Category: Esercizi di stile

La stirpe

 

naso

 

Quando mia nonna paterna morì io ero sul punto di diventare un uomo e la sua improvvisa scomparsa accelerò i tempi dell’inevitabile passaggio. Fino a che avesse continuato a rendermi spettatore dei suoi racconti in bianco e nero non avrei potuto oltrepassare la soglia.

Mi aveva raccontato che al paese d’origine aveva offerto il suo latte a infanti malnutriti, le cui madri portavano mammelle rinsecchite da cui non ne usciva una goccia buona e timidi capezzoli su cui le loro nonne non avevano inciso “la croce”, quando erano nate.

Ero ancora un ragazzo, quando mia nonna morì e, per la prima volta, mi sentii estraneo alla mia famiglia.

Qualche giorno prima ero andato a trovarla: mi ero appollaiato sulla sedia accanto al letto in cui riposava, il comodino colmo di libri e oggetti religiosi, la luce fioca del lumino che le sbatteva in faccia rimbalzando sulle spesse lenti degli occhiali che le ingigantivano gli pupille, celesti come la pace.

Non ho mai osato contraddire le sue credenze, come invece ero solito fare con tutti; mi lasciavo, anzi, affascinare dalle sue enunciazioni religiose perché trasudavano passione, in lei. Non ho mai osato neppure confessarle il mio ateismo, credendo di arrecare un dolore troppo grande al suo cuore intriso di Spirito Santo. Tuttavia, una volta, come avesse intuito, mi rivelò: «Quando una persona perde la Fede non la ritrova più» e quelle dieci parole continuano a risuonarmi nelle orecchie come un’eco infinita.

Il giorno in cui andai a trovarla, mi domandò: «Ti ricordi quando mi hai chiesto di dormire con me?»

«Lo ricordo bene», risposi io con le buone maniere con cui mio padre mi aveva nutrito. «In questi giorni ho ancora scuola, ma durante le vacanze di Natale verrò a stare un po’ da te».

E lei, coprendo il dispiacere con il garbo, per non arrecarmene altrettanto: «Mi sa che non ti posso accontentare».

Rimanemmo in silenzio per un tempo indefinito, non quantificabile, forse il tempo si fermò mentre incrociavamo i nostri sguardi umidi, forse ci dicemmo più cose di quante non ce ne fossimo mai detti prima, in quegli attimi di silenzio. Sperai che mio padre mi chiamasse dall’altra stanza, che squillasse il telefono, che crollasse il soffitto dritto sulla mia testa. Come si fa a sapere di morire da qui a poco e non urlare di paura? Inghiottii semplicemente e, sfilando la mia mano dalle sue, ossee, tornai ai miei studi. Stavo studiando, per il compito in classe di Latino, Lucrezio e l’ideologia epicurea; niente di più appropriato alla mia concezione di vita: otium, ritiro, condanna del successo, dell’ambizione e della gloria, ateismo, visione dell’universo infinito e pluralità dei mondi, amore che mira al solo soddisfacimento dell’appetito fisico. Devo ammettere, a posteriori, che quel De rerum natura ha influito molto sulla mia formazione personale, acuendo quei principi che già spontaneamente andavano profilando la mia forma mentis. Ogni verso che leggevo era interrotto da uno corrispondente di dolore di mia nonna. Era straziante starmene lì seduto a leggere sapendo che qualcuno aveva bisogno di me.

«Torna a studiare», mi intimava mio padre con amarezza ogni volta che mi trovava in camera della nonna.

Si era trasferito lì da quando erano peggiorate le condizioni di salute di lei e i rapporti tra lui e mia madre si erano aggravati.

Mia madre viveva nel letto da un numero di anni di cui ormai avevo perso il conto. Ci viveva già prima della separazione per cui io era abituato a rispondere, a chi mi domandasse le sue condizioni di salute: «Sta dormendo. O forse è morta». Provavano imbarazzo, le persone che ricevevano questa risposta; mio padre stesso, smetteva di parlare, ogni volta. In realtà, per lui non doveva fare molta differenza che stesse dormendo o fosse morta; neanche se fosse stata bene, credo, gli sarebbe interessato considerato che, le ultime volte che avevano avuto un contatto verbale, si erano augurati la morte a vicenda. Il loro modo di odiarsi è stato il modello sentimentale con cui sono cresciuto, per cui non si lamenti, oggi, chi mi percepisce cattivo.

Si aggirava nel salone, con le orecchie lacerate dai lamenti della nonna, di fronte ai quali era ridotto a impotenza, a sorvegliarmi affinché tenessi lo sguardo perennemente puntato sul libro, ripetendomi in continuazione: «Se non studi non sarai mai libero». Era un accademico, un militare dello studio e, in quanto tale, non ammetteva forme di vita che non fossero gli studiosi.

Dentro la mia testa, però, non può entrarci nessuno e questo è sempre stato il mio unico conforto: poteva costringermi a fissare il libro – che, certo, prima o poi avrei letto (faceva bene a crederlo) – ma la mia mente era libera di divagare quanto volevo; meglio ancora, nessuno avrebbe osato distrarmi dall’apparenza dello studio.

Quella sera, preparai l’ultima cena di mia nonna: le imboccai il brodo vegetale, ma lei non riuscì a ingerirne più di qualche cucchiaio e si addormentò molto presto. Quando esalò l’ultimo respiro, io mi trovavo a scuola, o meglio, avrei dovuto trovarmi a scuola. Mio padre venne a prelevarmi in anticipo, con il cappello appuntito e i guanti di pelle marroni. Salì fino in classe, intimorendo i guardiani che avevano cercato di impedirglielo: «Sono il professor Pacifico» e tirò dritto. Interruppe la lezione di greco implorando perdono e giustificando la causa. Quando la professoressa gli notificò la mia assenza, sentenziò che, probabilmente, dovevo aver avuto un presentimento. Più tardi, venne a sapere che mi assentavo da scuola ormai da quattro giorni. Sapeva dove cercarmi, lui che per tanto tempo aveva avuto a che fare con gli studenti, e infatti mi trovò al bar sotto scuola, seduto da solo a un tavolino, a leggere un libro. Ogni volta che marinavo la scuola mi auguravo che crollasse l’edificio o che si verificasse una qualche strage per potermi vantare della mia azione salvifica. Bussò dietro la vetrata del bar facendomi cenno di uscire, un grande ombrello nero aperto appena sopra la testa. Non mi spaventai che mi avesse scoperto, mi sentivo pienamente responsabile delle mie azioni, avrei saputo spiegare che a scuola mi annoiavo, che preferivo leggere le mie letture, ma non ebbi motivo di farlo, dal momento che non me lo domandò.

«Perché sei venuto a prendermi?», azzardai lecitamente quando eravamo già in macchina e lui rispose con freddezza: «La nonna è morta», continuando a fissare la strada, i guanti di pelle che scivolavano sul volante, su cui le dita picchiettavano nervosamente.

Davanti casa c’erano molte auto parcheggiate nel giardino, e nel salone tutta la stirpe paterna. Chiacchieravano. Alcuni, si spargevano le lacrime su tutto il volto strofinandoci sopra i fazzoletti che abbondavano sul tavolo di marmo nero; altri, che non si vedevano probabilmente dall’ultimo funerale di famiglia, parlottavano delle vicende lavorative. Ogni tanto, emettevano qualche risolino e si abbracciavano affettuosamente.

