STORIE DI ROCK’N’ROLL – II. IL CONCERTO AL LAGO

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Mi trovavo a questo concerto in cui le band si esibivano una dopo l’altra su un palco piazzato al centro di una splendida cornice naturale, costituita da un declivio erboso che terminava su un lago.
Certo, la cornice non la guarda mai nessuno perché è il quadro l’oggetto dell’attenzione, eppure la cornice l’avrà pur fatta qualcuno che si meriterebbe almeno una pacca sulla spalla, se non proprio una percentuale dell’autore che fa bella figura con tutto l’insieme, per non parlare del fatto che, generalmente, è il paesaggio rappresentato a essere incorniciato e, invece, in quella occasione, il paesaggio faceva da cornice ma nessuno se lo filava comunque, segno evidente che è la cornice in sé a non essere apprezzata.
Il mio uomo suonava in una delle band che erano state invitate ma, quando io arrivai, stava già suonando con il suo gruppo rock composto da: un cantante senza capelli, un bassista senza un dente e un batterista senza pudore che era solito suonare nudo – tanto stando seduto non si vedeva niente, ma forse anche quando si alzava in piedi la situazione restava invariata. Io mi ero accaparrata il chitarrista, J, a cui non mancava proprio nulla – le donne gli sbavavano ai piedi mentre frustrava la chitarra, con i capelli che gli cadevano davanti agli occhi coprendogli completamente il volto – conscia delle pene che mi avrebbe fatto passare il suo essere così bello e sensuale, ma me ne fregavo altamente perché, a fine concerto, era me che si portava a letto, dopo che, puntualmente, venivamo cacciati dal bar di turno che doveva chiudere.
Come ogni volta, arrivai al concerto già ubriaca, tanto che non mi accorsi che lui si trovava sul palco a suonare e, barcollando da ogni parte, mi misi a cercarlo, finché mi ritrovai a sbattere contro il petto di W, che era alto il doppio di me, il quale, afferrandomi le spalle, per guardare chi fossi mi allontanò e suggerì: – Tesoro, J è sul palco a suonare! – indicandomelo.
Ottenuta la mia informazione, gli schioccai un bacio sulle labbra sollevandomi sulla punta dei piedi, presi una birra al bar e mi addentrai nella folla saltellando.
Nonostante si stesse all’aperto c’era un caldo bestiale, causato da tutti quegli animali che si dimenavano in pista, così, dopo aver aizzato un po’ la folla con spinte moleste, me ne allontanai andando a sedermi su un tavolo in legno poco distante dove, dopo un po’ che ero intenta ad arrotolare una canna, mi si avvicinò il cantante senza capelli, al quale io iniziai a saltare addosso ricordandogli in continuazione quanto fosse bravo e carino. Parlammo a lungo di chissà cosa, lui non faceva altro che ripetermi che ero la donna di J e che non potevo provocarlo a quel modo perché era pur sempre un uomo e prima o poi mi avrebbe sbattuta da qualche parte se non la smettevo.
Poi, dopo un bel po’ che già conversavamo, si accorse di come ero vestita e, strofinandosi addosso a me, si mise a cantare a squarciagola: – I want a girl with a short skirt and a looooong jacket! – e mi cinse le braccia al collo quasi baciandomi, al ché, io, rinvenni dal mio stato apoplettico rendendomi conto che se il cantante senza capelli si trovava con me fuori dal palco anche J doveva aver finito di suonare e, infatti, voltandomi, notai che la pista si era svuotata, poiché si stava esibendo un gruppo reggae supportato da una ventina di persone aggrappate alle transenne a ciondolare, così proposi al cantante senza capelli di recarci al bar, che era posto sotto un piccolo chiostro in legno sopraelevato.
Mi guardavo attorno alla ricerca di J e “Sta a vedere che a non trovarmi se n’è andato con un’altra” mi dicevo nel labiale, però non facevo niente per cercarlo, forse proprio per evitare di stanarlo in qualche situazione imbarazzante.
Continuavo a bere e a parlare con sconosciuti ai quali permettevo di strofinarsi addosso al mio corpo per evitare storie assurde, o semplicemente perché non avevo la capacità di reagire, finché salì sul palco una band hip-hop da spaccare il cervello per i finti bassi che venivano emanati dalle casse e tutti dentro al chiostro iniziarono a saltare simultaneamente, tanto che io pensai che potesse crollare da un momento all’altro e, poiché la situazione non mi aggradava più, decisi di cambiare aria scavalcando la ringhiera e atterrando sul prato, con la mia inseparabile birre tra le mani, mettendomi a vagare, mentre qualcuno che ignorai volontariamente gridava dal bar: – Elle! Dove vai? –
Mentre camminavo sulla distesa di prato, su cui bisognava prestare attenzione a scansare, oltre alle bottiglie e ai bicchieri sparsi, anche persone semi-morte o semi-nude o entrambe le cose assieme, mi scontrai con una coppia di donne, delle quali subito ne riconobbi una, poi anche l’altra: erano state mie compagne di scuola e, delle due, la seconda che riconobbi, MC, aveva gli occhi che le schizzavano nelle orbite ognuno per conto proprio e tra le mani una salviettina con cui se li asciugava continuamente, mentre l’altra, C, che mi vide notare il particolare, dopo avermi salutata continuò a parlare come a farmi capire di non domandare oltre. Io avevo saputo, tempo addietro, che MC avrebbe dovuto affrontare un intervento agli occhi, di quelli cui ci si sottopone per far recuperare gradi alla vista, e sapevo anche dei rischi che si corrono ad affrontare questo tipo di operazioni, che però ormai sono ridotti all’un per cento, ma evidentemente MC doveva essere stata l’unità che poi viene riportata nei casi della statistica, perché ognuno, quando sente parlare di un per cento, si mette l’animo in pace come se avesse sentito zero e invece no, in quel caso avrebbero detto zero e se, invece, dicono un per cento vuol dire che una possibilità che capiti a te c’è, bisogna solo capire se prima sono già passati i novantanove graziati dalla casistica.
