HENRY FIELDING – Tom Jones

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LIBRO PRIMO

Capitolo primo

Introduzione all’opera, ossia “menu” del festino

Un autore dovrebbe considerarsi, non come un signore che dà un banchetto privato o di beneficenza, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, si sa, chi offre il banchetto sceglie lui i cibi, e anche se sono poco attraenti o affatto sgradevoli al palato dei commensali questi non debbono trovar nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di far mostra d’approvare e lodare tutto quel che viene loro messo dinanzi. Il contrario accade col padrone d’un ristorante. La gente che paga quel che mangia esige d’accontentare il proprio palato per quanto delicato e capriccioso esso sia; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare, insultare e mandare al diavolo, pranzo ed oste senza complimenti. È per questo che un oste onesto e ben intenzionato, per non incorrere nel pericolo d’offendere gli avventori con delusioni di quella specie, presenta il menu, che tutte le persone possono consultare appena entrano nel ristorante, e così, vedendo quel che possono chiedere, ci si fermeranno oppure se ne andranno altrove, dove possan trovare un trattamento di loro gusto.

Poiché noi non sdegnamo di prendere a prestito spirito o saggezza da chiunque ce ne possa fornire, abbiamo condisceso a prendere lo spunto da quei bravi osti, e prefiggiamo al nostro intero banchetto, non soltanto un menu generale, ma anche dei menu particolari per ogni portata che verrà servita in questo e nei prossimi volumi.

La provvista, dunque, che noi qui abbiam fatta, non è altro che la Natura Umana. Sono sicuro che il mio ragionevole lettore, per quanto raffinato nel gusto, non resterà sorpreso, né troverà a ridire né si offenderà perché menziono un solo articolo. La tartaruga, – come il consigliere comunale di Bristol, assai dotto in culinaria, sa per lunga esperienza – contiene, oltre alle deliziose sostanze gelatinose che secerne sotto la sua corazza, molte diverse qualità di cibi: similmente il dotto lettore non lo può ignorare, e, nella umana natura sotto questa singola denominazione generica c’è una varietà così prodigiosa, che un cuoco esaurirà tutte le svariate specie di cibi animali e vegetali prima che un autore possa esaurire un soggetto così vasto.

Forse i piú raffinati faranno l’obbiezione che questo è un piatto troppo comune e volgare poiché, qual altro mai è il soggetto di tutti i romanzi, di tutte le commedie e di tutte le poesie, di cui abbondano le bancarelle? Molti cibi squisiti, lo sappiamo, potrebbero venire sdegnati da un buongustaio epicureo come comuni e volgari perché qualcosa di simile si trova con lo stesso nome nei piú miserabili vicoli; ma il fatto è che la vera natura è difficile a trovarsi negli autori, come il prosciutto di Bayonne o la mortadella di Bologna nelle botteghe.

Ma tutto sta, in fondo – per continuare nella stessa metafora – nella maniera che l’autore ha di cucinare poiché, come dice Pope:

Il vero spirito è la natura presentata nel modo migliore:

Ciò che è stato pensato tanto sovente, ma non mai così bene espresso.

Uno stesso animale, che ha l’onore di fornire certe parti della sua carne alla tavola di un duca, può forse esser degradato in altre parti e alcune sue membra possono essere impiccate, per dir così, di sopra al piú sozzo banco della città. Dov’è dunque la differenza tra il cibo del nobile e quello del facchino, che tutti e due pranzano dello stesso bue o dello stesso vitello, se non nel modo di condirlo, di prepararlo, di guarnirlo e di presentarlo? È così che l’uno provoca ed eccita il piú fiacco appetito, e l’altro fa rivoltare e stanca l’appetito piú acuto e vorace.

In modo analogo, l’eccellenza del divertimento mentale consiste meno nel soggetto che nell’abilità dell’autore nel presentarlo. Il lettore sarà dunque ben lieto di trovare che in quest’opera siamo rimasti assolutamente ligi a uno dei piú alti princípi del miglior cuoco che l’età presente, o magari di quella d’Eliogabalo, abbia prodotti. Questo, grand’uomo, com’è ben noto a tutti gli amanti della cucina squisita, comincia dapprima col metter davanti ai suoi ospiti affamati cose semplici, e poi gradualmente le raffina, a misura che il loro stomaco sembra perdere d’appetito, fino alla quintessenza degli intingoli e delle spezie. Allo stesso modo noi presenteremo la natura umana, da principio, per appagare l’intenso appetito del nostro lettore nella maniera piú semplice e piana come si trova qui nel paese; e poi ne faremo uno stufato e un ragú con tutti i piú fini condimenti francesi e italiani dell’affettazione e del vizio quali ce li offrono le corti e le città. Con questo metodo siamo certi che il nostro lettore desidererà di continuare indefinitamente a leggere – proprio come quel tal grand’uomo riesce probabilmente a far che la gente seguiti a mangiare.

Ma ora, dopo tante premesse, non vogliamo piú trattener dal cibarsi quelli a cui piace il nostro menu, e procediamo senz’altro a servire la prima portata della nostra storia per loro divertimento.

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