STORIE DI ROCK’N’ROLL – IV. IL FIGLIO

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D era tornata da Amsterdam, dove viveva con suo figlio da quattro anni ormai, per legalizzare gli atti paterni che J aveva richiesto nei confronti del piccolo Sam.
Quando la vidi mi venne voglia di scomparire per quanto era bella.
Era stata una modella da ragazzina e, sebbene potesse ancora permettersi di proseguire in quella carriera, aveva preferito dedicarsi all’insegnamento a cui si era abilitata. Sobria ed elegante nel portamento quanto nello stile, non lasciava mai solo il piccolo Sam, un bambino biondissimo e intelligente quanto lei, già padrone della lingua ad appena cinque anni.
Non riuscivo proprio a capire come una donna di quel calibro si fosse potuta imbattere in J, che trasudava squallore da tutti i pori.
La osservai per lungo tempo muoversi tra i presenti, quella sera in cui J aveva organizzato una festa a casa sua per risarcire il piccolo Sam di tutte le sue mancanze.
Simpatica e brillante, D non perdeva mai di vista suo figlio, senza per questo privarsi degli svaghi dovuti; sembrava conoscere tutti meglio di me, che li vedevo quotidianamente, e aveva storie e avventure personali sempre nuove da raccontare, coerenti alla discussione in atto.
Quando arrivò il mio turno, fu J a presentarci e lei si dimostrò subito gentile e affabile nei miei confronti, avendo intuito che ero la sua donna senza che lui ne avesse fatto cenno.
Tuttavia, gli atteggiamenti di J non mi diedero nessun motivo di gelosia. Mi aveva parlato spesso di lei, descrivendomela come una persona troppo lontana dal suo mondo e, solo in quella occasione, capii cosa intendesse.
J e D parlavano molto, guardandosi negli occhi senza risentimento. Per lo più parlavano di Sam, che quella sera seguiva J come un pulcino, seguito a sua volta dall’attentissima D, la quale soddisfaceva ogni sua esigenza prima ancora che il piccolo la esprimesse o avvertisse, per il quale motivo i tre trascorsero la serata indissolubilmente e io pensai fosse corretto tenermi alla larga, concedendo loro lo spazio che meritavano.
Chiaramente la situazione mi spinse a bere il doppio del solito.
Ora che J aveva qualche soldo in più, aveva pensato, dopo la legalizzazione della paternità, di tenere il piccolo Sam per un periodo con sé e ciò mise la correttissima D in crisi nel momento in cui lui le comunicò la sua decisione in disparte in cucina, mentre lei si dava da fare per tutti i presenti.
– Non ho nessuna intenzione di privare Sam di suo padre – fu la sua placida reazione – Non che sia stato un problema fin’ora la tua assenza, sia chiaro. Ce la siamo cavata ottimamente da soli. –
– Ti garantisco che non gli farò mancare nulla. Imparerò a essere un genitore perfetto quanto te – la rassicurò J.
– Non è questo a preoccuparmi, J. Sam è un ragazzino davvero in gamba, sa già cavarsela da solo. Vero, Sam? – si rivolse al figlio, che la stava aiutando a comporre i sandwich – Insegna a papà a fare un sandwich. –
J si mise a ridere e, sollevando il piccolo Sam dallo sgabello su cui stava inginocchiato, se lo mise a sedere sulle gambe, osservando con interesse le manovre del figlio, accompagnate dalle dovute spiegazioni.
Era arrivato ai quaranta, J. Era riuscito a diventare tra i chitarristi più apprezzati su territorio nazionale, ciò che gli consentiva di guadagnarsi da vivere senza rinunciare allo sballo e al divertimento. Aveva avuto centinaia di donne di tutti i colori e le razze e, tra queste, era capitato che una, probabilmente la migliore, restasse incinta di lui, dandogli un bellissimo figlio biondo platino.
Quando un uomo riesce a ottenere tutto ciò – tutto ciò che un uomo può desiderare – non gli resta che riempire la propria vita con un figlio a cui tramandare le esperienze accumulate e, dato che J un figlio ce lo aveva già, pensò bene di rivendicarlo.
D non si oppose certo alla sua necessità, ma non esitò a confessare: – Il problema sono io, J. Non credo che riuscirei a farne a meno, ora come ora. Lo capisci questo, vero? –
Fu così che J propose a D di trasferirsi da lui per un periodo, in modo che entrambi sarebbero stati accontentati, e fu così che io, non reggendo il confronto con l’equilibrio di D, andai su tutte le furie.
Quando ebbero finito di parlare in cucina e vennero a portare sandwich e birra in salone, mi trovarono a ballare sul tavolo, incitata dalla folla sottostante. J mi caricò su una spalla come un sacco di patate e mi mise a sedere sul divano. Poi, per far smettere i miei lamenti, mentre lo appellavo “guasta-feste” e “scassa-cazzo”, m’infilò la lingua in bocca.
Riusciva sempre a farmi tacere in quel modo, e ormai lo sapeva. Io saltai a cavalcioni su di lui quasi simulando l’atto sessuale e più lui mi dava pacche sul culo per farmi smettere, più io mi dimenavo eccitata.
La mattina seguente mi svegliai nuda nel letto di J, con i soliti mal di testa e memoria resettata.
Passando nel casino del salone, m’infilai in cucina, dove trovai un biglietto su cui era scritto: SONO AL PARCO CON SAM. J.
Dopo aver bevuto un litro di caffè per riprendermi, pensai di raggiungerlo al parco, nonostante mi riuscisse tra le azioni più difficili uscire al mattino e, quando arrivai al parco, solo dopo due giri completi riuscii a individuare J che giocava a calcio con Sam e, già spazientita, mi avvicinai a loro, ma appena vidi la sagoma di D vestita di rosso che scattava fotografie con una macchina professionale ai due, m’innervosii a tal punto che vomitai tutto l’alcol che avevo ingerito la sera precedente su un’aiuola di fiori rossi come il vestito di D.
Nessuno si accorse di me, per cui mi defilai verso casa, dove mi promisi che sarei rimasta finché J non fosse venuto a cercarmi.

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