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RAGIONAMENTI DOPPI – anonimo del IV secolo a.C.

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“Ragionamenti doppi intorno al bene e al male sono sostenuti in Grecia da coloro che si occupano di filosofia […] gli uni dicono che altro è il bene, altro è il male; altri invece, che sono la stessa cosa; la quale, per alcuni sarebbe bene, per altri, male; e per lo stesso individuo, sarebbe ora bene, ora male. Quanto a me, io mi metto dal punto di vista di questi ultimi; e ne ricercherò le prove nella vita umana, le cui cure sono il mangiare, il bere e i piaceri sessuali; poichè questi soddisfacimenti per l’ammalato sono un male, ma per chi è sano e ne ha bisogno, un bene. Pertanto, l’abuso di essi è male per gli incontinenti, ma per chi li vende e ci guadagna, è un bene. E così la malattia per i malati è un male, ma per i medici è un bene. E ancora, la morte per chi muore è un male, ma per gl’impresari di pompe funebri e per i becchini è un bene. E che l’agricoltura dia abbondante raccolto, è un bene per gli agricoltori, ma per i commercianti è male. Così pure, che le navi onerarie si scontrino e si sfracassino, per l’armatore è male, ma per i costruttori è bene. E ancora, che il ferro si corroda e si ottunda e si spezzi, è male per gli altri, ma per il fabbro è bene. E che stoviglie si rompano, per gli altri è male, ma per i vasai è bene. E che le scarpe si logorino e si lacerino, per gli altri è male, ma per il calzolaio è bene. E così pure nelle gare ginniche e nelle musicali e belliche; per esempio, nella gara della corsa allo stadio, la vittoria è un bene per chi vince, ma per chi perde è un male.”

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D’AZZURRO SCORRI

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Tu che smerigli gli occhi
armàti d’alta diga,
flutti esiziali a foce
sempre conduci in riga,
erunchi insane sponde
gremite al suol di faci
che pari al Flegetonte
le rendono capaci,
per rendere la pesca
fruttuosa in un sol gesto
celere intassi l’acque
portando a galla il mosto.
Niliaca fonte sgorga
a sud del Continente,
percorre come sonda
la Valle partoriente,
sì tale in petto giace
mitilo edematoso,
che al fin liquor si spande
per essere smaltito.
D’azzurro scorrer odo
argomentar correnti
nascoste ma influenti
sul fondo ch’imo tace.
Tu che mi specchi gli occhi
inondi di languore,
oltre l’ardita diga
attendi immenso, mare.

CHRONOGRAPHIA, Michele Psello

 

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” non dava [ … ] il minimo peso agli eruditi, ma anzi nutriva per questa categoria, voglio dire quella degli uomini di cultura, il più assoluto disinteresse. Per cui anzi mi vien fatto di stupire della circostanza che, concedendo l’imperatore Basilio II [N.d.r.] tanto mediocre stima allo studio delle lettere, nondimeno sia germogliata in quei tempi una fioritura di filosofi e retori nient’affatto mediocre. Alla mia perplessità ed al mio stupore una sola risposta trovo per così dire perfettamente calzante e verosimile, che cioè gli uomini di allora non si dedicarono alle lettere per un fine estrinseco, ma le coltivarono come fine a se stesse a proprie spese; laddove invece i più alla cultura non si accostano così, ma considerano motivazione primaria alle lettere l’arricchirsi, e piuttosto a questo scopo le coltivano, e se il fine non è presto raggiunto se ne distaccano senza esitazione.”

INTUS FLERE

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C’eri tu e c’ero io.

C’era un plotone di gente, invisibile, silenziosa, al nostro cospetto.

C’era una città che non era nostra, ma che ci accolse premurosamente, favorendo il nostro incontro.

C’era il cielo e c’erano le stelle, tutte, c’era la luna tutta illuminata, anche sul lato oscuro, e c’era il mare e la montagna.

