L’antisuicidio

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Quando una donna, una donna, inizi’a pensare incessantemente, con sincerità e senza sforzo alcuno, in maniera morbos’alla morte, non è detto ch’essa si condurrà in via definitiv’a un inevitabile suicidio del corpo, ma, di sicuro, inalerà quel fetore putrido e stantio fino al soffocamento dei sensi, inghiottendo la lingua e dimenticando la vita sua pregressa e ignorando quella che, inesorabilmente, continu’a scorrerle attorno.
Ingoiata la lingua, non resta che la mano.
Una donna che intensifica la propria essenza quanto più si senta vicina alla morte, ogni giorno un passo avanti, non con l’intenzione di accelerare i tempi, ma con il desiderio di affrontare il declino con consapevolezza, piuttosto dignitosamente.
Avevo gradualmente esclusa ogni forma di vita che potesse distogliermi dalla mia compenetrazione, ogni manifestazione di vita che risultasse oltraggios’alla condizione sofferente di chi si appress’alla morte con passo deciso e testa alta.
Avevo coperti gli specchi per non incorrere nel soffio vitale profuso dalla scintilla dello sguardo.
Avevo saldamente tappate le orecchie con tamponi per non avvertire l’esistenza delle voci e, evitando di cucire le labbra con ago e filo, ingoiavo manciate di terra per arrecare danno alle corde vocali.
Avevo, poi, iniziat’ad avvertire la presenza di fastidiosi noduli all’altezza della carotide, dei quali mi sentii soddisfatta. Non sapevo più che farmene dell’uso della voce, che per troppo tempo si era rivelata misteriosamente dannosa per ogni rapporto sociale che avessi tentato d’intrattenere. Bevevo solo acqua, fumavo tabacco senza preoccuparmi di quanto tempo ancor’avrei potuto tirare avant’in quelle condizioni.
Avev’ormai abbandonata la preoccupazione per il corpo assieme a tutto il resto di paccottiglie di cui potevo fare a meno.
Avevo finalmente raggiunta quella condizione d’isolamento e irragionevolezza cui da sempre avevo ambito, ma non riuscivo ancor’a liberarmi del timore di dover dare conto a qualcuno, chiunque si fosse sentito in diritto di salvarmi senza chiederm’il permesso.
Volevo rimanere da sola con la mia sofferenza, null’altro.
Una delle mie maggiori paure era che, da un momento all’altro, qualcuno avesse potuto prepotentemente varcare la soglia e domandarmi qualcosa, qualsiasi cosa.
– Vuoi mangiare? –
– Come stai? –
Ero sicura che mi si sarebbero sfondat’i timpani a tale forzatura.
Mi faceva ribrezzo quell’affaccendarsi casalingo entro cui si consumava un’intera vita, quell’occultamento sottocutaneo d’intimità perverse, quel frantumars’ininterrotto di volontà e d’istinti.
Della sola gatta non ero riuscit’a disfarmi e, questo, rappresentava certo un rischio perché era una vita che si muoveva osservandomi, per di più con occhivispi, tentando a volte di spronarmi alla mobilità con rauchi mugolii e insistenti contatti fisici, impedendomi, oltretutto, di liberarmi completamente della preoccupazione, in quanto avvertivo un senso di responsabilità nei confronti di quella vita che stavo costringendo con me allo sprofondamento. Eppure, quella forma di vita particolare, non m’infastidiva, tutt’altro avvertivo un’affintà-recondita con quell’essere tanto mansueto quanto spericolato. È credenza popolare assai diffusa che i gatti godano di settevite, alle volte nove. Il motivo che conferisce tale semi-immortalità al felino non è certo biologico, bensì psico-attitudinale e risiede proprio nella determinazione che lo contraddistingue. Il gatto non teme il rischio di sfidare il pericolo che s’interpone tra la sua posizione e l’obiettivo che desidera raggiungere, ma lo avverte come un semplice ostacolo da studiare per raggirarlo. È capace, il gatto, di trascorrere interi giorni nell’osservazione dell’impedimento e, solo quando avrà imparato a conoscerlo, si concederà, impavido, di affrontarlo.
Ciò che avevo in mente di fare, era: osservare la morte da vicino, sfidandola. – Sono qui, vieni a prendermi – dicevo. Non la temevo affatto, né credevo di procurarmela, dandogliela vinta.