Nessuno si accorse del mio arrivo perché, quando entrai in casa, mi diressi dritto in camera della nonna: mi avvicinai al letto e le diedi un bacio sulle labbra, chiuse come mai le avevo viste.

Indossava gli abiti che probabilmente conservava già da tempo per il grande evento, ma le stavano più grandi di almeno due misure, poiché non aveva progettato di rimpicciolirsi quando li aveva acquistati: la camicia bianca con i riccetti sul petto, abbottonata fino al collo dava l’impressione che fosse quella a non farla respirare; la gonna nera lunga fin sotto il ginocchio, le calze scure e le scarpe alla francese; e il velo, il velo nero che le copriva la testa come una madonnina di cera.

Sbottonai il collo della camicia. Mi misi in ginocchio accanto al letto, poggiando la testa accanto al suo corpo fermo, sperando che da un momento all’altro potesse risvegliarsi da un qualche errore biologico.

Il mattino seguente mi costrinsero a uscire dalla stanza perché erano arrivati gli operai della sepoltura. Li guardai con disprezzo e intimidazione, perché sarebbero stati loro a portarla via.

Mi aggiravo nel salone con l’atteggiamento evidente di chi non vuol essere disturbato e mi rifugiai dietro gli scaffali della libreria in legno all’ingresso, alti fino al soffitto. Trovo che leggere i titoli dei libri impilati sia un ottimo esercizio di introspezione. Mentre facevo scorrere disordinatamente lo sguardo sui titoli verticali, fino a farmi venire il torcicollo, sfilando di tanto in tanto qualche volume per leggerne la sinossi, lanciavo lo sguardo oltre le file di libri per osservare i miei parenti e fu in quel momento che riconobbi la mia estraneità alla famiglia: tutti, nessuno escluso, avevano grandi nasi aquilini scoscesi sulle labbra: alcuni si assomigliavano di più, altri non li avresti mai definiti parenti, ma tutti erano accomunati dall’imponenza dei loro nasi arguti.

Mi voltai verso la parete che era ricoperta da uno specchio incastonato nel muro, e, avvicinandomi notevolmente alla superficie, presi a osservarmi il volto da tutte le angolazioni, tastandomi insistentemente il naso, per riconoscermi. Ho un naso così normale che risulta difficile anche da descrivere.

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Prima di morire.

 

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Prima di morire vorrei dire una cosa. Sarà una cosa un po’ lunga, ci impiegherò più o meno tutta la vita che mi rimane per dirla, ma voglio farlo

:

questo è un mondo di grande accoglienza, non posso negarlo. E, del resto, se mento, ve ne accorgerete. Proprio voi, che vi state godendo la vostra lettura per caso o per necessità. Voi, fortunati, che avete trovato un momento per fermarvi a leggere. A voi, dico: questo mondo vi si addice. Non trovo difficoltà ad ammetterlo. Siete esattamente la specie congenita al globo, la linfa della natura, l’ingranaggio inesauribile. Senza di voi, nulla avrebbe significato. Perciò vi dedico questo testamento; ve lo consegno.

 

Prima di nascere, ero felice.

Vivevo in una dimensione perfetta, aderente alla mia essenza. Sognavo di non nascere mai. Poi, arrivò il giorno. Mia madre si dimenava nel letto, perché io mi ritraevo dalla luce. Mi sentivo ricoperto di una bava filamentosa e bollente. Mi costrinse a uscire: accettai solamente al fine di non arrecarle troppo dolore. Eravamo soli, nella camera da letto. Io e mia madre. Scoppiò in un pianto liberatorio, la seguii nel lamento, ma per motivi opposti. Quando si addormentò, iniziai a guardarmi attorno e, nel momento in cui smisi di piangere, capii di essere un uomo. Un essere umano, intendo. Non per la schiena eretta, i pollici opponibili, l’assenza di peluria quanto per il dolore che in un attimo mi si accumulò all’interno del corpo, laddove nessuno avrebbe mai guardato, quasi a custodirsi. Più tardi, mi accorsi che questo fa di un uomo, un uomo.

Si nasce adulti o si muore bambini. In qualunque caso, si resta uguali dall’inizio alla fine.

È per questo motivo che, ogni anno, nasco di nuovo. Mi avvolgo, come un baco, in un fuso di lenzuola cosparse di gel per capelli. Nudo, completamente depilato. Porta e finestra sigillate, una lampada a faretto puntata dritto davanti a me. Mi addormento con i tappi nelle orecchie e aspetto di svegliarmi. Il risveglio è una forzatura pari alla venuta al mondo: uno stato di estasi da cui si è costretti a uscire. Chiuso a riccio, nel silenzio della camera, inizio a percepire l’udito. La luce filtra anche oltre le palpebre. Mi strofino sulla gelatina, accorgendomi di essere intrappolato in una trama. Il rituale ha inizio. La mia nascita si rinnova per mezzo dell’allontanamento dal piacere. Nasco finalmente solo. Mi addormento in compagnia di me stesso. E non invecchio.

Il dolore della nascita me lo sono sempre portato appresso come un’ombra. Non sono gli eventi a iniettarlo nella muscolatura della vita. Lo riconosco ogni mattina, negli occhi specchiati.

Se mio padre non fosse morto, se mia madre avesse amato davvero me, se l’unica donna che ho considerato degna di essere amata non si fosse suicidata sarei ugualmente qui a dirvi le stesse cose. Il racconto sarebbe un altro; la mia esistenza, la stessa.

 

Stanotte ho sognato mio padre. È un sogno-ricordo, non so se ve ne capitano di simili. Ed è ricorrente. Nel mio sogno-ricordo mio padre si sta radendo la barba davanti alla specchiera del bagno. È alto, irraggiungibile, il petto nudo magrissimo, i capelli bagnati pettinati all’indietro. Quando il bambino si affaccia alla soglia della porta, lui si sta spennellando le guance con la schiuma bianca. Stira la pelle allungando il collo da una parte e tirando con la mano da quella opposta. Il bambino resta incastonato nella fessura della porta socchiusa, per non farsi notare. Mio padre sa bene che sto lì a guardarlo. Posa il pennello di cinghiale sul bordo del lavandino e impugna la lama. Prima di usarla, mi rivolge uno sguardo attraverso lo specchio. Il bambino sorride imbarazzato aggiustandosi le mutandine. Mi sento piccolo. Microscopico. Dopo aver affettato la prima dose di schiuma, sbattuta la lama per tre volte sulla ceramica, si volta a guardarmi e, puntualmente, sono costretto a svegliarmi dall’assenza del suo volto. Non ho un ricordo nitido di mio padre: l’unico suo sguardo che io abbia memorizzato è quello impresso nella specchiera del bagno. Ogni mattina lo ritrovo nello stesso specchio e cerco nella fessura della porta un bambino da riscattare.

 

Prima di dormire, mia madre mi prendeva la faccia tra le mani e l’avvicinava infinitamente alla sua. Mi guardava nettamente negli occhi fino a farmi dolorare le pupille, spalancandomi le palpebre con i pollici. “Armando” diceva “Armando esci!”

Qualche volta mi sudavano gli occhi e io scuotevo la testa per liberarmi della presa.

Lei si scusava abbracciandomi fortissimo e io la tranquillizzavo che gli occhi mi bruciavano perché li avevo tenuti troppo tempo spalancati.

