L’ANTISUICIDIO – PARTE SECONDA

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Per il mio suicidio voglio essere bellissima.

Andrò a fare una doccia, innanzitutto. Non c’è acqua calda, lo avevo dimenticato. Vivo in una condizione di povertà che mi sta logorando lentamente, non per questo senza voracità. Decido di lavarmi ugulamente. Domani la situazione non sarà cambiata. Rischierò, al limite, un malanno. Mi spoglio velocemente, per non dare al freddo il tempo di farsi avvertire. Fa freddo. La finestra è un perimetro di spifferi. Entro nella doccia che il piatto in ceramica è più caldo dell’aria. Inarco i piedi per entrarci in contatto il meno possibile. Non se ne accorgerà nessuno che morirò. Piangeranno, a notizia ricevuta, ma dal giorno dopo torneranno alle loro vite affannate. Il getto dell’acqua è potente quanto ghiacciato. Riesco a bagnarmi solo i piedi. Sulla pelle di tutto il corpo compaiono puntini rialzati. Che sarà mai, cospargersi di acqua fredda? Provo a risalire lungo le cosce, ma non riesco a oltrepassare la soglia dell’inguine. È bene che mi abitui, al freddo. Cerco di scegliere la posizione migliore per soffrire meno possibile. Chino il capo, disposto all’abluzione. I capelli vengono appesantiti dall’acqua. Non è così grave. La schiena, però, continua a non accettare il getto gelido. Deve essere la parte più sensibile del corpo. Desiderare la morte non vuol dire andare a braccetto con la sofferenza. Tutt’altro. Riesco a insaponarmi, rendendomi conto che il risciacquo sarà la fase più complessa. Lo pratico sommariamente: un po’ di schiuma residua non creerà problemi. Odio la presenza dello specchio nel bagno. Evito il mio sguardo. Ma devo truccarmi, pettinarmi. Voglio essere bellissima, per il mio suicidio. Incappucciata nell’accappatoio, cerco di osservarmi soltanto nel riflesso di singole sezioni. Annerisco lo sguardo, sfumo i lineamenti. I capelli, torneranno in forma da sé. I vestiti sono pronti sul copri-water: ho scelto una divisa nera, al di là di associazioni cromatiche luttuose. Per una questione di neutralità, indosso il nero. Osservo il mio corpo ingabbiato nello specchio. Sono bellissima. Me ne ricorderò da vecchia. Ma non serve a nulla. Avrei preferito, anzi, nascere dentro una immagine ripugnante, piuttosto che l’inverso. Addolcisco le labbra con una dose di saliva. Ottengo l’effetto opposto. Appena incontro il mio sguardo, corro via. Ora ho caldo. Devo evacuare. La cucina puzza di animali morti. Vorrei poter sfamare con la mia stessa carne. Che miseria! Una mente torbida dentro un corpo illustre. Devo scappare. Ma è dal mio corpo che voglio fuggire. Mi arrischio oltre la soglia: dove vado? Cammino. Il terreno è sdrucciolevole, l’aria è umida, i rumori si perpetuano. Non voglio saperlo. Voglio essere dentro di me, senza avvertimenti, né prescrizioni. Mi accascio in un vicolo cieco. Cerco il buio, il silenzio.

Dov’è la morte?

Mi culla come un infante. È l’unica in grado di amarmi. Ho bisogno di un foglio e una matita, per annotare le mie divagazioni. Scavo nella borsa. Trovo solo la matita. Che sventura! Quale vergogna! Portarsi al suicidio senza neanche un quaderno su cui appuntare i più importanti stati d’animo di una vita! Non merito di morire. Scavo ulteriormente. Trovo un cartoccio indolenzito. Devo scriverne. Non posso farne a meno. Com’è che ci si toglie la vita? Carta straccia. Quale miglior supporto? Avrei potuto raggelarmi nella doccia, oltrepassare l’ostacolo del balcone, incidermi con il temperino. Non si muore così. La morte è una cosa seria. Va affrontata con dignità. È il momento più importante della nostra vita. Annoto tutto meticolosamente sul cartoccio, seppure senza luce, a intuito. Nulla mi è risultato più semplice e naturale, in tutta la mia vita, che scrivere. Scrivo che non ho amore né odio; scrivo che non ho paura né coraggio; scrivo che non mi sta bene l’accettazione né la disobbedienza. Non possiedo nulla. A che, vivere? Ne scaturisce una dissertazione su quanto la vita sia ignobile e magnanima la morte. Scrivo talmente tanto che il cartoccio non può più contenermi. Ma devo scrivere che la vita non mi molla e io non so come fuggire. Torno a casa in un impeto di baldanza. Devo scrivere: ancora una volta, la scrittura mi ha impedito il suicidio.

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