STORIE DI ROCK’N’ROLL – III. L’ALTRA

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Entrai in quel locale che puzzava di vino e sigarette mezze-spente, con il pavimento appiccicoso e il fumo che offuscava la vista, ma non era poi così malvagio, di sicuro avevo visto di peggio, posti in cui ti servivano piscio alla spina diluito con la birra e nei bagni potevi trovare corpi che si accoppiavano in maniera animalesca, che se ci passavi accanto a meno di un metro ti risucchiavano nel mezzo come un asteroide in orbita e non potevi scappare a meno che non ne avevi le facoltà mentali per farlo o capire di doverlo fare, invece questo locale anzi era chic a confronto e infatti lo chiamo addirittura locale anziché posto; aveva i divanetti in velluto nero anni ’70 – non certo per moda – e le pareti nere e qualche candela accesa qua e là su candelabri che scendevano dal soffitto fin tanto in basso che rischiavi di sbatterci la faccia sopra o far prendere fuoco ai capelli – ma credo che fosse stata calcolata l’altezza giusta perché ciò non potesse accadere. Credo.
Resta il fatto che, a parte queste fiaccole vaganti non meno della gente, il resto era tutto avvolto nell’ombra, i tavoli e le sedie trasparenti e il pavimento e i muri neri e anche la gente era vestita a pendant – forse per non sentirsi a disagio – però tutti camminavano tentoni, tastando lo spazio circostante la persona per evitare di inciampare o far cadere qualcosa e io, invece, quando entrai non vedevo proprio niente – con l’aggravante che venivo da fuori dove, a confronto, la sola luce della luna era un abbaglio – ma, da vera esperta alla frequentazione delle peggiori bettole – adocchiai per prima cosa il bancone del bar, lanciandomi come una freccia senza scrupoli che incolpa l’arciere, travolgendo una serie di persone, divanetti e tavolini pur di colpire nel segno e, certo, facendomi notare fin da subito (tanto più che ero vestita con un abito giallo da farmi sembrare una banana) al punto che A, che si trovava già lì e, per ingannare il tempo, si era messa a parlare con i più sfigati tra le venti possibilità in cui si poteva incorrere in quell’occasione, notandomi, mi lanciò un fischio che significava di raggiungerla.
Io al fischio do un’importanza vitale. Credo sia la forma più immediata ed efficace per richiamare l’attenzione in caso di pericolo o comunque per farsi notare, solo che è un richiamo anonimo quanto indistinto che coinvolge anche chi non è interessato; resta il fatto che mi voltai solo io a guardarla come se avesse pronunciato nome e cognome e ciò conferma la mia teoria sul fischio che è una sorta di meccanismo telepatico tra chi lo emette e chi deve riceverlo.
Sentii la risata di A e poi individuai la sua sagoma, mentre m’indicava dall’altra parte del bancone. La vidi perché riconobbi la risata, altrimenti sarebbe stato impossibile in quel nero pece, aiutata dal fatto che indossava una camicetta rosa scioccante, e credo mi dicesse a gesti o a parole di raggiungerla, ma nessun motivo mi avrebbe smossa finché non avessi ricevuto la mia birra doppio malto in bottiglia, se non fosse stato che quella bionda scialba dietro al bancone me la servì in bicchiere, al ché io le dissi: – Non è quello che ho ordinato – e lei iniziò a fare l’esperta del suo mestiere dicendo che era una di quelle birre dai nomi lunghissimi che terminano in -ofen o -ager e che andava bevuta a una temperatura compresa tra i cinque e gli otto gradi rigorosamente in vetro per permettere alla schiuma di creare un centimetro e mezzo sotto cui conservare l’effervescenza e io feci finta di interessarmi alla spiegazione, per poi rispondere: – Io ho ordinato una birra. Dammi la bottiglia che ti indico con questo dito e guardalo bene questo dito – agitando l’indice come un verme. Quella si sistemò il seno comprimendoselo verso il centro, chissà con quale motivazione antropologica, e poi si mosse per andare a prendermi la birra dal frigo e, quando finalmente me la porse, mi disse che l’altra era in omaggio, così io, che non accetto affronti, strinsi il bicchiere nel pugno e dissi: – Grazie, ma ha superato gli otto gradi. La userò per spegnere le sigarette – e subito gettai il mozzicone che avevo tra le dita all’interno del bicchiere, sputandole il fumo in faccia.
Una delle cose importanti nella vita è: avere le risposte pronte. Se ce le hai, hai vinto. E, come in ogni disciplina, i risultati si ottengono con l’allenamento, per cui conviene sempre farsi tante domande.