Era una sfida tra me e lei, una roulette russa tra una donna-impavida e una morte-naturale.
Era l’ostacolo che si frapponeva tra me e la comprensione.
Dovevo studiarla, da quel momento al suo inevitabile arrivo, per poter raggiungerl’al momento giusto. Perché la morte non è altro che un ostacolo di fronte al quale tutti si arrendono.
Non ero più dispost’ad affrontare la vita in posizione verticale, dovevo sperimentare l’orizzontalità del corpo, osservare da una prospettiva supina.
Leggere, ingoiare, fumare. Azioni necessarie, azioni-non-azioni.
La differenza tra il sonno e la veglia era scandita unicamente dall’alternarsi di sogno e riflessione. Stati mentali, uno inconscio l’altro reattivo.
Per amplificare al massimo le capacità autonome del muscolo cerebrale, avrei sacrificato proprio il corpo.
Sognare, inventare, immaginare, ricordare. Non sono io l’artefice, non mio il merito. Il cervello ha bisogno di essere lasciato in assoluta libertà. Non può essere governato, regolato, costretto se non al prezzo di perderne le migliori qualità.
Durante i primi tre giorni, ininterrottamente dormii.
Volevo immedesimarmi del tutto nella dimensione della morte, adottando una sorta di metodo Stanislavskij estremo: dovevo interpretare un morto continuando a essere viva. Non potendo intervistare alcuno che si trovass’entro quella perniciosa condizione, dovevo sperimentare su di me.
Il primo giorno cadd’in un sonno di piombo: frigida, ferma, fredda.
Quando mi svegliai, fors’era mattina. Non potevo esserne certa poiché mi ero rinchiusa in un buio sepolcrale, né provai ad aprire gli occhi per sbirciare.
Chi v’a dormire augura una buonanotte ai presenti e l’indomani accoglie con un buongiorno gli stessi che ha salutato qualche ora prima.
Una pratica bizzarra.
Con le finestre semprechiuse, in assenza dell’avvicendarsi di buio e luce, gli orologi variamente impostati, non occorre indicare un limite tra un giorno e il successivo, chiamarli per nome, distinguere tra fasti e nefasti. La vita si rivela una sequenza ininterrotta di tempo, un flusso continuo; mi sembra molto più sensato così.
Per sopravvivere a un giorno bastano venticinque ore.
Lo spazio era invaso da orologi a lancette fuori sincrono che incastravano i ritm’in perfette esecuzioni orchestrali, infallibili metronomi subalterni che nella vita-precedente servivano a scandire l’impegno delle giornate (sebbene non teness’il conteggio delle ore), quantomeno per andare a tempo. Andare a tempo, come un esercizio musicale, era una necessità primaria per mantenere un equilibrio mentale.
Quando riuscii a liberarmi delle strutture secondarie, rendendomi conto che non erano affatto primarie, fu molto semplice riconoscermi, pur senza guardare la mia figura riflessa negli specchi chissà da quanto.
Avevo coperti gli specchi grandi, rovesciati quelli piccoli, non capovolti. Gli specchi capovolti continuano a funzionare. Rovesciati verso il muro sono come in punizione. Oggetto sacrilego per i puritani, impudente e tentatore, di specchi ero circondata perché nella vita-precedente li adoravo. Moltiplicano lo spazio, i colori e gli oggetti meglio di quanto abbia potuto fare Gesù Cristo con i soli pani e pesci. Nella non-vita-successiva li detestavo, non quanto i puritani, chiaramente (né quanto i puritani, chiaramente), non per i loro motivi almeno.
Continuando a rotolarmi nel letto, non impiegai molto tempo a riaddormentarmi.
Andai avanti così ancora per due giorni, finché mi resi conto che un sonno-mortale escludeva il ragionamento e la riflessione. Era come abbracciare l’epicureismo e accettare che con la morte finisce tutto.
Dovevo, invece, creare un pot-pourri di filosofie e religioni, mescolare le carte di varie cultur’ed estrarre a sorte le interpretazioni.
Il corpo, nella competizione con la mente, aveva perso miseramente la partita. Era limitato e scontato.
