INCONVENIENTI A UNA PROPOSTA DI LAVORO CON LIETO FINE (FORSE) PER COMPASSIONE

articolo-etna1

– Un certo Vasilis ti sta aspettando.
Sto parlando con te.
Pronto? Mi senti? –
– Che razza di nome è Vasilis? –
– Allora mi senti! Perché non rispondi subito? –
– Perché non ci sono –
– Smettila. Ti detesto quando fai così –
– Mi detesti perché cerchi di parlare con una persona che non c’è. Come quelli che invocano gli spiriti e poi si spaventano se si manifestano –
– Sei insopportabile. Davvero. Mi domando come mai in questo momento non mi trovo a Tenerife con mia sorella, invece di starmene a Roma a parlare con un fantasma antipatico –
– Ecco, brava. Domandatelo. E poi ricordati di farmi sapere la risposta. Con una cartolina, magari –
– Ma vattene a fanculo, Giorgio! –
Gloria entrò nella camera da letto e si mise a fare un gran baccano sbattendo oggetti a destra e a manca. Lo aveva fatto già talmente tante volte che oramai Giorgio riusciva a figurarsela pur restandosene seduto nel suo studio.
La vedeva spalancare l’armadio e scaraventare tutti i vestiti alla rinfusa sul letto, scegliere quelli più attillati, indossarne uno e ammucchiare i restanti nel borsone con gli inserti in finto oro che usava per andare in palestra, dopo aver svuotato la biancheria ancora sudaticcia sul guanciale di Giorgio.
La vedeva specchiarsi nell’anta dell’armadio, nella testiera del comò, nel vetro della porta-finestra ogni volta che vi passava davanti, rovesciando il verso dei capelli che le coprivano il volto.
La vedeva mordicchiarsi l’angolo destro del labbro inferiore e colpire gli oggetti di Giorgio con disprezzo, distruggerli, qualora fosse stata lei a regalarglieli.
La vedeva, infine, affrettarsi nel corridoio verso la sala da pranzo, vestita come una prostituta, scrivere un biglietto piegata sul tavolo e scappare fuori dalla porta d’ingresso con il borsone agganciato al gomito.
Una volta, in seguito a un litigio – si erano appena riappacificati con una scopata, si abbracciavano nel letto – Giorgio aveva domandato a Gloria se non aspettasse altro che litigassero per andare a divertirsi. Non ci fu bisogno che Giorgio immaginasse la scena della fuga di Gloria, in quella occasione. Rimase immobile nel letto a farsi ricoprire d’insulti e vestiti, consapevole del fatto che una donna, soprattutto se si tratta di Gloria, quando fa così vuole essere fermata ma, se si prova a fermarla, quella inizia a dare di matto rivendicando il proprio diritto di essere libera di fare ciò che le pare e, se glielo si impedisce, finisce male.
La protagonista femminile del fumetto di Giorgio si chiamava Oria ed era palesemente ispirata a Gloria, se non altro per il nome, però Gloria non lo aveva mai capito, fondamentalmente perché non aveva mai letto neppure un episodio per intero, anche se con gli amici si vantava di sapere ogni cosa, ripetendo ciò che sentiva dire a Giorgio quando ne parlava.
Giorgio aspettò che Gloria rientrasse a prendere qualcosa che aveva sicuramente dimenticato, andandosene poi definitivamente, prima di spingere verso dietro le ruote della sedia e farle scivolare fino alla sala da pranzo, dove trovò un uomo dai baffetti allegri affacciato alla finestra.
– Buongiorno. Sono Vasilis Torba –
– Allora esiste davvero –
– Mi dispiace per quello che è successo. Non vorrei essere stato la causa –
– Ah, non si preoccupi. Lei non c’entra. Ma, non ha lasciato niente? –
– Chi? –
– Gloria. Non ha scritto un biglietto, qualcosa? –
– No. Non lo so. Non credo –
– Tralasciamo questioni religiose, la prego –
– Religiose? –
– Ma che vi prende a tutti? Nessuno ride più alle battute? Insomma, ha lasciato detto qualcosa? –
– Chi? –
– Gloria! E chi se no! –
– No, no. Senta: io non ho nessuna intenzione di essere messo in mezzo a questa storia. Io sono qui per … –
– Allora qualcosa sa. Mi dica –
– Non so nulla. Davvero –
– Senta, Vasilis: ma le pare il caso di entrare così intimamente in casa delle persone e poi non voler essere coinvolto? Come quelli che invocano gli spiriti e poi si spaventano se si manifestano –
– Ma fa sempre lo stesso esempio? –
– Ma che fa, origlia? –
– Ma che origlio! Se era nella stanza accanto! –
– Io non mi fido di lei, Vasilis. Qualunque sia il motivo della sua visita –
– Ah, non si fida? –
– No, non mi fido –
– Neanche se avessi voluto proporle un contratto quinquennale con la Rizzelli? –
– Neanche se mi avesse proposto … Ma perché, lei chi è? –
– Eh, sono Vasilis Torba –
– Ho capito: Vasilis Torba. Ma che fa? –
– Volevo parlare di lavoro. Se ci sediamo un attimo, discutiamo con calma –
– E chi si alza più da qua, ormai! Sono vent’anni che ci sto seduto –
– Mi perdoni, signor Bocci! La prego, mi perdoni! È stato involontario. Non intendevo assolutamente … –
– Ma come? Una volta che le era uscita una battuta decente! Ma, comunque, Vasilis Torba … Ma qual è il cognome? –
– Torba è il cognome. Torba –
– E no, perché sa, mi scusi, ma è la prima volta che sento questo nome –
– Immagino. Non è molto diffuso –
– Lo vede? Ma che vuol dire? Cioè: da dove viene? –
– Mio nonno si … È un nome di famiglia. Lasci perdere. Senta, Bocci, vogliamo parlare di affari o cosa? –
– Cosa –
– Cosa? Guardi, non ho tempo da perdere, le assicuro. Ho altri cinque appuntamenti da sbrigare entro l’una dopo di lei. Le interessa ascoltarmi? Mi dica. Altrimenti tolgo il disturbo –
– No, ma quale disturbo, Vasì. È un periodaccio, mi devi scusare. Ma lo sai che significa stare seduto su questo pezzo di ferro tutto il giorno? E menomale che faccio il lavoro che faccio, se no sai che tortura? Tutto il giorno ad aspettare Gloria che mi aiuta a fare questo e quello. No, ma noi ci amiamo, Vasì. Ora non pensare che hai visto quello che hai visto e vuol dire chissà ché. È che non è facile ‘sta vita, sa? Io la capisco Gloria, poveraccia. Ma tanto poi facciamo pace. E poi, il lavoro è lavoro. Dimmi un po’ –

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