Simina

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L’aprì. Un’incisione di sillaba rosea. E perchè mai rosa? Le pareva, piuttosto, una sfumatura di verde tendente al porpora, come di foglie di vite cangianti.

Come gheriglio irrimediabile, squarciandola al mezzo, l’aprì.

L’imperturbabile Simina.

Se piegava il mento al petto, poteva, ora, osservare i polmoni espandersi. E doveva attendere prolungati istanti prima che si contraessero, spugnosi di bruma.

Poteva, se sporgeva l’orecchio oltre la spalla, udire uno scalpitio incantevole sulle pareti gastriche. E, se allungava il collo, poteva anche osservarne il moto dirompente.

Simina l’impenetrabile.

Mai si era concessa un lascito, un riverbero dell’emozione rifratta. Eppure, quando Edoardo l’aveva sposata – quando lei aveva sposato Edoardo – si era promesso amore, e amore eterno! Ed era stata in grado, per sette anni, Simina, di accoglierlo e donarlo, quell’amore firmato, pur senza avvertirlo.

Elio, invece, non contrattò sulla corrispondenza del suo sentimento. Lo pose lì, su una lettiga di foglie di vite cangianti e lo abbandonò all’incuria delle intemperie.

Simina lo aveva osservato, per diversi giorni, da vicino con occhi assolati e respiro contratto; aggirato con braccia conserte e indice indagatore sul mento; finto di ignorarlo mostrandogli le spalle per poi voltarsi inaspettatamente sperando di trovarlo fuggito. Ma quello era sempre lì, stabile e ostentato, a sua disposizione. Non c’era verso di disfarsene.

Per Elio doveva trattarsi di una questione di tempo. Una lunga riflessione aveva preceduto l’estasi di quel riconoscimento. E comprendeva – argutamente – che anche a Simina sarebbe occorsa la medesima interruzione, se non maggiorata di femminilità. Per di più, anche qualora lo avesse respinto, egli era certo che lo avrebbe fatto per motivi di rimbalzo, pur dopo averlo accolto. Tanto valeva, a quel punto, regalarlelo.

Simina si era recata al parco, Fosco al seguito, zoppicante su quattro bastoni. Seduta presso la panchina gialla, aveva aperto il libro e subito lo aveva depositato sul piano delle cosce appaiate. Fosco stazionava ai suoi piedi. Che senso poteva avere più, leggere, se Fosco non correva in mezzo agli alberi? Prelevò un ramo secco conficcato nella terra e lo lanciò in direzione del lago, incitando il cane a riportarlelo. Fosco sollevò appena la fessura delle orecchie e rivolse uno sguardo incredulo, di sbieco, alla padrona. Simina ricacciò il libro nella stretta borsa e si alzò, stirnadosi la gonna sulle cosce. Si avviò verso la riva del lago, cercando con lo sguardo al suolo il ramo secco. Si accovacciò tastando il terreno. Fosco annusava lentamente ogni zolla già pressata dalla sua mano. Non trovandolo, pianse. La voce affilata di Elio la colpì alle spalle.

– Non vieni più tanto spesso qui? –

– E che ci vengo a fare? –

– Qualche volta ci sei venuta per incontrarmi –

– Ormai Fosco non corre più. Guardalo. –

– Qualche volta, portare Fosco al parco era una scusa per incontrarmi –

Le offrì una mano per sollevarsi. Simina lo abbracciò e pianse forte sul suo petto. Se non fosse stato che il pianto comporta struggimento, Elio avrebbe desiderato che Simina non smettesse mai di lacrimare, così vicino al suo cuore. Asciugandosi le lacrime, si scusò, allontanato il capo dal busto dell’uomo, mentre il corpo vi rimase avvinghiato, pur avendolo, quello, liberato. La guardava dall’alto, le braccia lungo i fianchi. Simina era una fitta trama di ragnatela. Sospinta da una folata, lo avvolse con ali di colla. Ai loro piedi, Fosco si era addormentato.

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