Mia madre la chiamavano Mammarella. Mi spiegava che il motivo era che non avevo più il padre. Ho sempre associato quel soprannome alla parola mammella perché, effettivamente, mia madre aveva seni prorompenti da non potersi nascondere. E, se pure li avesse nascosti, io li conoscevo bene perché la notte dormivamo nudi nel letto matrimoniale. Quando mi abbracciava fortissimo mi sembrava di tornare dentro di lei e desideravo che non smettesse mai. Sapevo che piaceva agli uomini, fin da piccolissimo. All’uscita da scuola la trovavo attorniata da una cinta di uomini che cercavano di farla ridere e quando le arrivavo vicino, con il muso imbronciato dal fastidio, dovevo evitare le gare di pizzicotti di quelli ad accaparrarsi la mia simpatia. Se ne approfittavano perché non aveva un marito che li prendesse a pugni e io speravo di crescere presto per onorare mio padre.

Non ho un ricordo dei miei genitori assieme. Le labbra di mia madre le ho viste baciare solamente le mie. Aveva le labbra più scure che abbia mai visto. Come quelle di una negra, però su un viso bianchissimo. Io, invece, sarei identico a mio padre, a suo dire.

Quand’ero già un ragazzo adulto, mi baciava appassionatamente chiamandomi Armando. Sulla bocca. Mi infilava le dita tra i capelli tirandomeli verso dietro e diceva: “Ma perché non ti fai ‘sta barba?”  e con ciò intendeva dirmi di assomigliare di più a mio padre.

 

Quello che ho da dire, però, non riguarda la mia vita privata. Ma sarò costretto a raccontarne alcuni stralci, affinché possiate comprendere certe cose. Perché avete bisogno di storie per convincervi. Perché: se una storia non ha una storia, allora non é una storia. Infatti, non vorrebbe essere questo, il mio racconto. È solamente il racconto di un uomo che ha capito quello che vi sfugge e ve lo comunica elegantemente.

Sono riuscito a evitare il suicidio per tutta la vita. Come se fosse una lotta perenne tra la vita e la morte. Ne ho sempre avuto un desiderio fortissimo. Qualcuno nasce con un rifiuto totale per la vita e impiega tutta la sua esistenza a tentare di superare questo dissidio, senza risultati. Anche se, infine, muore di morte naturale, avrà vissuto in dipendenza dalla morte. Posso affermarlo oggi, proprio oggi che, se mi guardo indietro, se mi guardo allo specchio, sono deluso dalla mia accettazione. Un suicida nato è vincente se mette in pratica la propria attitudine. Un suicida, non deve trovare il coraggio di uccidersi, ma di vivere. Per dare un senso alla sua esistenza, deve annullare la propria vita prima che sia compiuta. Mia madre era contraria al suicidio. Per via di mio padre, chiaramente. Sosteneva che fosse un atto da vili. Avevamo visioni diverse.

 

Io sono riuscito a capirla, Eleonora. Era una buona poetessa, discendente da una famiglia mediamente normale, con i genitori che litigano ma alla fine non si ammazzano, una affitto pagato con difficoltà, il piatto sempre a tavola pur con l’essenziale nel frigorifero, la macchina sì, non sempre provvista di benzina, i soldi per le sigarette quotidiane assicurati. Eppure, Eleonora, se anche avesse avuto più di tutto ciò che le è mancato, avrebbe fatto la stessa fine. Non posso attribuirmi colpe. Ho amato solamente lei. Ho provato amore per lei. Forse, non gliel’ho dimostrato come avrebbe voluto. Ma so bene che il motivo del suo gesto non è dipeso dal nostro rapporto. Anzi: eravamo, tutto sommato, una coppia affiatata, ben assortita. Entrambi afflitti dallo stesso dolore della nascita. Quando ci siamo conosciuti, ce lo siamo letti negli occhi. Forse, non ci siamo innamorati di noi, ma abbiamo trovato conforto nell’identità del dolore. Quando due persone sofferenti si uniscono, difficilmente riusciranno a scomputarsi vicendevolmente il peso delle loro coscienze. Al contrario: si scambieranno il dolore in un atto di generosità inversa senza, in questo modo, ottenere risultati congrui. Io, il dolore di Eleonora, me lo sono preso tutto. L’ho unito al mio pensando che tanto non avrebbe potuto arrecarmi maggiori difficoltà. Ho le spalle larghe, io. Viceversa, lei, non deve aver retto il peso della somma. No. Eleonora, era per di più gelosa del suo dolore e non ne era per nulla sopraffatta. Per quello che sono riuscito a capire, posso affermare che, addirittura, lei lo amasse. E, per questo motivo, credo non sopportasse l’idea che gli altri non lo comprendessero; che qualcuno, per aiutarla, cercasse di farglielo stornare. Eleonora, voleva vivere con il suo dolore e desiderava che gli altri lo accettassero e lo apprezzassero come lei già faceva. Sono stato l’unico ad averla capita. E lei mi amava solamente per questo. C’è davvero da interrogarsi sull’amore, anche alla mia veneranda età. Eleonora, mi ha amato perché l’ho capita. Mia madre, perché le ricordavo suo marito. Io, non mi sono mai sentito amato da nessuno. Ma ho provato un amore smisurato per queste due donne, al punto da sentirmi defraudato dall’assenza della loro corrispondenza.

 

Ci trovavamo a una di quelle riunioni di artisti, in casa di uno di loro. Come di consueto, si parlava di tutto fuorché di arte. Non che lo ritenessi necessario, era già sufficiente che ci trovassimo tutti assieme in sinergia. Però, quel giorno in particolare, mi premeva leggere l’introduzione al mio saggio su ‘L’arte della tecnica’. Eravamo una ventina di persone chiuse nella piccola sala da pranzo con le pareti di mattoni rossi. Parlavano tutti contemporaneamente. Venti voci sovrapposte. Gruppi di due, tre, una persona. Ognuno sfogava le proprie parole. Eleonora, se ne stava seduta in disparate; io, con i fogli tra le mani in attesa che l’attenzione riuscisse a focalizzarsi su di me. Avevamo appena trent’anni. Io avevo grandi ambizioni. A casa, Eleonora stava sempre a scrivere. Nello studio, ma anche in cucina, a letto, in bagno non faceva altro che riempire fogli di versi spezzati che si inseguivano freneticamente. Non la disturbavo mai, sapevo quanto fosse importante per lei, però la pregavo di leggerne, qualche volta, durante qualcuna delle nostre riunioni. Non aveva alcuna intenzione di leggere un’opera incompiuta. Temevo di sovrastarla con la mia sicumera. Quel giorno, i fogli mi tremavano tra le dita come infreddoliti dalla mia improvvisa insicurezza. Li sfogliavo, rileggendoli, e poi gettavo uno sguardo su di lei. Stava in disparte, con le gambe accavallate e il busto piegato sopra. Il corpo non si riusciva a intuire sotto il largo abito nero. Eravamo gli unici a non parlare. La vidi coprirsi le orecchie con le mani, come se non sopportasse tutto quel chiacchierio. Neanch’io riuscivo a tollerarlo. Quando si alzò per andare in bagno, riuscii a prendere la parola in un attimo di tregua.

– Vorrei coinvolgervi nel mio nuovo lavoro. S’intitola: L’arte della tecnica –

Tutti iniziarono a esprimere pareri e opinioni sull’argomento, finché non li zittii.