C’era la grancassa che mi bussava allo stomaco, c’erano gli occhi miei ipnotizzati dalle tue mani in sessantaquattresimi e c’era il rituale in cui tu, solitario, scomponi e conservi le tue protesi tribali, nel quale io ti avrei accompagnato per sempre, iniziando da quel momento in cui c’era il pedale che ti agevolai.

C’ero io che ballavo come una forsennata Tomorrow never knows seguendo ogni tuo movimento e c’eri tu che improvvisamente mi ballavi accanto fissando i miei scarponi per non farti calpestare.

C’era il dj che passava gli Smiths.

C’era una folla che non vedevo e c’era il fotografo di sala che mi aveva appena dichiarato il suo amore che mi immortalò in uno scatto fantasmatico.

C’era il tuo orecchio da avvicinare alla mia voce, c’era l’odore da verificare. Era quello giusto. Eri tu.

C’era la fretta dei tuoi compagni di andarsene e c’era il nostro desiderio di saperci.

C’era la mia spudoratezza di invitarti a dormire insieme e c’era il fotografo che quasi piangeva a vedermi gioire.

C’erano i numeri di telefono da scambiare e c’erano ancora i nomi da scoprire. Era quello giusto. Eri tu.

C’era la tua smania di baciarmi prima di andare e il timore di non rivedersi più, ma c’era la mia parola d’onore e la tua fiducia immediata.

C’era l’automobile con cui venni a prenderti, la promessa mantenuta e la tua incredulità irrefrenabile.

C’era una casa, ce n’erano due anzi, una piena e una vuota, che noi subito riempimmo colonizzandola. Eravamo già un plurale. Eravamo noi.

C’era un cane di piccola taglia che ci saltava addosso per richiamare l’attenzione, ma c’erano i nostri occhi che compenetravano irrimediabilmente.

C’erano fiumi di parole che volevano parlare, ma furono messe a tacere dal tuo scatto felino sulle mie labbra mobili.

C’era un divano, ma c’era anche un pavimento.

C’era il tuo corpo nudo sul mio corpo nudo sul divano e poi sul pavimento.

C’era lo stupore, la meraviglia, l’ammirazione.

C’era un concorso di bellezza dal quale uscimmo ex equo vincitori.

C’erano ansimi in crescendo culminanti in un allegro finalmente troppo e c’era lo sfinimento.

C’erano le vite da raccontare, c’era il sole che stava sorgendo che non si poteva impedire.

C’erano gli alberi di limone da ammirare, c’erano gli uccelli appesi in cielo, c’erano le tartarughe di terra che si allungavano al calore.

C’era la tempia da adagiare sul petto e c’era la tua veglia al mio placido dormire.

C’era L’insostenibile leggerezza dell’essere da rievocare.

C’era la tua partenza al risveglio, c’era la Pasqua di mezzo, ma tu dovevi andare.

C’era la strada da percorrere assieme, c’era il sole che calava a picco sui nostri corpi facendoli tutt’uno con le ombre.

C’era la tristezza e la rassegnazione.

C’era la separazione dei corpi, ma non delle anime e c’era un addio carico di speranza di sbagliarsi.

Non c’eri più tu e non c’ero più io.

C’eravamo noi.

Uomo

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Quando comprendi il meccanismo intorno a cui ruota la vita, non vivi più.

Il presente diventa un tempo morto, uno spazio asfittico. Eppure accade. Continuamente. E questo continuo accadere, questo susseguirsi di gioie e dolori, te lo trascini, assieme a questa consapevolezza, fino alla trasformazione cui è teso: la fortificazione dalla delusione, la soddisfazione dal piacere.

Vivere in funzione dei risultati.

Alla fine dei giorni riceverai il senso compiuto di tutte le compromissioni e, finalmente, non proverai pentimento per alcuna di queste. Perciò sei mortale. L’immortalità ti negherebbe un resoconto degli accadimenti.

La mia anziana nonna, al tramonto della sua esistenza, mi ha detto: 

– Non  ho mai pensato che sarei diventata così –

Lei ha vissuto tutta la sua vita nel presente.

