VANIA

Lepre

Il brodo defluiva dagli angoli delle labbra anemiche, l’odore di cavolo verza aveva riempito lo spazio dell’angusta sala da pranzo dalle finestre spalancate, Alberto non distoglieva lo sguardo dal televisore che trasmetteva i quarti di finale dei campionati mondiali di calcio.

Rosalba già lavava le stoviglie e Alberto alzava il volume a ogni rimessa laterale.
La percussione di un pugno sulla tavola imbandita pareggiò in battuta il colpo di nocche di Julio Cesar, facendo catapultare dal cucchiaio, inzuppato nella torbida brodaglia, una polpetta di macinato che atterrò, senza rimbalzare, tra i piedi asessuati di Rosalba, la quale in quel momento si trovava a passare alla sinistra del marito per rimpinguare la cesta del pane. La donna si chinò per raccogliere la polpetta dal pavimento; la avvolse in un tovagliolo e la infilò nella tasca anteriore del grembiule a fantasia floreale, su cui si ripulì le mani con la solerzia di una scopa.
– Che ti conservi gli avanzi? –
– La do a Vania –
– Non gli dare niente a Vania, c’ha la pancia troppo piena –
– La conservo per domani –
– Ho detto: non gli dare niente –
– E che faccio? La butto? È peccato –
– Se è peccato, mangiatela tu –
– Ti farei restare a te senza mangiare –
– Io senza mangiare non ci resto, tranquilla! Le vedi queste mani? –
La donna si inturgidì. Alberto spinse la sedia verso dietro facendo leva sui talloni, distese le gambe e le divaricò. Trascinò sulla tovaglia il vassoio contenente la lepre tranciata e ne svuotò il contenuto sul pavimento, dinanzi a sé.
– Non hai mangiato niente. L’ho scannata per te ‘sta bestia –
– Non ho fame –
– Vieni qua. Raccogli –
– Raccoglitelo tu –
– Ho detto: raccogli che te lo faccio mangiare –
Appena Rosalba si prostrò ai piedi di Alberto, quello la accalappiò con il gancio di una gamba, bloccandola per i fianchi.
– Raccogli –
Una mano le afferrò i capelli sulla nuca, l’altra prese a tastare il cavallo dei pantaloni.
– Vedi che sei brava. Vieni qua –
Una mano avvicinò la testa della donna al bacino, l’altra si adoperò a sganciare la cintura.
– C’hai fame? –
– Non ho fame –
– E dai che ce l’hai un po’ di fame! –
Una mano afferrò la mascella della donna, l’altra estrasse il membro mezzo stordito dalle mutande.
– Vedi che ti do –
Rosalba, inginocchiata sui residui di lepre cremosa, afferrò timidamente il muscolo in una mano e, trattolo a sé, si mise ad annusarlo freneticamente.
Più la mano di Alberto premeva sul cranio di Rosalba, più quella di Rosalba strizzava il membro nel pugno, su cui l’uomo sputò un laghetto di saliva ingiallita.
– Mangia, Rosa-
La donna eseguì l’ordine mollando la presa e il membro scomparve dentro di lei, risucchiato da un morbido amplesso.
– Lo vedi che hai fame? Brava, mangia tutto. Sei stata brava –
La punizione si concluse con un goal a pallonetto che fece esultare l’uomo in un urlo di compiacimento.
Vania sollevò le orecchie interrompendo l’eccitamento della lingua appesa tra i denti.
All’interno della cella era sempre notte fonda, lo spazio ridotto impediva anche il minimo movimento del corpo. Diresse lo sguardo verso l’unica fessura da cui trapelasse luce e ossigeno. Prese a guaire.
Per i successivi tre giorni non udì alcun rumore provenire dall’esterno.
Quella mattina, Alberto l’aveva fatta saltare direttamente dalla cella al cofano dell’automobile, rivolgendole soltanto un fischio acuto.
Vania si era messa a scodinzolare dimenandosi nello spazio della vettura che le pareva un salotto, la vescica le premeva gonfia sulle zampe posteriori, ingoiava il vento che si insinuava dai finestrini abbassati. Alberto, ogni tanto, le urlava di starsene seduta agitando un braccio come a scacciare un moscone, mentre Vania osservava il paesaggio che le scorreva ai lati desiderando di raggiungerlo.
Quando l’uomo ebbe aperto il portale del cofano, Vania non aveva aspettato il segnale per scendere e si era lanciata fuori sfrecciando tra l’erba alta.
– Piscia, piscia che ora ti faccio scappare io! –
Alberto armeggiava all’interno dell’auto preparando la sua attrezzatura, poi, sistemato un colpo in canna, aveva sparato al cielo per prova. Vania si era immobilizzata ritraendo una zampa anteriore.
– Vediamo che mi fai mangiare stasera, dai! –
Scansava abilmente gli alberi che si proiettavano verso il sole in lunghe punte rinsecchite; quando una pigna, scricchiolando, le era crollata sulla testa, Vania, intimorita, si era schiacciata sulla terra umida.
– Ti prendi paura pure della tua ombra. Vieni qua! –
Si distraeva tra l’erba annusando ogni centimetro di terra, si fermava a masticare ciuffi di erba, si rotolava al suolo strofinandovi sopra il muso appuntito.
Alberto, nel frattempo, si addentrava nella boscaglia a grandi falcate, richiamandola di tanto in tanto.
Si affiancava all’uomo cercando tramite il muso un contatto con la mano, che quello nervosamente ritraeva.
I raggi del sole filtravano attraverso i fitti rami degli alberi, qualche uccello si udiva starnazzare solo in lontananza.
Improvvisamente, Vania si era bloccata su tre zampe tendendo il collo.
– Brava. Che hai visto? –
Alberto si era messo a scrutare tra le piante muovendosi lentamente in un silenzio ancestrale. Allineato il fucile ad altezza d’occhio, appena ebbe visto un corpo in movimento, aveva sparato una serie di colpi di seguito, allo scoppio dei quali Vania si era lanciata in corsa verso l’obiettivo.
L’inseguimento era stato una corsa a ostacoli esaltante.
La lepre correva e Vania correva, la lepre saltava e Vania saltava, Alberto si gustava la scena dall’ombra sparando colpi alla rinfusa e urlando contro il cane, che ormai aveva raggiunto la preda e ancora non la afferrava. Quando poi Vania, di fronte alla lepre, aveva iniziato a ringhiare scodinzolando, Alberto aveva preso ad avanzare rapidamente e, con un colpo di precisione, aveva atterrato l’animale. Vania, sollevatasi, aveva guardato l’uomo prima e poi la lepre, le si era stesa accanto e aveva iniziato a leccarla sul foro prodotto dal proiettile.
– Che fai? Neanche me la porti! –
Alberto si era diretto stizzito verso gli animali e, sferrato un calcio nel ventre del cane, aveva raccolto la lepre dalle orecchie.
– A che cazzo mi servi? Fila in macchina! –
Quando, tre giorni dopo, la porta della cella si aprì, un uomo dalla voce ansiosa si piegò su Vania, incitandola a uscire.
C’era una grande mobilitazione là fuori, gente mai vista prima, macchine con gli sportelli aperti, un mezzo lampeggiante fu parcheggiato davanti la porta di casa.
Il corpo di Rosalba giaceva esanime su una barella trasportata da due uomini in divisa arancione.
Vania fu condotta nell’appartamento dell’uomo dalla voce ansiosa, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni.

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