Lasciai la bionda scialba al suo lavoro e mi diressi verso A e i tre sfigati che le ronzavano attorno, che lei subito mi presentò, ma di cui non sentii neanche un nome. Chiaramente non avevano una conversazione avviata, aspettavano che accadesse qualcosa e quel qualcosa ora ero io, che però mi guardavo insistentemente attorno cercando un salto di qualità, mentre Al sembrava così divertita dalla situazione, lusingata dalla bava di tre viscide lumache che se la immaginavano già nuda davanti a una telecamera amatoriale, ma quando mi accorsi che guardarmi attorno in quel nero pece non serviva a niente, mi mossi dicendo che sarei andata al bagno e, quando ne uscii, finalmente il concerto era arrivato a salvarmi, anche se all’interno del locale c’erano in totale venti persone, compresi gli stessi musicisti e la banconista bionda scialba e A e i tre sfigati. Ventuno con me.
I musicisti erano al centro della sala e suonavano sorseggiando vino.
Certo, dava più l’impressione di un concerto in acustico, ma si beveva bene e poi io ero lì per J, anche se non stavamo mai assieme perché lui suonava e quando finiva di suonare io ero completamente ubriaca chissà dove, però per un po’ riuscii a seguire il concerto visto che per una volta ero arrivata in tempo per vederlo dall’inizio, o meglio avevano ritardato l’esibizione sperando che il locale si riempisse, finché si erano arresi.
I musicisti, gli artisti in generale, dicono sempre che è d’obbligo portare a termine la performance finché c’è anche un solo spettatore, ma io non ho mai capito se il vero motivo è che altrimenti non vengono pagati.
A concerto ultimato, ero diventata amica di tre quarti dei presenti (l’altro quarto lo conoscevo già) e quando J, finito di suonare, uscì fuori, io ero seduta in braccio a un tipo che mi aveva offerto da bere per tutta la sera, motivo per cui era diventato il mio migliore amico – con l’intento, certo, di trascinarmi in bagno – ma io ero tranquilla perché ero la donna del chitarrista e, chi non lo sapeva prima, l’avrebbe saputo presto, così quando J mi passo davanti io gli urlai: – Gilmour! Fatti abbracciare! – tendendo le braccia verso di lui. Il tipo su cui ero seduta lo guardò e con gli occhi si dissero tutti quei discorsi che si dicono gli uomini senza parlare, del tipo: – Non sapevo fosse la tua donna. Si è seduta lei su di me – e: – Toglile le mani di dosso, è roba mia – e: – Mettile il guinzaglio perché va a pisciare addosso a tutti – e: – Facciamo finta che non è successo niente. Offrimi una birra e siamo amici –
Non pronunciarono nessuna di queste parole, eppure quello mi spinse per farmi alzare e dopo un minuto tornò con una birra in mano come da taciti accordi, solo che, mentre J era evidentemente pronto a riceverla tra le sue mani, quello la fece scivolare tra le mie, dicendo: – Una birra per la signora –
Forse aveva fatto un po’ di confusione sull’ultima parte del discorso, o forse J aveva qualcosa nell’occhio e si era fatto capire male, sta di fatto che J accettò le scuse perché gli diede una pacca sulla spalla e poi si girò a baciarmi – ma anche questo faceva parte delle dinamiche di ruolo.
Subito dopo mi disse che doveva andare in un posto e che aveva bisogno che lo accompagnassi – che generalmente significava che doveva trafficare droga e aveva bisogno di una copertura femminile – e io feci un po’ l’offesa perché lui sapeva che non volevo essere portata via dal divertimento, ma subito mi distrasse infilandomi la lingua in bocca e porgendomi una birra che sottrasse dalle mani di uno dei tipi con cui stava contrattando, a cui strizzò l’occhio. Poi si voltò avvolgendomi il braccio attorno al collo e mi disse: – Guadagno più così che con una serata, baby – e mi condusse all’auto.
Parcheggiò a ridosso di una campagna, da cui, in lontananza, si vedeva una sola casa con un paio di luci accese all’esterno, dove J mi disse che mi sarei dovuta recare per aspettarlo.