Io sono predisposta a vedermi invecchiata dal tempo, inasprita dalle disillusioni, appagata mai.

Questo perché il piacere è il sentimento del presente.

Il mio presente è assente. Lo ripudio per via della sua caducità. Non comporta evoluzioni di alcun tipo. Lo biasimo, così come tutti coloro di cui ne godono.

Io bevo per riflettere su questo. Non per evitare di pensarci.

Il mio amico di una vita mi dice:

– Fai questo e quello, così non ci pensi! –

Io gli rispondo che astenersi dalla riflessione è un delitto. Cosa potrei farmene del presente in disfunzione del futuro? Non è certo questo il carpe diem da molti malamente interpretato a proprio favore.

Così, mi ritrovo a evitare la vita, quella quotidiana.

L’uomo che amo ha stabilito di disfarsi di me, giacché non può tenermi vicina.

Io continuerò ad amarlo, perché il sentimento che provo per lui si rivelerà mio compagno di viaggio più di quanto lui stesso sarebbe stato in grado di fare.

I miei studi sono tortuosi e sempre incompleti, ma so che ringrazierò la fatica che mi costano quando saranno in grado di rispondere a ogni mio quesito.

L’arte è un’attenuante volitiva. Accomoda, accoglie, rigenera. Mai stanca. È il farmaco incantatore che conduce all’immortalità. Ne divento dipendente. Gratifica.

Perché vivi, uomo? A che, la vita tua, è disposta? Migliòrati.

Si studia per diventare migliori, non degli altri. Si studia per diventare migliori.

Arricchisci la tua esistenza del senso stesso che le conferisci.

In quale momento del giorno, della notte, ti soffermi a pensare? È un rischio, lo so. Non ne sei abituato. Fattene una ragione: ormai ti trovi qui, i piedi disseminati, le strade infinite.

Cosa ti trattiene? Disegna la tua missione. Perseguila.

Uomo, la nostra condizione è comune.

Il cuore si scioglie, temprato.

Sei tu, che rinneghi la vita.

“L’inclita lode della Magnificenza vostra, che la vigile fama divulga volando, agisce in vario modo su questi e quelli, così che gli uni esalta nella speranza della propria prosperità, gli altri abbatte nel terrore dello sterminio.”

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Come sarà interpretato, a posteriori, il fenomeno dilagante della scrittura in un’epoca in cui di libri pochi se ne leggevano e troppi se ne scrivevano?
È, forse, la scrittura apparentemente la più accessibile tra le artes?

Nel corso dell’ultimo anno (volendo attenerci al presente più immediato), in Italia si è assistito a:
– un’espansione vertiginosa di corsi di scrittura di ogni tipo e livello
– l’inaugurazione di un talent show (Masterpiece), su una rete nazionale (Rai3) in collaborazione con un grande Editore (Bompiani), in anteprima mondiale volto alla ricerca di scrittori esordienti
– l’uscita in edicola di un corso di scrittura (Scrivere) per principianti (edito da Fabbri editori).
È indubbio che le proposte di mercato difficilmente favoriscano percorsi sperimentali o di propaganda (se mai qualcuno potesse illudersi che Rai, Bompiani, Fabbri editori e i docenti di scrittura, esclusi dalla Pubblica Istruzione per motivi tutt’altro che empirici, stiano tentando un percorso di acculturamento nazionale); al contrario, è ampiamente provato che il mercato segue processi di tendenza già in essere, assecondando la richiesta del pubblico.
A prescindere dall’entità dei singoli fenomeni, la cui novità è già largamente discussa, sorge spontaneo domandarsi: da dove derivi e di che cosa sia indice.
Il discorso attorno al rapporto tra la società moderna e la pratica artistica risulta non poco complesso.
A tal proposito, non si tratterà, in questa sede, del più raffinato aspetto qualitativo, per cui si potrebbe cercare di ridurre la trattazione a tre elementi da prendere in esame limitatamente all’aspetto quantitativo nel seguente modo:
1. quanta sia la produzione artistica
2. quanta risposta generi la produzione artistica
3. quanto l’economia nazionale si interfacci al fenomeno.

