L’eroina americana docet

ragazza studio

Se il cinema hollywoodiano di fattura americana ha l’ossessione delle catastrofi e delle invasioni aliene che colpiscono New York, le serie tv/web americane sono affette dalla sindrome del sobborgo proletario.

La ragazza di bassa estrazione sociale è la protagonista indiscussa di qualsiasi storia che porti o meno il suo nome. Anzi, generalmente il titolo è toponomastico.

È bella, anche senza trucco – soprattutto senza trucco – del resto non si trucca mai e una sola volta in tutte le puntate di tutte le stagioni apparirà lievemente truccata (poco rossetto, un po’ di fard e i capelli raccolti saranno sufficienti a renderla incantevole) per una qualche serata da cenerentola cui andrà contro voglia incitata da una persona cara la quale le dirà che, sì, se la merita una serata del genere e le regalerà per giunta un vestito che lei non si sarebbe potuta permettere, semplice ma elegante, per l’occasione, cui sarà presente il belloccio della situazione, da sempre innamorato di lei ma puntualmente respinto a causa della sua posizione sociale e dei soldi che possiede – troppi soldi per una popolana!

La ragazza, dicevamo, è bella, di una bellezza naturale e genuina inarrivabile alle competitive tipe fashion vittime di shopping compulsivo e party super-trandy. Ha i capelli castani, lunghi, senza taglio né piega; indossa vestiti di incomprensibile fattura e combinazione (non perché sei povera sei autorizzata a non avere buon gusto), però ha tutto: maglioni pesanti, sciarpe, guanti, cappelli, scarponi – l’inverno – vestitini retrò intercambiabili – l’estate. Ha anche un’automobile – scassata, ma ce l’ha. Non si capisce come faccia a pagare: bollo, assicurazione, benzina; così come: bollette e manutenzione della casa di proprietà o in affitto in cui vive da sola o con una sconfinata schiera di fratelli minori. Il padre: o è in carcere o è alcolizzato (lei lo ama incondizionatamente, anche se non glielo dimostra). La madre: è morta o ha abbandonato la famiglia.

La ragazza lavora in qualche locale in cui è sottopagata e costretta a subire i soprusi dei ricchi clienti smargiassi che lo frequentano. Il titolare, però, è molto affezionato a lei e spesso le concede turni di riposo o le regala finte mance.

Il tipo che la ama da sempre è il più ambito del quartiere: riceve avances continue da strafighe che non gli interessano perché vuole lei, soltanto lei: la brunetta frustrata senza trucco della porta accanto. A lui non importa che la vita della ragazza sia triste e complicata, anzi: lui si sente in dovere di salvarla in ogni caso. Spesso le fa regali che lei rifiuta per non sentirsi ‘comprata’.

La ragazza in questione non dorme mai. La si trova sveglia all’alba a preparare la colazione per tutti i fratelli, già vestita, iperattiva e con un’inverosimile parlantina attivata. Punto cruciale: sorride. Sempre. La sua vita fa schifo, non le offre alcuna prospettiva, lei stessa rifiuta la scalata sociale ma: sorride, fiera di tutto ciò che la riguarda. Non si capisce quando trovi il tempo per studiare al fine di poter incassare le borse di studio che le consentono di soddisfare le sue ambizioni. Studia in cucina tra biberon e persone che entrano ed escono, aiuta anche i compagni di scuola a studiare ma sottovaluta le sue capacità. Ogni tanto, finalmente stremata, si addormenta su un divano e qualcuno le agevola una coperta addosso per poi restare a contemplare la sua innata bellezza.

Comunque vada a finire la storia generale, a lei spetterà un buon meritato futuro.

Tutto sommato, un racconto similmente strutturato ha sempre un buon esito e pare una formula di indiscutibile successo assicurato.

Sicché: avanti un’altra.

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