– Al piano di sotto abita mia madre – disse – Devi solo farti aprire la porta e salire a casa –
– A quest’ora? – chiesi io – Starà dormendo! –
– Sta’ tranquilla, soffre d’insonnia ed è imbottita di psico-farmaci –
Al ché io gli dissi: – Ti prego, J! Non posso aspettarti qui? –
E lui: – Non puoi aspettarmi qui da sola. Faccio presto, te lo prometto –
Sapevo che non era assolutamente vero, altrimenti non ci sarebbe stato alcun bisogno di mandarmi a casa, così insistetti: – Non sono sola, ho due birre! – e sollevai le bottiglie verso di lui, che iniziò a spazientirsi: – Ti prego, baby, non perdiamo altro tempo. Credi che mi diverta a fare tutto ciò? –
– Non mi diverto neanche io! La differenza è che io non ci guadagno niente! – urlai mentre uscivo dall’auto sbattendo la portiera, che facendo rumore mi parve coprire la mia voce, così sottolineai: – Se non si è sentito, ho detto: stronzo! –
– E piantala! – urlò lui, che nel frattempo si era già allontanato correndo come una lepre tra l’erba alta, mentre io come un bruco mi misi a crearmi un percorso nel campo, con le mie due birre tra le mani, continuando a imprecare.
La signora che mi aprì la porta, la madre di J, mi fece entrare prima ancora di chiedermi chi fossi. Mi tirò per un braccio e chiuse subito la porta e, quando io le dissi che sarebbe stato più prudente accertarsi dell’identità di una persona prima di farla entrare in casa, mi rispose che era abituata a quell’entra ed esci di persone in casa e che l’imprudente era, semmai, suo figlio a mandare ragazze in giro di notte.
Mi fece accomodare in salone su di un divano e io accettai perché mi offrì da bere – che è l’unica cosa positiva che si trova nelle case dei genitori – mi posizionò un bicchiere e una bottiglia di Vodka sul tavolino e si mise a sedere su di una poltrona accanto, dove restò in silenzio, guardando nel vuoto, le gambe accavallate e la schiena perfettamente dritta. Era una bella donna. Molto bella. Con un compostissimo carré biondo cenere e un corpo sfilatissimo, vestita completamente in lycra blu. In casa. Di notte.
Mentre io aspettavo un brindisi per bere – Bevi pure – disse – Io ho smesso di bere – con una consapevolezza che racchiudeva l’intera umanità che si affoga nell’alcol e prima o poi smette, o muore. Poiché continuava a stare zitta e a guardare nel vuoto, io le dissi che poteva andare a dormire se voleva e che io sarei andata di sopra ad aspettare J, ma lei rispose: – Ho smesso di dormire. E non t’imbarazzare per il silenzio, ho smesso anche di parlare –
Finalmente mi guardò con gli occhi spalancati e mi disse: – Credi che non sappia quello che stai pensando? –
– Non sto pensando proprio niente – risposi io con sincerità.
– Sono venti anni che vivo in questo stato. Perdere un marito quando si è ancora giovani è una condanna. Con i figli scapestrati che mi ritrovo, poi – e nell’accorgersi della mia espressione di diniego, aggiunse: – Non ti ha detto che suo padre è morto venti anni fa? Venti anni, quattro mesi e nove giorni – scandì, e io negai con la testa.
Io e J non parlavamo di queste cose. Scopavamo, bevevamo, litigavamo. Niente di più. Riuscivamo a stare insieme perché a entrambi andava bene così.
All’improvviso, nel salone spuntò una tipa in mutande rosa pallido, che esordì dicendo: – Olè! La fiera delle bambole! –
– Lasciala perdere. Cerca sempre di fare la simpatica, ma non ci riesce mai – mi disse la madre di J – Gli sta alle calcagna, non sa come liberarsene –
La tipa in mutande rosa pallido, intanto, continuava a blaterare, mentre la signora proseguiva a mormorarmi nell’orecchio frasi del tipo: – Tu sei una brava ragazza, mi piaci –
Non tolleravo più la situazione, così chiesi: – Le dispiace se vado a fare una doccia di sopra? –
Mentre ero sotto l’acqua scrosciante, sentii la tipa in mutande rosa pallido che entrò in bagno e si mise a pisciare e, subito dopo, arrivò anche J, seguito da sua madre che si giustificava: – Cos’altro potevo fare? Lasciare una ragazza in giro di notte? –
J entrò spalancando la porta e disse alla tipa in mutande rosa pallido: – Che diavolo ci fai qua? –
– Ti aspettavo! – esclamò lei come una bambina. Effettivamente non arrivava neanche ai diciotto anni.
Si misero a discutere, mentre io continuavo a farmi la doccia nella cabina, dopodiché J ci si affacciò dentro e, vedendomi insaponarmi il corpo, emise un verso di goduria, dopo il quale disse: – Quando me la dai? – e, mentre se ne andava, io risposi – Quando te la prendi! – e la tipa in mutande rosa pallido con la voce da bambina, che era ancora in bagno, esclamò: – Pronta in battuta! Beata te! –

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