Andando per ordine:
l’Italia è proverbialmente il Paese dell’arte che ha dato i natali a eccellenze artistiche, le quali hanno sempre rappresentato motivo di vanto anche per l’italiano più ingrato e miscredente, che si sono distinte per il loro carattere di “eccezionalità” non solo qualitativa ma anche quantitativa. Il motivo è da ricercarsi nella questione economica e si ravvisa uniformemente, fino a un’epoca piuttosto remota, entro due costanti correlate alla produzione artistica da parte di:
– chi potesse permettersi un grado di istruzione di comprovata importanza al fine
– chi, proveniente da bassa estrazione sociale, cercasse finanziamenti necessari quantomeno al sostentamento personale consapevole che “amor ingenii nemimni umquam divitem fecit”.
Al di là dell’opinabile giustizia del fenomeno storico-artistico, ciò ha consentito di seguire l’apporto culturale “nazionale” delineando personalità e tendenze di rilievo e conferendo, così appare, una certa garanzia di qualità alla produzione.
Il fatto che il livello di cultura attuale, negli ultimi cinquant’anni almeno, abbia subito una crescita esponenziale estesa anche ai ceti subalterni potrebbe, quindi, aver influito alla propagazione di una pratica che storicamente aveva mantenuto un certo carattere “elitario”.
Il dato può essere doppiamente interpretato:
– quello italiano è davvero un popolo dotato, per via ereditaria quanto per indole, di una innata e irrefrenabile coscienza artistica
– i livelli di egocentrismo dell’essere umano contemporaneo si sono evoluti smodatamente trovando nell’espressione artistica una foce a delta.
L’esito è del tutto discutibile considerato che perlomeno dall’arte ci si attende una certa irreversibile democrazia, oggi quasi del tutto negata in ogni altro settore (sebbene il nostro Paese si definisca orgogliosamente democratico).
I social network testimoniano la larga diffusione del fenomeno: una media di una persona su tre (statistica mia) gestisce uno spazio multimediale in cui pubblicizza la propria attività artistica, spesso di auto-produzione (meccanismo, anche questo, del tutto nuovo e caratterizzante la nostra epoca dal quale poter ricavare ulteriori considerazioni).

Approvata la quantità della produzione artistica contemporanea e seminato qualche probabile motivo, tralasciando la qualità di questa stessa produzione, sorge spontaneo interrogarsi sul destino, o la destinazione, di tali prodotti.
Già da tempo si discute intorno all’argomento della crisi che ha investito anche, e particolarmente (poiché subita doppiamente: oltre che da quella più generale economica nazionale, anche dall’introduzione dell’e-book che pare sia preferito al tradizionale libro), il settore dell’Editoria, alla quale crisi si accosta un’inspiegabile depotenziamento della lettura in sé da parte di un popolo che tanto rivendica giustizia alla cultura.
È probabile che in questo campo, come in tanti altri già accade, si stia verificando un processo di preferenza al baratto e al riciclaggio nell’ottica dell’attuale urgenza a frenare il consumismo alla rincorsa del risparmio.
Nella maggior parte dei casi quella persona su tre che sponsorizza il proprio prodotto sui social network esaurisce le proprie vendite entro la cerchia dei conoscenti che ne apprezzano entusiasticamente il risultato.
Parrebbe come investire in petrolio nella fase del suo esaurimento.
È significativo valutare il dislivello tra produzione e risposta, a cui si potrebbe rimediare se ogni esordiente sostenesse almeno un collega nella sua stessa condizione. Ma ciò non avviene e a risentirne è il mercato editoriale se non lo scrittore che si cimenta nell’impresa per soddisfazione personale e il più delle volte ricopre una figura professionale altra, per aspirazione o necessità che si voglia.

