Loro

occhinegliocchi

Di loro si disse che si amarono per sempre. E ben oltre.

Che furono bellissimi, piacevoli alla compagnia e stretti, così si dice ancora: che furono stretti come un nodo ben saldo, inestricabile da perderci la vista, o le unghie a tentare di disfarlo e, d’altronde, nessuno avrebbe osato, neanche per invidia, sciogliere quella immagine confortante e piena di vita che rappresentavano passeggiando tra la folla, senza curarsene.

Tuttavia, ci fu chi disse che non esistettero affatto, che furono soltanto una leggenda, frutto del logos popolare che umetta le piazze del paese, o che si manifestarono, sì, ma come proiezione della Perfezione scesa in terra per ammaestrare i deboli di cuore, regalare loro una speranza che se anche nelle loro vite non si produrrà mai, quantomeno è certo che in altri esista, possa esistere.

Io che li conobbi, posso dire che amai il loro amore come una fiaba notturna familiare. E mi sentii amato, da loro, per il tempo che mi concessero, svuotandomi le tasche delle zavorre ed elevandomi al loro volo. Forse, fui soltanto un passatempo per loro, ma ciò che fonda è che mi fecero sentire amato, per una notte, o per sempre. Mi affibbiarono un soprannome, buffo ma altisonante, mi condussero nel loro appartamento e mi ubriacarono con vini e micro-leggende avvincenti. Sull’affievolirsi delle fiamme ombreggianti sul fondo del camino, lei mi toccò la fronte con un pollice, imprimendovi le impronte digitali e lui mi parve agitarsi sul momento ma, appena mi accasciai ai piedi di lei singhiozzando, quello mi venne incontro e, pur rimproverandola con lo sguardo, le leccò la linea verticale del collo teso. Ancora lei, mi vuotò il liquido contenuto in un bicchiere sulla testa e attese. Attendeva che mi sollevassi, non mi abbandonò. E quando mi sollevai, trovandomi di fronte al suo viso, vidi l’espressione più delicata che mi fosse mai capitato di osservare non soltanto in una donna, ma in tutte le opere d’arte di ogni tempo che conoscessi. Non ebbe nessun tipo di contatto con me, se non quello del pollice premuto sulla fronte. Si addormentò sul divano non avendo più pronunciato una parola. Rimasi con lui, che mi accompagnò alla porta pregandomi di non rivolgere lo sguardo sul sonno della donna. Era quasi l’alba e mi ritrovai a camminare in mezzo a una campagna permalosa. Ebbi l’impressione di aver sognato la nottata appena trascorsa, ma di sentirmi meglio, come rigenerato. E quando, il giorno seguente, mi risvegliai nel letto del mio appartamento, la mia vita mi parve un disastro di inutilità, la vita una esperienza meravigliosa.

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