Edmondo Drengot – Ep.3

La spartizione delle Terre aveva portato come conseguenza un definitivo distacco tra le parti che nel corso dei secoli successivi si perpetuarono senza più avere notizia l’una dell’altra.

Nella Terra che da Ernefario aveva avuto origine, che fu dagli stessi firmatari del patto chiamata Futura (mentre quella di Ernefario prese il nome di Sarà, di Scrabello Stato, di Lotomante Essere, e Sarebbe di Anafesto, che continuava a vagare in attesa di trovare nuovi territori), per oltre cinquecento anni si era portato avanti un sistema progressivo che aveva condotto all’annullamento dell’individualità e alla rigida osservanza della Legge.

In uno dei seriali agglomerati urbani di cui era costituita Futura viveva Edmondo Drengot.

Edmondo Drengot pesava ventitre chili, sfiorava il metro d’altezza, (zero-novantatre per la precisione), viveva in una casa con tredici finestre, tre per lato (più un oblò sul tetto della mansarda che aveva sbarrato per scaramanzia), tutte cosparse nei margini di resina di pioppo che, a quanto si diceva, tenesse lontano le malattie aeree.

Si era costruito casa su una collinetta di spalle al paese e non per arroganza né per un errore di prospettiva, ma per potere godere alla vista dell’assenza di vita – così sosteneva – che non sempre equivale alla morte- così diceva.

La casa era composta di tre piani, giustapposti in periodi diversi (il ché si evinceva facilmente dalla differenza di colore e materiali utilizzati che conferivano all’edificio un aspetto per nulla omogeneo); la mansarda, come fosse un tappo a chiusura, era stata l’ultima aggiunta, ma non solo in ordine cronologico, più che altro come definitivo completamento della costruzione che rischiava, altrimenti, di diventare una torre.

Difatti le stanze erano dislocate singolarmente sui tre piani e vi si giungeva per mezzo di un’apertura centrale cui si accedeva da una scala a pioli che, come una spina dorsale, attraversava la casa centralmente dal piano terra fino alla mansarda e, prima che quest’ultima venisse costruita, la scala continuava praticamente all’esterno quasi a dare l’idea di arrampicarsi su per il cielo.

Le stanze, invece, si svolgevano tutt’attorno a quest’apertura centrale e di giorno godevano di una spettacolare illuminazione per via del fatto che su ogni parete si apriva una finestra e, però, quelle che affacciavano sulla città erano coperte da tende policrome che trasformavano la luce in disegni colorati in movimento sulle pareti circostanti.

Ed, come taluni lo chiamavano, vantava ascendenze gloriose (di cui nessuno, però, ormai sapeva attestare la veridicità) e questo gli bastava per sentirsi in obbligo di fare vita appartata, lontano da quei comuni mortali dai nomi insignificanti che non erano investiti dell’arduo compito di tramandarsi il fardello della gloria attraverso il susseguirsi delle generazioni, il ché richiedeva almeno due impegni fondamentali quanto gravosi: assumere costantemente un atteggiamento austero e composto da farci leggere “Io sono degno di gloria” e, ben più importante, dover creare un erede.

Per chi conosce la storia dei Pani, è chiaro che il caso Drengot fosse un residuo di quella fallimentare esperienza della Quarta Era Panica, che fu poi messa a tacere da Anafesto per il bene dei posteri sia per quanto riguardava la tradizione del nome che per la necessità di generare un erede che proseguisse la stirpe.

È evidente che, strada facendo, Ed avesse perso qualche nome della sua discendenza, ma il fatto che fosse l’ultimo baluardo di una millenaria tradizione ormai estinta, tanto rendeva lui orgoglioso quanto pericoloso per la Legge Superiore che pure lo teneva d’occhio e gli consentiva di vivere in disparte pur di non influenzare il popolo, sperando nella sua inevitabile estinzione.

Mondo, come lo chiamavano i più, viveva un’esistenza tormentata per via del fatto che con l’avanzare dell’età diminuivano le possibilità di trovare moglie e procreare; per giunta non si accontentava certo di una donna qualunque cui diluire i suoi geni e in paese conosceva tutte le centocinquanta abitanti di sesso femminile delle quali:

– tre avevano superato i novantatre anni e con buona salute (il ché, in realtà, avrebbe dovuto deporre a loro favore);

– tredici erano le vedove che non intendevano risposarsi;

– ventitre le nuove nate negli ultimi tredici anni;

– trenta le fidanzate minorenni e altrettante, nella stessa posizione, che non superavano i trent’anni;

– quarantatre le donne sposate;

– una era stata sua moglie trent’anni prima ed era morta investita da un treno.

Isabella Bonaparte (quale miglior partito) era la donna con cui Mondo aveva progettato il suo futuro e quello del suo erede che la donna portava in grembo.

Con Bella, Mondo aveva costruito il primo piano della sua casa, che ormai giaceva inutilizzato, cristallizzato in un’epoca passata, per chiudere con la quale era stato costretto a costruire il secondo piano, su cui si era promesso di cominciare una nuova vita lasciandosi la vecchia alle spalle, o meglio sotto i piedi, sebbene ogni volta che saliva le scale per raggiungere il piano superiore trovasse non poche difficoltà a dover pagare il dazio del ricordo passando dal primo piano, così inizialmente pensò di murare la stanza, ma subito la trovò un’azione ignobile nei confronti di sua moglie; poi pensò di costruire nel senso opposto, e cioè sottoterra, ma appena prese in mano pala e piccone fu assalito da un senso del macabro che preferì tenere lontano; infine optò per affittare la stanza.

Aveva deciso di scendere in paese a pubblicizzare l’annuncio, quella mattina in cui si svegliò scivolando a gran fatica dal letto e infilando i piedi nelle pantofole, in cui ebbe l’impressione che ballassero mentre camminava, e fu subito assalito da un senso d’angoscia maggiore del solito, che provò a ignorare.

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