STORIE DI ROCK’N’ROLL – V. K

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La prima volta che K mi rivolse la parola, ci conoscevamo ormai da due anni.
Aveva terminato la sua esibizione tenendosi stretto il suo ego dietro la porta in ferro che lo separava dalla folla dei fans che vi si accalcava appresso sbavando litri di ammirazione nei suoi confronti.
In passato avevo sentito dire che la maggiore ambizione di K fosse di appartenere alla classe culturale della nazione e, effettivamente, le sue capacità, unite alla caparbia con cui svolgeva il suo mestiere, si rivelavano fulgide combinazioni astrali in suo favore. Io, però, non ci trovavo nulla di culturale nei testi delle sue canzoni e il mio giudizio non era certo infondato, considerato che con la parole ci lavoravo, nell’ottica di un risanamento letterario nazionale. Avevamo pari ambizioni, in fin dei conti, io e K, ma lui dovette sentirsi autorizzato a proclamarsi vincitore per via dei risultati ottenuti, per i quali io avrei dovuto attendere ancora anni di gavetta, da lui già calpestata in funzione della sua età.
Io sono sempre stata convinta che la parte migliore del successo sia la gavetta.
Avrà avuto una quarantina di anni, K, quando riuscì ad affermarsi, ma non credevo che tra me e lui ci fosse una competizione in atto, contrariamente a quanto, invece, mi dimostrò, dicendomi: – Io sono K e lo sarò per sempre. Tu non sei nessuno perché non ho mai sentito parlare di te – nonostante io non avessi mai ostentato di essere una scrittrice.
Gli risposi che la letteratura prevede tempi molto più lunghi e precisi per la celebrazione del proprio talento, ché poi da solo non è sufficiente, oltretutto, per l’affermazione, in quanto va coltivato e levigato con cura e dedizione. Non avevo alcuna fretta, io, di dimostrare quanto valessi. Ci tenevo alla Letteratura più della mia stessa reputazione, per cui intendevo apportare il mio contributo solo quando mi fossi sentita all’altezza.
Guardandomi dall’alto della sua statuaria impostazione, K mi intimò: – Hai quest’aria da artista che non ti si addice affatto. Credi che scoparti il mio batterista ti servirà a inserirti in un mondo che non ti appartiene? –
– Che posso farci se mi sono innamorata del batterista che suona nel gruppo in cui tu canti? –
– Puoi darla via quanto vuoi. Voglio vederti tra dieci anni, con il tuo corpo decadente, non ti sarà più possibile –
– È un consiglio o una critica?
– Se sei intelligente, riuscirai a capirlo da te –
Mettere alla prova la mia intelligenza evidenziava tutta la sua insicurezza. Tuttavia, non riuscivo a comprendere il motivo dell’astio che provasse nei miei confronti.
Io non gli avevo mai rivolto la parola perché andavo ai concerti solo per poter vedere S, non certo per superbia.
Ma, infondo, per via della curiosità di conoscere che impressione suscitassi nella gente, restai volentieri a farmi insultare da quell’uomo altezzoso.
– Siamo pieni di pseudo-artisti come te, che non sono all’altezza del ruolo –
– Io non mi sento affatto un’artista. Io svolgo il mio mestiere nel miglior modo possibile. Di più non posso fare. Posso solo augurarmi di diventare una brava scrittrice. Essere artisti è tutt’altra cosa –
Quando, poi, K mise arditamente sotto sforzo la mia pazienza esprimendo la sua intenzione di allontanare S da me, mi si acuirono talmente gli aculei che dovetti allontanarmi per non sfoggiare le mie armi difensive.
Lasciai sbattere la porta in ferro alle mie spalle dirigendomi verso il bagno, dove vomitai tutta la rabbia accumulata perdonando la sua cattiveria.
K non era malvagio, tutto sommato, pensai. Aveva sviluppato quell’insolenza per accrescere la propria auto-stima, ma avrebbe anche potuto farne a meno.
La prima volta che io e K ci eravamo incontrati, del resto, mi ero subita resa conto della sua ostinata intrusione tra me e S quando, apparendo dalle quinte del palco dismesso, aveva calpestato la traiettoria intrecciata dei nostri sguardi con una falcata ampia e decisa.
Io lo avevo accolto comunque volentieri entro il mio spazio vitale porgendogli la mano destra e ossequi annessi, ai quali lui aveva reagito con evidente falsa modestia nel dichiararsi un comune mortale, e che lo fosse o meno non aveva importanza quanto più il suo aspetto divino parlasse per lui.
Cercava un anello sul palco, pareva fosse importante giacché non si abbandonò alla rassegnazione, e aveva continuato a rondare sulla corteccia del ring assistendo all’intimità manifesta dei discorsi cui io e S ci eravamo concessi in sua presenza finché, in un momento in cui io avevo distolto discretamente l’attenzione dallo sguardo ceruleo di S, avevo notato che K si era infilato una mano nella tasca degli ampi pantaloni circensi che indossava, prima di genuflettersi annunciando: – Trovato, trovato, trovato – e, osservando poi l’anello in controluce, lo aveva strofinato contro il petto come un frutto da addentare e, fatto scivolare lungo le sezioni del dito anulare, gli aveva restituito, soddisfatto, la sua collocazione.
Quindi, aveva spezzato nuovamente il legaccio tra me e S ed era sparito nel nero pece intimando all’amico di darsi una mossa.
Diedi adito alle insinuazioni di K facendomi portare in albergo da S, scegliendo di agevolare i miei istinti e concedendogli di rivolgermi sguardi di disapprovazione.
Io amavo S.
Non lo consideravo il batterista di un gruppo di successo conclamato.
S era l’uomo che avevo scelto per la vita.
Per il tono mite.
Per l’aria dimessa.
Per la devozione letteraria.
Per i modi gentili.
Per la sregolatezza.
Per la modestia.
Per lo sguardo tenue.
Per l’aspetto opaco.
Per il rifiuto delle convenzioni.
Per l’audacia dei suoi successi.
Per la sincerità.
Per l’amore che provava per me.
Fino a quella sera.
La maledizione di K prese forma di serpente insinuandosi tra i nostri corpi accaldati quando S mi morse il clitoride e io lo respinsi sferrandogli un calcio in pieno sterno.
Dopo essersi piegato in due, S si alzò delicatamente e iniziò a raccogliere i propri vestiti in silenzio.
– Dove vai? –
– Scusami, sono ubriaco. Non ce la faccio –
– Ma che fai? Vieni qui –
– No, davvero. Lasciami stare. Devo prendere un po’ d’aria. Non ce la faccio. Non l’avrei mai fatto –
– Non puoi andartene. Io sono venuta qui per stare con te –
Non aggiunse altro e abbandonò la stanza lasciandomi immersa nel sangue che si espandeva sul lenzuolo bianco, alla vista del quale svenni, risvegliandomi, poi, che S era già partito appresso a K vincitore.

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