Il nutrimento del corpo non era più necessario data l’inattività cui lo avevo costretto, né si rendeva necessario disfarmi dello stesso, messo fuori combattimento com’era, e non certo per paura dei vermi che lo avrebbero divorato. I batteri si trovano già al suo interno, sono i veri proprietari di questa massa composta di carne, ossa e muscoli. Gli enterobatteri ci accompagnano fin dalla nascita, per cui commette un errore chi sostiene che tutti nasciamo soli. Escherichia, Shigella, Edwardsiella si occupano di tenere in vita l’homo trasformando gli avanzi del cibo in concime, proprio come fanno i lombrichi con l’humus. Chiaramente l’homo ci ha tenuto a chiamarli con i nomi dei rispettivi scopritori, ma non si tratta che di minuscoli, impercettibili e numerosissimi bastoncelli Gram-negativi asporigeni. Io li lascio lavorare all’interno del mio corpo, che a loro serve solo come terreno di coltura per riprodursi e il pensiero che tutta la mia vita-precedente (il lavoro, lo studio, lo svago) fosse stata un diversivo per non sentirmi schiava degli enterobatteri mi costringe in un’autocommiserazione ambigua.
A che serve, allora, il cervello?
Prona sul letto, il busto sporgente all’esterno, prendevo a osservare per lunghe ore il pavimento alla ricerca di volti angosciati che riconoscevo tra i disegni del marmo screziato. Vedevo dovunque occhi. Occhi diabolici perlopiù. La testa parallel’al pavimento, la prominenza del naso a ostacolarmi la visuale. Quando individuavo un occhio indietreggiavo spaventata come se avessi davvero scoperto una presenza che mi osservava, un personaggio dantesco incastonato nei mattoni del mondo terreno a farsi calpestare il volto per l’eternità. Le pene dei peccatori si dovrebbero far scontare in questo mondo in cui c’è sofferenza e cattiveria a sufficienza per patire. Non c’era alcun bisogno d’inventare l’Inferno per dare senso alla dicotomia con il bene. L’homo è cattivo, è il demonio in persona; necessita di leggi umane e divine che limitino la sua cattiveria.
Forse l’interpretazione è opposta.
Forse questa che crediamo essere vita, in realtà, è morte. Siamo già passati tutti dall’altro lato, ci passiamo attraverso le vagine delle nostre madri, che sono già morte, dopo che ci portano per nove mesi nelle tombe delle loro pancegonfie pesanti e lo spruzzo di sperma del padre è una mitragliatrice di proiettili di cui almeno uno è infallibile e letale. Da questa prospettiva i nostri genitori sarebbero gli artefici della nostra morte, piuttosto che donatori di vita, assassini colpevoli di omicidio premeditato, e forse è così anche dall’altra visuale. Allora Dante si sarebbe fatto un giro sulla Terr’a conclusione di un viaggio iniziato dal Paradiso dei vivi, passando attraverso la gestazione del Purgatorio.
Così quadra meglio.
All’Inferno ci finiscono tutti, anche i buoni perché sono finti buoni, si costringono alla bontà. Fanno voto di castità, rinunciano alle ricchezze, si proclamano non-violenti, ma tutti hanno l’istinto di scopare, arricchirsi e odiare.  E non c’è niente di più autentico dell’istinto e non c’è niente di più innaturale della repressione dell’istinto.
Io mi aggiravo nella mia parte d’Inferno provando un certo disagio. Avevo sempre sentito dire che essere sé stessi è la chiave del successo, ma il mio me-stesso mi faceva schifo e paura. Sapevo che, se lo avessi assecondato, avrei fatto solo danni, ma sapevo, anche, di non poter essere un me-altro, così continuavo a spingermi dentro, a fagocitarmi per nascondermi, cercando di diventare migliore.
Era impossibile e scomodo.

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One comment

  1. cydonshred

    Hai colto lo sgomento della dis-finalità dell’esistenza e della labilità di ogni rapporto con gli esistenti, compresi noi stessi. Forse solo chi ha provato, o anche solo immaginato, un processo così intenso di annichilimento e di tentata deprivazione dalla percezione del fluire del reale intero-esteriore può abbozzare un’attribuzione di importanza a essi.

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