– È solo un incipit, ma vorrei un vostro coinvolgimento reale. Vorrei che ci fosse anche Eleonora, però  –

In realtà, ero più che altro preoccupato per la sua prolungata assenza e dovetti andare a chiamarla dal bagno per farla rientrare. Non rispose subito al mio richiamo; aprì la porta lentamente dopo un po’ e mi fece entrare, tornando a sedersi sul water con le gambe rannicchiate al petto.

– Che succede? Sto per leggere il mio saggio, vieni? –

– Non li sopporto. Non sopporto le voci. Non posso stare in compagnia –

– È solo una riunione. Se vuoi, la prossima la facciamo da noi –

– Ma che avranno di così importante da dirsi? Non possono trasferire in arte le parole, così come dovrebbero? –

– Lo fanno, Ele, lo facciamo tutti. Però, ogni, tanto, è giusto anche condividere i propri pensieri –

– Condividere? Ma se ognuno parla per sé! –

– Hai ragione. Però, ormai che ci troviamo qui, diamo un senso alla nostra presenza. Che dici? Vieni ad ascoltare la mia Arte delle tecnica –

Nel frattempo, tutti avevano ripreso a parlare a gran voce. Entrai nella stanza accompagnando Eleonora per mano. Era evidentemente frastornata. Attirai l’attenzione spostando rumorosamente le sedie e ponendo la mia al centro della sala.

– Leggo: “Sembrerà un paradosso ma la tecnica è un’arte, non foss’altro per il fatto che l’arte è passione ed ‘essere appassionati’ in latino si dice ‘studere’.

Esiste, però, in sé, un’arte della tecnica che imposta quest’ultima come oggetto della creazione artistica. Errato sarebbe ricercarvi, al di fuori, un valore trovandosi, la creazione, in tal caso, in una posizione subordinata rispetto al principio di applicazione. È l’arte ad affinarsi attraverso la pratica della tecnica, se si considera la sua mutevolezza nel tempo in rapporto all’oggetto. La tecnica si realizza nella sua manifestazione artistica nel momento in cui assume un carattere personalizzato e univoco. Che l’arte possa esistere anche al di là della tecnica è un luogo comune antiestetico. Inconcepibile rispetto a chi intendesse volontariamente dimostrarlo, falso per chi producesse una propria tecnica che sarà stata dedotta da altre già esistenti. L’impulso alla tecnica non è un rischio di negazione dell’arte, tutt’altro dev’essere letto come una possibilità di ampliamento degli orizzonti a partire da un punto di vista delimitato, puntuale e costante. E il confinamento, al contrario, è una proclamazione d’identità.”  –

Tutti presero a esprimere la propria opinione sull’argomento. Eleonora, era irrequieta. Non seguiva le discussioni. Si mangiucchiava le unghie e fissava il pavimento. Mi guardò, senza che io me ne accorsi. Tirò fuori una lama e si incise un solco verticale sul polso sinistro. Il sangue iniziò a colare sul lungo abito nero. Rimase con il polso prono fissando la cascata rossa che le colava sul piede. Adele, la pittrice onirica che le stava seduta davanti, avvertì il fluido raggiungerle il tallone e, tastandolo, si accorse del sangue. Voltatasi, scoppiò a urlare. Eleonora, era impassibile, più bianca del solito, le occhiaie in netto contrasto con l’incarnato. Non guardava nient’altro che il sangue colante.  – Lasciatemi stare – pronunciò con voce flebile – Non vedete che sto creando? –

Mi lanciai su di lei non sapendo se, muovendola, avrei peggiorato la situazione.

– Armando, diglielo tu –

Non so per quale motivo mi chiamò Armando in quell’occasione. Sta di fatto che riprodusse identicamente la morte di mia madre che invocava il nome del marito anziché il mio.

A me non interessa granché di tutte queste cose. Non ho bisogno di essere il punto di riferimento di qualcuno. Anzi, sono sempre fuggito da questa responsabilità. Però, Eleonora, non aveva nessun motivo di chiamarmi Armando e questo non sono mai riuscito a spiegarmelo. Io la apprezzo per il coraggio che avuto. A farlo in quel modo, pubblicamente, come un’esibizione irripetibile. Quel suo gesto mi ha fatto sentire inferiore a lei, alle sue capacità e, forse, il suo intento era proprio dimostrare a tutti il coraggio della sua scelta. Se avessi avuto il tempo di comunicarglielo, se mi avesse dichiarato per tempo le sue intenzioni, non l’avrei distolta dal farlo, le avrei consigliato una situazione di maggiore impatto visivo. In una piazza, su un palcoscenico, nel tram. Questa sua eccessiva intimità è ciò che più mi ha fatto soffrire. Il fatto che non abbia condiviso la sua decisione con me. Non sono sicuro che fosse premeditata per quella sera. Però, quando l’ho raggiunta in bagno, avrebbe potuto dirmi qualcosa in più, avrei dovuto insistere meno. Spero che non sia dipeso dalla mia concentrazione sul saggio. Sono sicuro che non sia dipeso da quello. Eleonora, era una donna che non amava stare al centro dell’attenzione. Ci si trovava per natura. Ho sempre pensato che prima o poi si sarebbe suicidata. Me lo aspettavo. Ma, ero convinto che lo avrebbe fatto in totale intimità. Perciò temevo per lei quando rimaneva sola, quando si chiudeva nello studio o nel bagno. Rimanevo tutto il tempo con l’orecchio teso, senza intervenire. Invece, la solitudine, a Eleonora, serviva solamente per scrivere. Qualche volta, si chiudeva in macchina, se ci trovavamo fuori casa. Ha lasciato un’opera immane da sistemare.  È stata la prima cosa a cui mi sono dedicato in seguito al funerale. Sua madre non ha mai voluto vedermi; sosteneva che si fosse suicidata a causa mia. Sua madre, non ha mai conosciuto Eleonora. Progettava il suo suicidio fin dalla nascita, come me. Ma il momento esatto del suicidio non è mai premeditato. Si realizza nell’istante in cui si è superato il limite di vita consentito. Può avvenire ovunque. Nel caso di Eleonora, si è realizzato come un’opera d’arte. Nessuno, che non sia affetto dalla stessa ambizione, può comprendere la difficoltà a vivere di un suicida nato. Ogni giorno che passa è un fallimento in più rispetto alla propria missione. Dicevo, a mia madre, che il vero egoista non è chi si suicida, ma chi resta a soffrire per la perdita della persona in questione. La morte volontaria di mio padre, ho sempre cercato di assumerla come simbolo eroico della sua realizzazione. Mi sfuggono le sue motivazioni, ma non possono essere tanto lontane da quelle di Eleonora. Dalle mie.

La tarantola.

 

tarantola

 

Rocco diceva che l’Alfa 33 rossa sarebbe stata l’ultima auto della sua vita, dopo averne cambiate quindici, dacché si era patentato a diciassette anni e undici mesi. Tutte, rigorosamente, rosse – consapevole che non si sarebbe potuto mai permettere una Ferrari, se non in conseguenza di una ‘grossa vincita al superenalotto’.

La strada era tutta curve e dislivelli – a doppio senso, ma larga appena quanto un’utilitaria con uno sportello aperto – limitata ai lati dai muretti di pietre aguzze delle Murge, oltre i quali si dissolvevano i campi di terra rossa crepata di Luglio.

Cambiava le marce velocemente: pareva stesse partecipando a un rally, ma Emiliana si sentiva sicura al suo fianco, certa della sua esperienza di guidatore, specie lungo quei tragitti che percorreva fin da quando, ragazzino, rubava l’auto al padre compiacente della scaltrezza del figlio.

