INTUS FLERE

Immagine

 

C’eri tu e c’ero io.

C’era un plotone di gente, invisibile, silenziosa, al nostro cospetto.

C’era una città che non era nostra, ma che ci accolse premurosamente, favorendo il nostro incontro.

C’era il cielo e c’erano le stelle, tutte, c’era la luna tutta illuminata, anche sul lato oscuro, e c’era il mare e la montagna.

C’era la grancassa che mi bussava allo stomaco, c’erano gli occhi miei ipnotizzati dalle tue mani in sessantaquattresimi e c’era il rituale in cui tu, solitario, scomponi e conservi le tue protesi tribali, nel quale io ti avrei accompagnato per sempre, iniziando da quel momento in cui c’era il pedale che ti agevolai.

C’ero io che ballavo come una forsennata Tomorrow never knows seguendo ogni tuo movimento e c’eri tu che improvvisamente mi ballavi accanto fissando i miei scarponi per non farti calpestare.

C’era il dj che passava gli Smiths.

C’era una folla che non vedevo e c’era il fotografo di sala che mi aveva appena dichiarato il suo amore che mi immortalò in uno scatto fantasmatico.

C’era il tuo orecchio da avvicinare alla mia voce, c’era l’odore da verificare. Era quello giusto. Eri tu.

C’era la fretta dei tuoi compagni di andarsene e c’era il nostro desiderio di saperci.

C’era la mia spudoratezza di invitarti a dormire insieme e c’era il fotografo che quasi piangeva a vedermi gioire.

C’erano i numeri di telefono da scambiare e c’erano ancora i nomi da scoprire. Era quello giusto. Eri tu.

C’era la tua smania di baciarmi prima di andare e il timore di non rivedersi più, ma c’era la mia parola d’onore e la tua fiducia immediata.

C’era l’automobile con cui venni a prenderti, la promessa mantenuta e la tua incredulità irrefrenabile.

C’era una casa, ce n’erano due anzi, una piena e una vuota, che noi subito riempimmo colonizzandola. Eravamo già un plurale. Eravamo noi.

C’era un cane di piccola taglia che ci saltava addosso per richiamare l’attenzione, ma c’erano i nostri occhi che compenetravano irrimediabilmente.

C’erano fiumi di parole che volevano parlare, ma furono messe a tacere dal tuo scatto felino sulle mie labbra mobili.

C’era un divano, ma c’era anche un pavimento.

C’era il tuo corpo nudo sul mio corpo nudo sul divano e poi sul pavimento.

C’era lo stupore, la meraviglia, l’ammirazione.

C’era un concorso di bellezza dal quale uscimmo ex equo vincitori.

C’erano ansimi in crescendo culminanti in un allegro finalmente troppo e c’era lo sfinimento.

C’erano le vite da raccontare, c’era il sole che stava sorgendo che non si poteva impedire.

C’erano gli alberi di limone da ammirare, c’erano gli uccelli appesi in cielo, c’erano le tartarughe di terra che si allungavano al calore.

C’era la tempia da adagiare sul petto e c’era la tua veglia al mio placido dormire.

C’era L’insostenibile leggerezza dell’essere da rievocare.

C’era la tua partenza al risveglio, c’era la Pasqua di mezzo, ma tu dovevi andare.

C’era la strada da percorrere assieme, c’era il sole che calava a picco sui nostri corpi facendoli tutt’uno con le ombre.

C’era la tristezza e la rassegnazione.

C’era la separazione dei corpi, ma non delle anime e c’era un addio carico di speranza di sbagliarsi.

Non c’eri più tu e non c’ero più io.

C’eravamo noi.

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