Io, comunque, che sono piuttosto discreta, feci finta di niente – non che così lei non se ne accorgesse, ma almeno potevo risparmiarle la sofferenza di ricordare – così, appena le donne mi proposero di accompagnarle a cercare dell’erba, io accettai, dimenticandomi anche di J. Mi portarono in una macchina bianca tipo berlina, in cui mi fecero sedere sui sedili posteriori, dove c’era montato praticamente un frigo-bar con ogni tipo di alcolici, dei quali, appena C m’invitò a servirmi, adottai una bottiglia di Tequila, attaccandomela alla bocca. Nonostante il mio stato di ebbrezza, non potei fare a meno di notare che alla guida dell’automobile si era messa MC con i suoi occhi circumvaganti e, con ancora maggiore discrezione e anche un po’ di fiducia, feci finta di niente. “Non saranno tanto fuori di testa da far mettere una cieca alla guida” pensai e, infatti, dall’andamento che intraprese capii che ci vedeva quel poco che bastava per non andarci ad ammazzare – anche se, quando parcheggiava, finiva di frenare solo dopo aver travolto ciò che le stava di fronte. Quando, finalmente, tornammo al lago, tirai un sospiro di sollievo – solo dopo aver sentito il rumore del freno a mano che C sollevò quando l’amica investì una fioriera nel parcheggiare.
Del resto, come poterla colpevolizzare in un simile contesto, considerando che una qualsiasi di tutte quelle persone, alla guida, avrebbe fatto sicuramente di peggio.
Non feci in tempo a scendere dall’auto che ci raggiunse un tipo con i capelli a spazzola che non li avresti scombinati neanche a saltarci sopra, il quale, dopo aver salutato le due amiche ed essersi presentato a me con l’improponibile nome di Sauron, si mise alla guida per portarci fino ai piedi della collina in riva al lago.
– Aspetta un attimo, amico – dissi io tastandomi in mezzo alle gambe – Mi sa che devo pisciare. Fammi scendere –
Quando tornai da dietro al cespuglio, trovai le due amiche sedute sui sedili posteriori e Sauron con il motore già acceso che mi incitava a sbrigarmi, così mi misi a sedere davanti e, in una manciata di minuti, arrivammo al lago, dove lui iniziò a farneticare domandandoci se ci sarebbe piaciuto entrare nel lago con l’auto e assurdità simili. Io gli diedi corda perché conosco i tipi come Sauron, che se li contraddici devono dimostrarti a tutti i costi di essere capaci; sono persone insicure, che hanno bisogno di continui riconoscimenti, altrimenti si sentono frustrate, e infatti finché lo assecondai stette al suo posto senza azzardare stronzate se non fosse stato che, da un gruppetto di ragazzi che stavano fumando sotto un albero appena dietro l’auto, si fece largo la voce di un galletto appartenente a una categoria ancora peggiore di quella di Sauron, di quelli che aizzano i pazzi a fare pazzie perché loro non sono capaci a far niente e si divertono a guardare gli altri, che urlò: – Porta il culo delle papere a bagno, Sauron! – al ché il pazzo, non potendo certo sfigurare al cospetto degli amici, schiacciò con il piede l’acceleratore facendo entrare il muso dell’auto nell’acqua. Io continuavo a ridere perché, purtroppo, riservo sempre un minimo di fiducia nella prudenza umana, specialmente quando si tratta di mettere a rischio la propria pelle, ma poi puntualmente me ne pento e riconosco che l’essere umano è più stupido di quanto lo sarebbe se non avesse il cervello, perché pur essendo dotato di questo organo intellettivo non lo usa e, quindi, non è giustificabile in nessun modo, come nel caso di Sauron, che continuava ad avanzare con la macchina sempre più dentro l’acqua. Allora io, sempre per colpa di quella fiducia che ripongo nell’intelligenza, aprii lo sportello pensando che il pazzo non avrebbe osato addentrarsi oltre, con l’acqua che sarebbe entrata nell’auto e, invece, l’idiota, ridendo (poiché iniziò a vedere la paura sul volto di noi donne ed era proprio quello il divertimento che andava cercando) si mise a fare avanti e indietro con l’auto, e più questa si riempiva di acqua anche in retro-marcia, che sicuramente quello aveva creduto si svuotasse nella manovra, e s’iniziava a vedere che non sapeva come uscirsene da quella situazione, con noi che gli urlavamo dall’interno dell’auto insultandolo e gli amici sotto l’albero che ridevano non si sapeva se per noi o per lui.

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