La nave castello

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La nave era un castello.

O viceversa.

In ogni caso, era pressoché impossibile da credere.

Eppure, era proprio così.

A camminare lungo i corridoi si oscillava ogni tre passi e l’intestino risaliva fino in petto gonfiando le pleure, poi si aveva la sensazione di cadere all’indietro ma, una volta fatta l’abitudine – dicevano – si riusciva facilmente a restare in posizione eretta e proseguire la marcia che, se anche veniva deviata da un’inclinazione laterale che ne smontava il passo, subito veniva restituita al baricentro da una pari e opposta forza che annullava la precedente, mentre sui vetri delle finestre dei piani bassi si frangevano portentose onde bussanti come chicchi di riso crudo lanciati a stormi e dalla torre di vedetta armata a faro si poteva assistere a una distesa di mare incontinente.

Le sentinelle avevano i piedi inchiodati al suolo.

Qualora un estraneo dotato di senno si fosse trovato a sfilare attraverso le coppie frontali composte, si sarebbe senza dubbio interrogato primieramente sull’utilità della presenza di quelle all’interno di un luogo tanto inaccessibile e, tuttavia, una simile occasione non si sarebbe mai potuta verificare considerata, appunto, l’inaccessibilità del luogo; ma se mai ciò fosse, per un fortuito caso, accaduto, l’inverosimile estraneo dotato di senno, avendo domandato chiarimento a un qualsiasi membro dell’equipaggio, avrebbe ottenuto in risposta che trattavasi di casi di sventurati estranei che, seppure dotati di senno, essendosi arrischiati a bordo per un qualsivoglia motivo, una volta stanati, erano stati puniti con una sorta di contrappasso sul posto a sorvegliare che nessun altro estraneo osasse mettere piede all’interno delle pur invalicabili mura; al ché, l’estraneo in questione, proprio perché dotato di senno, avrebbe subitamente appreso, nel giro di un rapido calcolo logico, il risvolto del proprio imminente destino.

Un caso improbabile, certo, come, del resto, la natura stessa del luogo in cui, in tale occasione, mi ritrovai visitatore.

All’ultimo piano soggiornava la principessa: smunta, emaciata come nessuna fiaba l’avrebbe mai voluta. Ed era, difatti, stata collocata sul posto al solo scopo di conferire all’ambiguo luogo la dignità di castello ché, altrimenti, sarebbe stato un semplice palazzotto galleggiante.

La principessa, per giunta, soffriva il mal di mare fin dalla nascita e il suo aspetto veniva, da tale questione, compromesso.

Nel giorno previsto del suo matrimonio, l’atteso pretendente alla mano regale non si era presentato e il castello continuava a navigare alla ricerca della rotta di collisione con l’ambita casata che avrebbe dovuto attraversare innumerevoli imprese per far giungere il proprio vascello a destinazione.

La principessa era scesa di tutta fretta sotto coperta inalando essenze di cedro per combattere la nausea e, senza più lacrime, aveva iniziato a spiare i volti nascosti dietro i pesanti elmi indossati dalle sentinelle per accertarsi che non fosse stato commesso l’errore di incastonare al suolo proprio il suo pretendente.

Le sentinelle  ex-estranei eppure ancora dotati di senno  si erano ingegnate velocemente a identificarsi, ognuna, con il pretendente ricercato, finché la principessa, nauseata dalla situazione più che dal moto ondoso, si era ritirata nelle sue stanze a riflettere la propria immagine sulle pareti di specchi che moltiplicavano i suoi pensieri più ancora che la figura del corpo ricoperto di veli ingialliti quanto l’incarnato del viso.

Il padre della principessa, che si fregiava del titolo di re soltanto in funzione della propria parentela con la figlia, aveva mandato a chiamarla per il pranzo nuziale che oramai era stato fatto preparare, ma quella continuava a rifiutare i continui tentativi di convincimento vomitando ogni volta che veniva aperta la porta del suo appartamento.

Venuto a conoscenza della ingegnosa rivolta delle sentinelle, verso sera, fu proprio il padre a raggiungere la principessa offrendole la proposta di scegliere lei stessa, tra le sentinelle, lo sposo che preferisse, ma la ragazza, che fino a quel momento non aveva mai valutato l’ipotesi di possedere facoltà di scelta per sé, anziché impallidire, era arrossita.

Resasi appetibile, si era recata presso i corridoi della stiva dove, trascorse alcune ore piene a esaminare nel dettaglio ogni singola sentinella, era giunta a conclusione di essere incapace di scegliere e di sentirsi, piuttosto, naturalmente disposta a essere conquistata. Aveva deciso, così, di indire un duello tra i pretendenti, come quelli narrati nei libri che per tutta la vita aveva letto immedesimandosi.

Le sentinelle, frattanto, erano state scardinate dal suolo e, a mezzanotte, erano iniziati gli scontri che, senza esclusione di colpi, si erano conclusi con la vittoria di una sentinella che alla principessa non piaceva neanche un po’.

Il re, estenuato, aveva ordinato che si procedesse ugualmente con le nozze, convincendo la figlia che i matrimoni, in qualunque caso, vanno a finire a quel modo.

La vicenda si sarebbe conclusa così, tantomeno io sarei qui a narrarla, se non fosse stato che nel mezzo della cerimonia, quando la principessa stava per pronunciare il fatidico “Sì” e lo sposo aveva già promesso amore eterno, una scossa tremenda aveva fatto tremare l’intero castello e tutti i presenti erano stati atterrati.

La porta della sala nuziale fu spalancata e, sulla soglia, apparvi io, avvolto dalle alghe e impigliato nelle reti.

Il re trasalì e, superate le presentazioni, ordinò, senza esitazione alcuna, la ripresa del rito effettuando il cambio dello sposo.

Ma l’ex-sentinella, che aveva perduto, nel corso della vicenda, dignità e calzari ma non ancora il senno, fece appello allo stuolo di avvocati di palazzo rivendicando la propria parte di matrimonio oramai avvenuta, essendosi egli dichiarato sposo dinanzi agli dei, di fronte ai quali nessuna legge umana, codicillo giuridico, o tentativo di corruzione avrebbe potuto distorcere i fatti.

La principessa, disperata, pregò l’ex-sentinella di non rovinarle ulteriormente la vita, ricordandole che, fino a pochi istanti prima, erano stati quasi sposi che si promettevano amore eterno e che, anzi, lui stesso lo aveva già fatto, al ché l’uomo propose impavido, come estrema soluzione, un ulteriore duello per ottenere la mano della donna.

A quel punto la principessa accettò di scendere a compromesso, ma non appena fui avvertito della notizia, io rifiutai la sfida pretendendo il dominio sul castello.

La mia reazione suscitò indignazione e sgomento: c’era chi proponeva di rigettarmi in mare, chi intendeva ridurmi in schiavitù, chi mi avrebbe fatto a pezzi e condito alla marinara per consumarmi durante il banchetto e chi si sarebbe accontentato di schiaffeggiarmi a guanto.

Con uno slancio acrobatico, che non so come mi riuscì, balzai fin sul capitello di una colonna d’ordine ionico atterrando dritto su due piedi e riuscii a zittire il brusio emesso dai presenti con la sola imposizione delle mani in direzione delle loro teste reclinate.

Mi rimaneva soltanto una soluzione per convincerli della mia buona fede e ottenere ciò che di diritto mi spettava: iniziai a narrare da principio la sequela di imprese che dovetti affrontare per raggiungere la mi sposa destinale.

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