“L’inclita lode della Magnificenza vostra, che la vigile fama divulga volando, agisce in vario modo su questi e quelli, così che gli uni esalta nella speranza della propria prosperità, gli altri abbatte nel terrore dello sterminio.”

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Come sarà interpretato, a posteriori, il fenomeno dilagante della scrittura in un’epoca in cui di libri pochi se ne leggevano e troppi se ne scrivevano?
È, forse, la scrittura apparentemente la più accessibile tra le artes?

Nel corso dell’ultimo anno (volendo attenerci al presente più immediato), in Italia si è assistito a:
– un’espansione vertiginosa di corsi di scrittura di ogni tipo e livello
– l’inaugurazione di un talent show (Masterpiece), su una rete nazionale (Rai3) in collaborazione con un grande Editore (Bompiani), in anteprima mondiale volto alla ricerca di scrittori esordienti
– l’uscita in edicola di un corso di scrittura (Scrivere) per principianti (edito da Fabbri editori).
È indubbio che le proposte di mercato difficilmente favoriscano percorsi sperimentali o di propaganda (se mai qualcuno potesse illudersi che Rai, Bompiani, Fabbri editori e i docenti di scrittura, esclusi dalla Pubblica Istruzione per motivi tutt’altro che empirici, stiano tentando un percorso di acculturamento nazionale); al contrario, è ampiamente provato che il mercato segue processi di tendenza già in essere, assecondando la richiesta del pubblico.
A prescindere dall’entità dei singoli fenomeni, la cui novità è già largamente discussa, sorge spontaneo domandarsi: da dove derivi e di che cosa sia indice.
Il discorso attorno al rapporto tra la società moderna e la pratica artistica risulta non poco complesso.
A tal proposito, non si tratterà, in questa sede, del più raffinato aspetto qualitativo, per cui si potrebbe cercare di ridurre la trattazione a tre elementi da prendere in esame limitatamente all’aspetto quantitativo nel seguente modo:
1. quanta sia la produzione artistica
2. quanta risposta generi la produzione artistica
3. quanto l’economia nazionale si interfacci al fenomeno.

Andando per ordine:
l’Italia è proverbialmente il Paese dell’arte che ha dato i natali a eccellenze artistiche, le quali hanno sempre rappresentato motivo di vanto anche per l’italiano più ingrato e miscredente, che si sono distinte per il loro carattere di “eccezionalità” non solo qualitativa ma anche quantitativa. Il motivo è da ricercarsi nella questione economica e si ravvisa uniformemente, fino a un’epoca piuttosto remota, entro due costanti correlate alla produzione artistica da parte di:
– chi potesse permettersi un grado di istruzione di comprovata importanza al fine
– chi, proveniente da bassa estrazione sociale, cercasse finanziamenti necessari quantomeno al sostentamento personale consapevole che “amor ingenii nemimni umquam divitem fecit”.
Al di là dell’opinabile giustizia del fenomeno storico-artistico, ciò ha consentito di seguire l’apporto culturale “nazionale” delineando personalità e tendenze di rilievo e conferendo, così appare, una certa garanzia di qualità alla produzione.
Il fatto che il livello di cultura attuale, negli ultimi cinquant’anni almeno, abbia subito una crescita esponenziale estesa anche ai ceti subalterni potrebbe, quindi, aver influito alla propagazione di una pratica che storicamente aveva mantenuto un certo carattere “elitario”.
Il dato può essere doppiamente interpretato:
– quello italiano è davvero un popolo dotato, per via ereditaria quanto per indole, di una innata e irrefrenabile coscienza artistica
– i livelli di egocentrismo dell’essere umano contemporaneo si sono evoluti smodatamente trovando nell’espressione artistica una foce a delta.
L’esito è del tutto discutibile considerato che perlomeno dall’arte ci si attende una certa irreversibile democrazia, oggi quasi del tutto negata in ogni altro settore (sebbene il nostro Paese si definisca orgogliosamente democratico).
I social network testimoniano la larga diffusione del fenomeno: una media di una persona su tre (statistica mia) gestisce uno spazio multimediale in cui pubblicizza la propria attività artistica, spesso di auto-produzione (meccanismo, anche questo, del tutto nuovo e caratterizzante la nostra epoca dal quale poter ricavare ulteriori considerazioni).

Approvata la quantità della produzione artistica contemporanea e seminato qualche probabile motivo, tralasciando la qualità di questa stessa produzione, sorge spontaneo interrogarsi sul destino, o la destinazione, di tali prodotti.
Già da tempo si discute intorno all’argomento della crisi che ha investito anche, e particolarmente (poiché subita doppiamente: oltre che da quella più generale economica nazionale, anche dall’introduzione dell’e-book che pare sia preferito al tradizionale libro), il settore dell’Editoria, alla quale crisi si accosta un’inspiegabile depotenziamento della lettura in sé da parte di un popolo che tanto rivendica giustizia alla cultura.
È probabile che in questo campo, come in tanti altri già accade, si stia verificando un processo di preferenza al baratto e al riciclaggio nell’ottica dell’attuale urgenza a frenare il consumismo alla rincorsa del risparmio.
Nella maggior parte dei casi quella persona su tre che sponsorizza il proprio prodotto sui social network esaurisce le proprie vendite entro la cerchia dei conoscenti che ne apprezzano entusiasticamente il risultato.
Parrebbe come investire in petrolio nella fase del suo esaurimento.
È significativo valutare il dislivello tra produzione e risposta, a cui si potrebbe rimediare se ogni esordiente sostenesse almeno un collega nella sua stessa condizione. Ma ciò non avviene e a risentirne è il mercato editoriale se non lo scrittore che si cimenta nell’impresa per soddisfazione personale e il più delle volte ricopre una figura professionale altra, per aspirazione o necessità che si voglia.

Presa consapevolezza della circolazione aleatoria della produzione artistica in questione, si consideri il rapporto di questa con il contesto in cui naufraga.
Le dinamiche economiche nazionali dovrebbero muoversi nell’ottica dello sfruttamento delle proprie risorse naturali.
È opinione comune diffusa, e probabilmente a tal punto veritiera, che l’Italia dovrebbe fondare la propria sussistenza su turismo, alimentazione e cultura mentre si ostina a imitare modelli statali ormai consolidati su altre risorse, ognuna connaturata alla propria appartenenza, con i quali il Bel Paese a poco a che vedere.
Una tendenza naturale di simile impatto non dovrebbe essere sottovalutata o soppressa, bisognerebbe, invece, sfruttarla a proprio vantaggio, come insegna un’importante disciplina etico-agricola: il problema è la soluzione.

A prescindere dall’importanza, diversamente valutata, della cultura, il dato centrale a questa sommaria esposizione dei fatti si dimostra poco trascurabile in relazione al contesto a cui si riferisce.
Mentre la Pubblica Istruzione continua a ricevere tagli noncuranti della grande richiesta del popolo italiano nel settore artistico-culturale pubblico e privato nonostante i numerosi impedimenti, c’è da domandarsi quale intuizione abbiano ricavato Rai, Bompiani, Fabbri e i docenti di scrittura dalla portata del fenomeno, dal quale, è ovvio, sperano in buona fede di trarre vantaggio.

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