– Però a me non me la fai guidare ancora – protestava la ragazza, ogni volta che Rocco faceva sfoggio di simili racconti di gioventù.

– Ora sono cambiati, i tempi. Mi devo stare attento pure io su queste strade ché ci passano di tutto ormai: macchine, camion, Cristi e Madonne. E poi tu sei femmina, che c’entri con le macchine? –

Non aveva idea di dove fossero diretti, ma intuiva che si trattasse di una passeggiata domenicale, senza impegno, una di quelle attività che Rocco si obbligava a mantenere costanti da quando la moglie era morta e lui si sentiva responsabile dell’infelicità dei figli. In genere, portava con sé Nicola, il piccolo, mentre Emiliana rimaneva in casa a sbrigare le faccende domestiche perché, poi, quando lui tornava a casa, pretendeva di trovare la tavola apparecchiata e le minestre pronte sui fornelli. Pranzo e cena.

– E che c’ho colpa io che mi è morta la moglie? – puntualizzava sempre – Menomale che abbiamo fatto ’sta figlia femmina, se no che fine dovevo fare! –

Accostò l’auto di fronte a una palazzina intonacata e tirò il freno a mano.

– Aspettami qua, ché mo vengo –

Emiliana stava per contestare l’ordine ma, mentre sporgeva il busto verso il sedile del padre, quello aveva già chiuso lo sportello e si dirigeva verso il portoncino in anticorodal. Infilò le mani congiunte tra le cosce saltellanti e prese a guardarsi attorno. Al piano superiore della palazzina affacciava una porta-finestra priva di balconata. La osservò a lungo, cercando una spiegazione. Non ricordava chi abitasse in quel posto, se suo padre ce l’avesse mai portata. Si sentiva fuori luogo e, in quel momento, le sembrò di perder tempo. Scese dall’auto e si avvicinò al portone per leggere il nome sul campanello: M. Basile. Non le diceva niente. Fece un tettuccio con le mani sugli occhi per spiare attraverso i vetri oscurati: solamente una mezza rampa di scale. Era tentata a entrare, presa dalla noia, ma era certa che suo padre si sarebbe innervosito se lei avesse suonato, pensando che gli stesse mettendo fretta.

– Vieni, vieni signorina. Aspetta che ti apro  –

Una donna sbirciava da dietro le persiane dorate della finestra di pianterreno, ma Emiliana ne vedeva solamente la sagoma. Sentì l’impulso elettrico del portoncino e, seppur titubante, entrò. La donna, frattanto, aveva lasciato socchiusa la porta d’ingresso sul pianerottolo del piano ammezzato in uno spiraglio da cui uscivano gli odori della cucina che si sentono provenire dalle case a mezzogiorno. Emiliana riconobbe la voce del padre che discuteva con un uomo al piano superiore.

– Vieni, vieni ché tuo padre sta parlando ancora –

Il corridoio era largo e profondo, con un pavimento grigio perla splendente di cera a imitazione del marmo; le stanze erano disposte a coppie su entrambi i lati. Tutte le porte aperte.

Emiliana seguì la direzione della voce della donna, che coincideva con la scia degli odori. Si affacciò alla soglia della cucina, mentre quella, ai fornelli, non si girava ancora.

– Vieni, siediti. Lo vuole un caffè? –

– Grazie, non bevo caffè –

Finalmente la donna si voltò.

– Perché? –

Come se avesse sentito un’eresia.

Aveva il volto maculato di viola e le goccioline di sudore le colavano dall’attaccatura dei capelli fino alla punta del naso, come raccolte in un imbuto. Percorse tutto il letto del sudore, a ritroso, con il dorso della mano che infine asciugò sul grembiule con la movenza tipica delle massaie.

– Non si rifiuta mai un caffè. Non te l’ha detto tuo padre? –

– No, veramente lui dice che sono troppo piccola per il caffè –

La donna scoppiò a ridere.

– Tuo padre è un quaquaraquà. Non glielo dire: però lo devi sapere –

Armeggiò un poco vicino al lavabo e poi condusse una tazzina mezza piena di caffè nero alla ragazza. Piattino, cucchiaino e zuccheriera. Sul vassoio.

– Tiè. Alla tua età bevevo caffè come una macchinetta, se no non ce la facevo a stare in piedi una giornata dietro a quella bestia –

Emiliana, impacciata, girò il manico della tazzina verso di sé e immerse il cucchiaino nella montagna di zucchero bianco.

– Aspé! – le si sedette accanto – Non hai mai assaggiato il caffè e tutto ‘sto zucchero ti metti? Provalo prima così –

La ragazza avvicinò la tazzina alle labbra imbarazzate, soffiando.

– È un po’ freddo, l’ho fatto poco fa. Il primo caffè che ti bevi non sarà il migliore della tua vita –

Emiliana sorseggiò brevemente e subito tentò di trattenere un’espressione di disgusto.

– È forte – disse, per non arrecare dispiacere alla signora.

– E certo che è forte, se no non è caffè –

La donna versò una pioggia di zucchero nella tazzina e mescolò velocemente la soluzione in senso orario.

– Prova mo –

Rimase a fissare Emiliana in attesa di un giudizio, con l’espressione immobilizzata come in un fermo immagine.

– Be’? Com’è? –

– Così va meglio. È buono –

– E certo che è buono, se no non è caffè –

La donna sparecchiò all’istante e strofinò con un panno bagnato e poi con uno asciutto la porzione di tavolo che era stata utilizzata. Si rimise a cucinare.

– Se ti vuoi vedere la televisione, sta là il telecomando –

– No, grazie. Vado alla macchina ché l’ho lasciata aperta. E, poi, se mio padre non mi trova là si arrabbia sicuro –

– Non te la tocca nessuno qua la macchina. Vedi un po’, ché non li sento più quei due –

– Grazie per il caffè. Arrivederci allora –

– Ciao, bella. Quando vuoi un caffè, vieni a trovarmi. Non lo diciamo a tuo padre –

Emiliana sorrise forzatamente: non le piaceva mentire al padre e, del resto, non le era piaciuto neanche il caffè.

– Non ti accompagno: la strada la sai. Tirati la porta però –

Dal momento in cui aveva messo piede in casa Basile, non aveva desiderato altro che uscirne.

L’Alfa 33 rossa le ispirò una sensazione di sollievo, come se avesse rivisto un famigliare venutole in soccorso. I finestrini erano rimasti abbassati. Rocco era seduto al posto guida girato verso la campagna. Man mano che si avvicinava, le aumentava la tensione sapendo di dover sopportare i suoi rimproveri. Aggirò l’auto da dietro e, già mentre apriva lo sportello, iniziò a giustificarsi: – Ero dalla signora Basile, mi ha fatto entrare –

Si sedette composta, guardando dritto davanti a sé, ma subito le parve strano che il padre non avesse ancora proferito parola. Si voltò a guardarlo: la faccia era ricoperta di sangue denso, la fronte spaccata sul sopracciglio sinistro lasciava intravedere l’ossatura del cranio sporgente, digrignava i denti in un ghigno di terrore.

