Il Santo

Pialla-falegname logo

Dev’esserci stata una latenza, alla mia nascita, che mi ha generato come eco di me stesso.

Da qualcuno, a un punto avanzato della mia vita, sono stato definito incolto. Come una lattuga marcita, eppure nata. Inutile celarlo dietro un aggettivo indefinito. Costui era uno, precisamente: un’entità, univoca e recidente come lama affilata alle basi del fusto. E, come tale, era di genere femminile, sprezzante.

Quand’ero bambino, alla domanda solita sulle previsioni lavorative future che mi si poneva, rispondevo che avrei voluto fare il Santo. Di mestiere. Ridevano.

Il fatto è che non mi fu concesso seguire studi classici, canonici: mio padre mi istruì alla nobile arte del falegname. Produssi, fin da principio, crocifissi. Quando fui più grande, ne progettai alcune copie di mirabile fattura, mai realizzate. Infine, mi dedicai alla scultura. Quando, poi, fui abbastanza maturo da intuirne il significato reale, mi prostrai ai piedi della mia stessa arte, prima ancora che a quella del sacrificato, e impedii a me stesso di proseguire l’opera.

Mi sarei ritenuto degno soltanto qualora fossi diventato un Santo.

Non fu, certo, sufficiente astenermi da donne, denari e vizi per divenire tale.

Un Santo è la sintesi di un sistema. Non l’apice di una gerarchia, il rispetto delle norme, l’educazione dei sensi che governano le specie. Essere un Santo vuol dire estrapolare il nettare delle madri immastite, sputarlo prima ancora di goderne i benefici papillari e custodirlo come germe di una razza vergine, innata e sterile.

Non mi era chiaro ancora, però, che un Santo, più ancora che un Artista, è consacrato tale soltanto postumo. Impiegai tutta la vita, difatti, per esserlo. Attraversando difficoltà, impedimenti e stroncature.

Conobbi Luce ché avevo vent’anni. Mai, prima di allora, una creatura femminile aveva osato interpolarsi tra me e La divinità. Era più piccola di me, ma con delle rughe ai lati degli occhi che non lasciavano interpretarne l’età. Fui colpito dalla presenza di quattro nei disposti a rombo sul polso, quando mi porse la mano per presentarsi. Non era un rombo, era una croce. Era venuta in laboratorio con sua madre per ordinare la camera da letto della sorella appena nata. La madre la definiva entusiasta dell’arrivo, ma a me parve infastidita dalle attenzioni materne, seppure premature, per l’intrusa. In questi termini me ne parlò, quando ormai quella spadroneggiava in casa con prepotenza di uomo incontaminato. Era venuta ogni pomeriggio a seguire la preparazione della mobilia, finché non fu pronta, sostando oltre la nube di segatura da cui, ogni volta, le suggerivo di allontanarsi. Tra le pause acustiche del lavoro, Luce si intrometteva a produrre i resoconti degli studi in cui, di giorno in giorno, si imbatteva. Pronunciava nomi che non avevo mai sentito, che mi affascinavano. Di tanto in tanto mi permettevo di domandarle approfondimenti sulle questioni proposte e lei, qualora non possedesse risposta congrua, s’infastidiva al punto da insultare la mia ignoranza. Adoravo la sua irritabilità. Le faceva spuntare le vene sul collo fiero, mentre gli occhi percorrevano un’orbita da sfidante a tenera.

Prima di lasciare il laboratorio, sbattucchiava le mani grassocce sulla patta della gonna tesa, proclamando dubbiosamente un successivo incontro. Dopo la terza volta, non ebbi più dubbio che sarebbe tornata puntualmente.

Compresi, in breve tempo, che Luce provava gusto a sfidarmi e provocarmi.

Era un gioco che mi piaceva, ma non mi allettava.

Non poteva in nessun modo una donna, una femmina, sconvolgere gli equilibri tra me e La divinità. Cosa avrebbe potuto darmi di più?

Certo, mi affascinavano le sue maniere: il ritmo del muovere i polsi, il volgere il capo al lato come un cane che tenti l’interpretazione del linguaggio umano, lo slancio delle ciglia presuntuose. Né ero imbarazzato dalle fattezze femminee, dalle lusinghe del corpo, dalla provocazione che le pertengono che pure,  La divinità me lo conceda,intuivo ciecamente.

Luce, però, non pareva comprendere le mie resistenze. Che tali non erano, effettivamente, non essendovi impulsi primari da ostacolare. Per quale motivo penso a lei tutt’ora? È stata lei, il suo incontro, a impedirmi di diventare un Santo? O la latenza che, alla mia nascita, mi ha generato come eco di me stesso?

Persi notizie di lei subito dopo la consegna del lavoro.

Centinaia di clienti varcarono ancora la soglia del laboratorio, ma mai nessuno mi colpì in un particolare come la croce di nei sul polso di Luce.

C’è chi attribuisce all’Amore svariate possibilità. Da tre a infinite. Io, dacché sono nato, sono stato convinto che l’Amore si manifesti una sola volta nella vita di un singolo individuo. Le altre sono prove, allitterazioni. L’Amore è un distico perfettamente compiuto, consegnato brevi manu dalla divinità, senza enigmi sfingici. Io ho dovuto rifiutarlo, per essermi consacrato in precedenza allo stesso emittente. E non perché lo amassi, pur adorandolo: la mia ambizione, il mio ritardo sulla vita me lo impedì.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s