LETTERA RITROVATA AD UN AMORE PERDUTO

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Ti scrivo,

giacché l’idea che tu mi legga, mi eccita notevolmente.

La voce tonda che riproduce nella sua sola mente le mie parole intrinseche; le nocche delle dita flesse agganciate alla mia pagina, tessuto epiteliale condiviso; le pupille mobili con andamento bustrofedico, fluttuanti sulla mia china.

Scriverei un infinito poema modellato sulle tue preferenze letterarie, solamente al fine di far permeare tali effetti nella tua persona.

Per quale motivo dovrei desiderare le tue mani, che pure tanto bramo, sul mio schermatico corpo, quando possono andare ben oltre? Ti lascio entrare.

Qualcuno sostiene che le lettere siano una mascherata per vili. Io, ritengo che non esista forma più confidenzialmente intima dell’epistola.

La vita mi vuole, neanche fossi indispensabile al suo svolgimento, nonostante io la sdegni oltremodo, fino a oltraggiarla.

Non ho credenze, né spiritualità, diffido dalle ideologie e mi nutro di contemplazione. Da me stessa, per me stessa.

La mia unica via di fuga è l’annullamento. Io non esisto, se non in una ancora incompleta rappresentazione anagrafica. E non avverto possedere la vita, al contrario, appartengo a essa tramite un patto di non aggressione: a lei il corpo, a me la mente. Poco altro resta da spartire; qualcosa di cui non mi curo, giacché mi sento infelice, infelice come chi la felicità non ha idea di cosa sia e non la cerca, né si aspetta che un giorno qualsiasi possa presentarsi sotto una forma inaspettata.

Per quale motivo dovrei, io, essere felice? Non esiste contatto umano a cui interessi realmente il mio benessere, tantomeno io desidererei essere amata in una maniera così compromettente.

Cos’è, dunque, questo amore che si perseguita? Una faccia della felicità, un’impronta forse. Ebbene, non m’interessa affatto. Io potrei averlo, sì certo, e gioire della nostra felicità condivisa. È, forse, questo? Un pensiero nobile! Ma quanto si perpetua? Non può essere perenne, no di certo. Ne usufruisce chi si accontenta di una felicità accessibile.

Esiste una dimensione, nella vita, cosparsa di soddisfacimenti nevralgici. Colui che aspira alla perfezione, non può che ambire al vertice.

È mia, questa vita. Ne sono gelosa. Non intendo condividerla con nessuno, giacché ne perderei gran parte. Questo fa, forse, di me, un’egoista? Al contrario: io voglio che ognuno viva la sua, di vita.

E ti amo, per la tua pura essenza. Libera, ascetica. Ti amo a tal punto che non potrei desiderare in nessun modo di alterare anche una sola componente del tuo essere amabile. So che mi vuoi. Questo mi basta. Se tu non mi volessi, tutto crollerebbe, anche se le condizioni restassero le stesse. Non ci possediamo. E allora? Ci amiamo. Mi pare molto più notevole.

Resta te stesso: nessuna gioia potrebbe nutrirmi maggiormente.

Quando ci incontreremo, tu sarai tu e io sarò io, nuovamente congiunti, perennemente separati.

Non è, forse, questo, amore?

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