 

Emiliana si svegliò di colpo. A pochi centimetri dalla sua vista, la parete grossolanamente stuccata adiacente il letto. Una tarantola vi si stava arrampicando di fretta. Allontanò il capo dal muro e la vide ripercorrere lo stesso tratto. Si avvicinò ancora e non la vide più. Per tre volte la tarantola ricomparve quando focalizzava da più vicino, riproducendo la stessa dinamica. Solamente quando sollevò il busto sui gomiti, si rese conto che non c’era nessuna tarantola. Scrollò la testa. Controllò l’orario: le 9.12. Ebbe premura di verificare che suo padre fosse in casa. Si diresse verso la camera da letto: russava, le gambe a forbice aperta. S’incamminò verso la cucina. Nicola stava guardando la tv, la tazza del latte tra le mani e i piedi nudi penzolanti lungo la sedia che non toccavano il pavimento.

– Ché ti sei svegliato già? Non mi potevi aspettare? –

Il bambino rimase ipnotizzato allo schermo.

– Allontanati ché stai troppo vicino. Perché non mi hai svegliato? Non mi potevi aspettare?-

Strizzò gli occhi per sentire meglio la tv.

– Sto parlando con te: guardami e rispondi! –

– Sì, sì! – la guardò un istante, per accontentarla.

 

A mezzogiorno Rocco convocò i figli per uscire.

– Papà, ma devo cucinare! –

– E sì, ci facciamo giusto un giro, per svariare un po’ –

Entrarono in macchina: Nicola al centro del sedile posteriore, si era portato appresso due combattenti da far sfidare; Emiliana si era messa la gonna bianca di pizzo sangallo e stava seduta a gambe strette accanto al padre. Non aveva ancora l’aspetto di una donna: era una linea lunga e dritta, ma avvertiva già un senso di pudore nel mostrare il corpo.

– Mica si può stare sempre seppelliti in casa – puntualizzò Rocco.

C’erano quasi 30°, l’aria entrava dai finestrini a velocità dell’auto simulando una parvenza di vento. Fecero un lungo giro, costeggiando vigne, trulli e chiesette. Tacevano. Rocco parcheggiò in prossimità di un’abitazione.

– Aspettatemi qua, ché mo vengo –

A quelle parole, Emiliana fu percorsa da un brivido di terrore e subito le venne in mente il sogno della notte precedente.

– No, aspetta pa’! – le venne istintivamente di bloccarlo.

– Ch’è? –

– Non andare, aspetta –

– Ma che è? Faccio subito, ho detto! –

– Veniamo pure noi – era già scesa dall’auto e faceva segno con la mano a Nicola di seguirla.

La casa, chiaramente, non era la stessa del sogno, ma Emiliana avvertiva una sensazione di ansia che la spingeva a non separarsi dal padre.

La sera precedente avevano litigato.

Dacché Emilia era morta, in casa si respirava un clima di tensione perenne e la suscettibilità di tutti era cresciuta precocemente. Le attenzioni maggiori, però, erano rivolte a Nicola, nel timore che una simile perdita potesse deviarlo nella crescita. Emiliana aveva da subito iniziato a fargli da mamma, senza che alcuno glielo avesse suggerito. Aveva sviluppato un senso di responsabilità eccessivo per una sedicenne e neanche ricordava più cosa volesse dire avere i desideri delle sue coetanee. Era come se si fosse ritrovata ad avere un figlio senza passare per la gravidanza, l’allattamento, il matrimonio. Era regredita di anni di storia, divenuta una donna di casa degli anni ’50. Non frequentava più nessuno, solamente a scuola entrava in contatto con ragazzi con cui neanche si trovava a suo agio. Se ne stava in disparte, attenta durante le lezioni, ma non eccellente negli studi, ai quali le rimaneva poco tempo da dedicare. Amava suo padre in qualità di figlia, ma il loro rapporto era mutato ormai in una perversa congiunzione coniugale fatta di liti, rimproveri e frustrazioni. Era stata Emilia il solo collante della famiglia, giacché la famiglia è il luogo in cui si concentra e si sfoga la repulsione e l’avversità per la propria specie e solamente laddove esiste una figura in grado di convertire il legame di sangue in amore può realizzarsi una serena convivenza. Emilia aveva amato tutti in diverso modo: Emiliana perché era la continuazione e la rinascita della sua femminilità, Nicola perché era l’uomo da modellare a proprio piacimento, Rocco per fedeltà alla legge sacra del matrimonio. Era tramite Emilia che i componenti della famiglia si erano relazionati tra loro. Li aveva ascoltati, accuditi, coccolati. Allieva naturale degli atteggiamenti materni, Emiliana tentava di mantenere costanti gli equilibri della famiglia, ma era ancora troppo acerba per giostrare le redini di un simile sistema e caratterialmente non funzionale a quel ruolo.

La sera in cui aveva litigato con suo padre, si era messa a letto molto presto, con la faccia affogata nel cuscino ad assorbire il rumore delle lacrime, ma non era riuscita ad addormentarsi per via dell’agitazione che la dominava. La facevano star male, le liti. Non aveva fatto altro che chiedere ‘scusa’ mentre il padre la riempiva di insulti, sperando che un simile atteggiamento avrebbe frenato la sua ira. Invece, ciò di cui necessitava Rocco, era proprio lo sfogo verbale di tutta la rabbia accumulata per la vita ingiusta che gli era capitata. Emiliana non poteva ancora comprendere tale dissidio e si colpevolizzava per ogni diverbio che non riusciva a evitare. Nonostante tutto, l’idea di poter perdere suo padre, sottrarre un ulteriore componente al nucleo famigliare che le si sfaldava tra le braccia, la terrorizzava.

 

Mentre Rocco, noncurante delle richieste della figlia, era già arrivato davanti al portone, Emiliana metteva fretta al fratello che ancora esitava a scendere dall’auto.

– E non vedi che ha detto di no?! –

– Te lo sto dicendo io: cammina! –

– No! –

– Vedi che ti lascio qua. Io entro –

Il portone era aperto. Spiò dentro, guardò le finestre in alto e fece segno di via libera a Nicola che era rimasto in macchina, ma non le aveva tolto gli occhi di dosso per assicurarsi di non restare solo. Infine, si era rassegnato a raggiungerla.

– Ma che dobbiamo fare qua? – bisbigliò il bambino.

– Dobbiamo aspettare papà. Siediti e gioca. In silenzio –

– Ma non lo possiamo aspettare in macchina? –

– Non t’impicciare. Che ti cambia? Gioca! –

Mentre Nicola faceva combattere i due guerrieri sui gradini delle scale, Emiliana si era messa a sedere su un muretto davanti al contatore della luce. Le mani congiunte infilate tra le cosce saltellanti. Fissava il muro laterale tendendo l’orecchio in direzione dell’appartamento.

 

Nel campo visivo che ricopriva una porzione di muro, apparve una tarantola in scalata. Emiliana smise di far saltellare le gambe. Avvicinò lo sguardo al muro per guardarlo meglio: la tarantola continuava a salire. Tirò indietro il capo per verificare se si riproducesse il fenomeno avvenuto qualche ora prima: la tarantola continuava a salire. Esisteva, in una coincidenza spazio-temporale tra il sogno e la realtà. Senza distogliere lo sguardo dalla parete, Emilana allungò il braccio, a una lentezza da moviola, verso Nicola: gli afferrò il polso, lo tirò a sé e se lo strinse forte al petto.

H

Cometa Donati 1858

Ogni sera, mentre lui non arriva, lei legge Manganelli, il quale, denso e poroso, le provoca un’eccitazione perversa senza pari.

Se lui arriverà entro il termine della sigaretta, la troverà ad attenderlo. Ma: la sigaretta brucia veloce e lei scandisce il tempo diversamente.