Presa consapevolezza della circolazione aleatoria della produzione artistica in questione, si consideri il rapporto di questa con il contesto in cui naufraga.
Le dinamiche economiche nazionali dovrebbero muoversi nell’ottica dello sfruttamento delle proprie risorse naturali.
È opinione comune diffusa, e probabilmente a tal punto veritiera, che l’Italia dovrebbe fondare la propria sussistenza su turismo, alimentazione e cultura mentre si ostina a imitare modelli statali ormai consolidati su altre risorse, ognuna connaturata alla propria appartenenza, con i quali il Bel Paese a poco a che vedere.
Una tendenza naturale di simile impatto non dovrebbe essere sottovalutata o soppressa, bisognerebbe, invece, sfruttarla a proprio vantaggio, come insegna un’importante disciplina etico-agricola: il problema è la soluzione.

A prescindere dall’importanza, diversamente valutata, della cultura, il dato centrale a questa sommaria esposizione dei fatti si dimostra poco trascurabile in relazione al contesto a cui si riferisce.
Mentre la Pubblica Istruzione continua a ricevere tagli noncuranti della grande richiesta del popolo italiano nel settore artistico-culturale pubblico e privato nonostante i numerosi impedimenti, c’è da domandarsi quale intuizione abbiano ricavato Rai, Bompiani, Fabbri e i docenti di scrittura dalla portata del fenomeno, dal quale, è ovvio, sperano in buona fede di trarre vantaggio.

AUTORITRATTO AUTORIONICO

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Perché siamo troppo attaccati alla nostra cultura? Rilegga con la giusta intonazione. Forse è questo il motivo invalidante. Una tradizione da ossequiare, dimenticando il presente, svalutando il futuro. Quale il piano regolatore sanatorio caratterizzante la vostra azione legalmente riconosciuta? Quale? Rilegga con la giusta intonazione. Facendo perno con le due dita più lunghe della mano destra allenta il cappio della cravatta attorno al collo. Allenta non è imperativo, tutt’altro, è necessità d’egli stesso. Ma egli non ha corpo, è un pensiero plasmato a corpo. Si dibatte nella morsa della cravatta, mentre un feto si esibisce audacemente in capriole attorno alle proprie cellule staminali. L’eutanasia dovrebbe sostituire il giubileo. Indulgenza plenaria. Noi non cerchiamo la cura, miriamo alla prevenzione. Lei ha la soluzione in tasca – si suggerisce vedendolo nell’atto di rovistarsi nei calzoni. È più semplice di quanto lo sia immaginarlo. Sta pensando a qualcosa di attuale. Non sto dando del “lei”. Dovrebbe conoscere la storia prima di parlare. Ora sto dando del “lei”. Cerchiamo  di risolvere un problema indipendentemente da quale ne sia la causa. Ha mai letto Dante Alighieri? Posso citarlo a memoria. Parlava dei suoi tempi. Dei suoi tempi. Si sofferma sull’aggettivo possessivo. Privatizzeremo le scuole per combattere il fenomeno della raccomandazione. Mi va di esporle  un dato: c’è un una fascia di popolazione che va letterarizzata, non più analfabeta. Non leggerebbe mai questo turpiloquio. Se non conoscono la questione petroniana perché dovrebbero leggere? Era proprio questo che intendevo, in principio. C’è chi ci ha perso la vita per mantenere una posizione cronologica. Quante vite le servono? Non sono sufficienti. Mi indichi una soluzione, presto. Cominciamo dall’alimentazione, che governa i mercati, la salute, il lavoro. Non scherziamo su questi argomenti. È miope o tarato? Spegnamo l’industria del superfluo. La Deindustrializzazione la chiamerà il nipote di mio figlio durante l’interrogazione di storia. Chiederà spiegazioni al nonno, che gli risponderà: Si sono accorti di aver sbagliato e hanno fatto un passo indietro. Sia da lezione l’errore, ma più ancora l’umiltà.