli uomini. Non è forse la stessa cosa? – continuò lei nell’evidente tentativo di farmi innervosire.
– Cristo, mamma! Perché vuoi farti odiare a tutti i costi? Da quand’è che t’interessi alla mia vita? Conosci le regole: siamo amiche, parliamo, ma non intrometterti nella mia vita privata –
– Le amiche parlano anche di uomini. Solo di uomini, anzi – sentenziò facendo sparire le pupille dietro le orbite.
Ogni volta che iniziavo a parlare con lei, dimenticavo che era impossibile affrontare un discorso logico, finché non me ne ravvedevo dopo poche battute e iniziavo ad assecondarla raccontando una serie di balle, così le risposi a raffica: – D’accordo. La mia vita sentimentale va benissimo. Ho un uomo che mi ama follemente e che non può vivere senza di me. Anche io non riesco a stare lontano da lui, sai? Mi ha chiesto di sposarlo e credo che lo sposerò se dovessi rimanere incinta, così diventerai nonna, non sei contenta? –
– Be’, certo. Ma un figlio ha bisogno di essere sfamato. Non fa il musicista, lui? Non che io lo conosca, ma non hai mai avuto una gran fantasia nello sceglierti un uomo. Sei passata nei letti di quasi tutti i musicisti della città ormai! –
Rideva. Ciò che mi lasciava sbigottita ogni volta era il fatto che ridesse dopo avermi insultata e, a questo suo atteggiamento, io riuscivo a dare solo due possibili spiegazioni: o credeva che essere amiche, come diceva lei, significasse riempirsi simpaticamente d’insulti, oppure quelle pseudo-droghe che assumeva l’avevano sconnesso dalla realtà.
Io, intanto, continuavo a replicare tatticamente: – Sì, è un musicista, affermato, che può permettersi di mantenere me e un ipotetico figlio. C’è altro? –
– Figurati se non te lo auguro – aggiunse, lei, cambiando improvvisamente umore.
– Bene. Ora, se non ti dispiace, avrei un po’ di cose da fare – la liquidai, io, restando inflessibilmente acida.
– Certo, certo. Ti avevo solo portato un po’ di provviste nel caso in cui ne avessi bisogno – disse porgendomi alcune buste che erano rimaste nascoste per tutto il tempo dietro la sua sagoma.
Aveva queste uscite che mi mettevano completamente a disagio per il modo in cui la trattavo. Aveva tanto da farsi perdonare, ma certo non sarebbero bastate delle provviste.
– Ti ringrazio, mamma, non dovevi disturbarti. Vieni a trovarmi quando vuoi, ma non c’è bisogno che tu faccia questo, d’accordo? –
– Nessun disturbo, Elle. È solo un pensiero da amica – concluse voltandosi, e se ne andò giù per la scaletta del porticato, senza nemmeno darmi la possibilità di salutarla.
Sollevai le buste e rimasi a fissarla mentre si allontanava, scaricando una parte del peso sulle ginocchia.
Ero così stupida da sentirmi in colpa anche con chi era più colpevole di me per gravità o precedenza.
Volsi lo sguardo al cielo e vidi, finalmente, un sorriso rovesciato di luce che spuntava nel buio – diventato notturno nel frattempo – ingrandirsi a vista d’occhio.
– È un’eclissi! – urlai – Mamma, guarda, un’eclissi! – raggiungendola con la voce fin dove era arrivata.
Lei si voltò e si mise a guardare nella direzione in cui indicavo.
Sorrise. Poi se ne andò e spuntò il sole.

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