Lui, frattanto, sta contrattando con donne satellitari, dimenticandosi di lei.

Lei, invece, continua a pensarlo, nonostante i suoi studi la inglobino in orbite spaziali. Spaziali? Sì, perché lei si occupa di fisica quantistica, dimenticandosi del mondo reale. Reale?  Non quello che ruota attorno a un asse obliquo per ventiquattro ore seguendo le dinamiche ellittiche del sistema di pertinenza; quell’altro, strettamente territoriale, costituito di genti scontente, in attesa. Lei vi appartiene. Eppure, se ne dimentica. Lascia bruciare la sigaretta come un meteorite periodicamente tornante, appariscente. Resta in attesa, senza riflessione; terminata la sigaretta, inizia a leggere Manganelli. Il quale, inconsciamente, le causa la suddetta eccitazione perversa. C’è da domandarsi, a questo punto, se lei sia eccitata dallo stesso autore, ovvero dall’uomo che attende. Intanto, la cometa H. attraversa la volta visibile, senza che nessuno dei due lo sappia. Lo sa l’altra: quella che, dall’altro lato del telefono, cerca di persuadere lui, nella speranza di un ritorno. Perché, come la cometa, sa che tutto torna, in una notte.

Il Santo

Pialla-falegname logo

Dev’esserci stata una latenza, alla mia nascita, che mi ha generato come eco di me stesso.

Da qualcuno, a un punto avanzato della mia vita, sono stato definito incolto. Come una lattuga marcita, eppure nata. Inutile celarlo dietro un aggettivo indefinito. Costui era uno, precisamente: un’entità, univoca e recidente come lama affilata alle basi del fusto. E, come tale, era di genere femminile, sprezzante.

Quand’ero bambino, alla domanda solita sulle previsioni lavorative future che mi si poneva, rispondevo che avrei voluto fare il Santo. Di mestiere. Ridevano.

Il fatto è che non mi fu concesso seguire studi classici, canonici: mio padre mi istruì alla nobile arte del falegname. Produssi, fin da principio, crocifissi. Quando fui più grande, ne progettai alcune copie di mirabile fattura, mai realizzate. Infine, mi dedicai alla scultura. Quando, poi, fui abbastanza maturo da intuirne il significato reale, mi prostrai ai piedi della mia stessa arte, prima ancora che a quella del sacrificato, e impedii a me stesso di proseguire l’opera.

Mi sarei ritenuto degno soltanto qualora fossi diventato un Santo.

Non fu, certo, sufficiente astenermi da donne, denari e vizi per divenire tale.

Un Santo è la sintesi di un sistema. Non l’apice di una gerarchia, il rispetto delle norme, l’educazione dei sensi che governano le specie. Essere un Santo vuol dire estrapolare il nettare delle madri immastite, sputarlo prima ancora di goderne i benefici papillari e custodirlo come germe di una razza vergine, innata e sterile.

Non mi era chiaro ancora, però, che un Santo, più ancora che un Artista, è consacrato tale soltanto postumo. Impiegai tutta la vita, difatti, per esserlo. Attraversando difficoltà, impedimenti e stroncature.

Conobbi Luce ché avevo vent’anni. Mai, prima di allora, una creatura femminile aveva osato interpolarsi tra me e La divinità. Era più piccola di me, ma con delle rughe ai lati degli occhi che non lasciavano interpretarne l’età. Fui colpito dalla presenza di quattro nei disposti a rombo sul polso, quando mi porse la mano per presentarsi. Non era un rombo, era una croce. Era venuta in laboratorio con sua madre per ordinare la camera da letto della sorella appena nata. La madre la definiva entusiasta dell’arrivo, ma a me parve infastidita dalle attenzioni materne, seppure premature, per l’intrusa. In questi termini me ne parlò, quando ormai quella spadroneggiava in casa con prepotenza di uomo incontaminato. Era venuta ogni pomeriggio a seguire la preparazione della mobilia, finché non fu pronta, sostando oltre la nube di segatura da cui, ogni volta, le suggerivo di allontanarsi. Tra le pause acustiche del lavoro, Luce si intrometteva a produrre i resoconti degli studi in cui, di giorno in giorno, si imbatteva. Pronunciava nomi che non avevo mai sentito, che mi affascinavano. Di tanto in tanto mi permettevo di domandarle approfondimenti sulle questioni proposte e lei, qualora non possedesse risposta congrua, s’infastidiva al punto da insultare la mia ignoranza. Adoravo la sua irritabilità. Le faceva spuntare le vene sul collo fiero, mentre gli occhi percorrevano un’orbita da sfidante a tenera.

Prima di lasciare il laboratorio, sbattucchiava le mani grassocce sulla patta della gonna tesa, proclamando dubbiosamente un successivo incontro. Dopo la terza volta, non ebbi più dubbio che sarebbe tornata puntualmente.

Compresi, in breve tempo, che Luce provava gusto a sfidarmi e provocarmi.

Era un gioco che mi piaceva, ma non mi allettava.

Non poteva in nessun modo una donna, una femmina, sconvolgere gli equilibri tra me e La divinità. Cosa avrebbe potuto darmi di più?

Certo, mi affascinavano le sue maniere: il ritmo del muovere i polsi, il volgere il capo al lato come un cane che tenti l’interpretazione del linguaggio umano, lo slancio delle ciglia presuntuose. Né ero imbarazzato dalle fattezze femminee, dalle lusinghe del corpo, dalla provocazione che le pertengono che pure,  La divinità me lo conceda,intuivo ciecamente.

Luce, però, non pareva comprendere le mie resistenze. Che tali non erano, effettivamente, non essendovi impulsi primari da ostacolare. Per quale motivo penso a lei tutt’ora? È stata lei, il suo incontro, a impedirmi di diventare un Santo? O la latenza che, alla mia nascita, mi ha generato come eco di me stesso?

Persi notizie di lei subito dopo la consegna del lavoro.

Centinaia di clienti varcarono ancora la soglia del laboratorio, ma mai nessuno mi colpì in un particolare come la croce di nei sul polso di Luce.

C’è chi attribuisce all’Amore svariate possibilità. Da tre a infinite. Io, dacché sono nato, sono stato convinto che l’Amore si manifesti una sola volta nella vita di un singolo individuo. Le altre sono prove, allitterazioni. L’Amore è un distico perfettamente compiuto, consegnato brevi manu dalla divinità, senza enigmi sfingici. Io ho dovuto rifiutarlo, per essermi consacrato in precedenza allo stesso emittente. E non perché lo amassi, pur adorandolo: la mia ambizione, il mio ritardo sulla vita me lo impedì.

Loro

occhinegliocchi

Di loro si disse che si amarono per sempre. E ben oltre.

Che furono bellissimi, piacevoli alla compagnia e stretti, così si dice ancora: che furono stretti come un nodo ben saldo, inestricabile da perderci la vista, o le unghie a tentare di disfarlo e, d’altronde, nessuno avrebbe osato, neanche per invidia, sciogliere quella immagine confortante e piena di vita che rappresentavano passeggiando tra la folla, senza curarsene.

Tuttavia, ci fu chi disse che non esistettero affatto, che furono soltanto una leggenda, frutto del logos popolare che umetta le piazze del paese, o che si manifestarono, sì, ma come proiezione della Perfezione scesa in terra per ammaestrare i deboli di cuore, regalare loro una speranza che se anche nelle loro vite non si produrrà mai, quantomeno è certo che in altri esista, possa esistere.

Io che li conobbi, posso dire che amai il loro amore come una fiaba notturna familiare. E mi sentii amato, da loro, per il tempo che mi concessero, svuotandomi le tasche delle zavorre ed elevandomi al loro volo. Forse, fui soltanto un passatempo per loro, ma ciò che fonda è che mi fecero sentire amato, per una notte, o per sempre. Mi affibbiarono un soprannome, buffo ma altisonante, mi condussero nel loro appartamento e mi ubriacarono con vini e micro-leggende avvincenti. Sull’affievolirsi delle fiamme ombreggianti sul fondo del camino, lei mi toccò la fronte con un pollice, imprimendovi le impronte digitali e lui mi parve agitarsi sul momento ma, appena mi accasciai ai piedi di lei singhiozzando, quello mi venne incontro e, pur rimproverandola con lo sguardo, le leccò la linea verticale del collo teso. Ancora lei, mi vuotò il liquido contenuto in un bicchiere sulla testa e attese. Attendeva che mi sollevassi, non mi abbandonò. E quando mi sollevai, trovandomi di fronte al suo viso, vidi l’espressione più delicata che mi fosse mai capitato di osservare non soltanto in una donna, ma in tutte le opere d’arte di ogni tempo che conoscessi. Non ebbe nessun tipo di contatto con me, se non quello del pollice premuto sulla fronte. Si addormentò sul divano non avendo più pronunciato una parola. Rimasi con lui, che mi accompagnò alla porta pregandomi di non rivolgere lo sguardo sul sonno della donna. Era quasi l’alba e mi ritrovai a camminare in mezzo a una campagna permalosa. Ebbi l’impressione di aver sognato la nottata appena trascorsa, ma di sentirmi meglio, come rigenerato. E quando, il giorno seguente, mi risvegliai nel letto del mio appartamento, la mia vita mi parve un disastro di inutilità, la vita una esperienza meravigliosa.

S-COPPIA

giochi-di-coppia-web

Erano anni che non scopavo così.

C’era stato il matrimonio, poi l’incidente e la bambina.

A pensarci ora – proprio nel momento in cui mi godo i postumi dell’orgasmo sdraiata sul letto evacuato dall’uomo – mi rendo conto che neanche la ricordo più, l’ultima volta che ho scopato così. Non parlo di amore, è chiaro. Quello, Carlo era sempre stato in grado di darmelo, fino all’incidente. E che colpa posso dargli se ora si ritrova desensibilizzato come un eunuco? È stato fin troppo buono con me. Lui sì che mi ama. Mi ha amata da sempre più lui di quanto l’abbia fatto io e, forse, in seguito all’incidente, il suo amore nei miei confronti è addirittura cresciuto. Sarà perchè io non l’ho abbandonato, ma non è stato facile per niente. Sono stata fortunata: quale uomo concederebbe alla propria moglie, per giunta incitandola, di farsi un amante? Ora, una volta a settimana, mi ritrovo in un letto extra-matrimoniale a farmi sbattere da uno sconosciuto. Che scopa come un animale, lo devo ammettere. Sono rimasta con una mano in mezzo alle gambe a sentire le pulsazioni che ancora si producono a fior di pelle, la testa inclinata da un lato. Ha lasciato la porta del bagno aperta, lo vedo farsi la doccia dietro il pannello in plexiglass, dritto davanti a me. Io odio le persone che si lavano dopo un rapporto sessuale. È come infilarsi due dita in gola e vomitare un pasto prelibato. Ma, nel caso di Paolo, mi fa piacere che lo faccia, così mi lascia sola nel letto dopo che abbiamo finito. Certo, è un bellissimo uomo, sembra una statua greca. Non l’ho mai avuto un uomo così bello ma, del resto, non sono mai stata attratta dalla bellezza. E comunque mi sembra un vero imbecille: è evidente che si piaccia da morire. Tanto meglio, almeno non rischio di mettere a repentaglio il matrimonio. Carlo è stato così buono con me. All’inizio, voleva addirittura trovarmelo lui, l’amante, ma io non ho voluto farla così sporca. Tra l’altro non ho avuto difficoltà a travarlo da me. Paolo è il mio personal-trainer, mi corteggiava da quando mi ha conosciuta, pur sapendomi sposata. Io andavo ad allenarmi in palestra tre volte a settimana fin da prima dell’incidente, ma non sono mai stata tentata a cedere alle sue avances. Ora, uno dei tre allenamenti lo approfondisco a casa di Paolo, per non essere troppo esplicita con Carlo. Ma figuriamoci se mio marito non indovina che sto andando a scopare. In ogni caso, ogni volta che esco, per lui è una roulette russa, da cui, prima o dopo, il colpo viene esploso. È un argomento che evitiamo sempre di trattare comunque e, tuttavia, che importanza può avere questo gioco? La riproduzione oramai mi è preclusa e, per non fare un ulteriore torto a Carlo, uso la pillola per precauzione. Amanda ce la stiamo crescendo noi perchè i genitori li ha persi entrambi nell’incidente e Carlo scarica tutto il suo senso di colpa cercando di amarla come due genitori in uno. Per me, invece, non è la stessa cosa. Voglio molto bene ad Amanda e cerco di sopperire a ogni mancanza, ma la mia vita, oramai, sembra essere deragliata ed è come se l’incidente mi abbia lasciato in cambio un’esistenza posticcia di cui accontentarmi. Scopare con Paolo non significa tanto soddisfare un’esigenza fisiologica, come crede Carlo. È, piuttosto, un’attività che mi tiene legata alla mia vita precedente. Mi ricorda il periodo universitario in cui scopavo con ogni uomo che mi attraesse senza innamorarmi mai. Per me vivere vuol dire soddisfare i miei istinti fregandomene di tutti. So che non è la più nobile filosofia di vita che esista, ma io sono sempre stata così e non me ne pento affatto. Non trovo nulla di scandaloso nel sesso. L’essere umano si è evoluto nel corso della storia, cambiando usi e costumi, ma gli istinti primordiali sono rimasti invariati perchè sono tanto necessari quanto autentici. In natura non esiste vincolo di coppia, tantomeno, di conseguenza, tradimento. Io non sento di tradire Carlo. Tradire significa venire meno a un patto per mezzo della menzogna. Nel nostro caso, al contrario, abbiamo un accordo in tal senso. Prima dell’incidente eravamo una coppia, è vero, ma soltanto perchè non avevamo bisogno di altro. Non c’era nessun divieto tra noi, ci siamo sposati consapevoli che sarebbero potute capitare occasioni extra-coniugali. Il senso di colpa che avverto allo stato attuale dei fatti risulta, piuttosto, dalla situazione di imparità tra me e Carlo, per la quale io scopo e lui no. Ma lui mi ha tranquillizzata dicendomi che avrebbe fatto lo stesso, trovandosi al mio posto, anche se io sono convinta che, quando afferma questo, non dica la verità. Sono convinta che Carlo non avrebbe ceduto al suo istinto in luogo dell’amore che prova per me. Fin dall’inizio, ha accettato la situazione conoscendo la mia ideologia, che ha sempre finto di condividere, pur di stare con me. Forse, il suo sì che è amore, mentre io che, anche quando sono coinvolta sentimentalmente, scopo così come mangio e dormo e vado in bagno, ho tutta un’altra idea sull’amore.