Category: STORIE DI ROCK’N’ROLL

MArteLive Lazio! Dicembre a Roma, la prima finale regionale in vista della Biennale MArteLive 2016 (deadline 20 novembre 2015)

 

Alessandro Ribaldo

Il countdown è iniziato! A dicembre primo grande appuntamento all’interno del Concorso Artistico Nazionale MArteLive con la prima finale regionale MArteLive Lazio, alla quale accederanno gli artisti selezionati fra le 16 sezioni che animano il festival e dalla quale usciranno i primi finalisti (uno a sezione) che approderanno direttamente alla BiennaleMArteLive 2016, assicurandosi il posto nella finale nazionale.

La prima finale regionale MArteLive Lazio si svolgerà a Roma con due eventi multi-artistici che vedranno esibirsi e sfidarsi in contemporanea più di 150 artisti a sera, affiancati da celebri guest star del panorama nazionale. Gli artisti, scelti fra le 16 diverse sezioni artistiche che confluiscono nel festival-concorso, si esibiranno in un amalgama di musica, spettacoli e performance live di teatro, danza e circo contemporaneo, mostre di pittura e live painting, fotografia, fumetto, proiezioni, installazioni, reading, street-art e video-mapping, che ibridandosi andranno a creare lo “spettacolo totale”, ossia il vero MArteLive.

I vincitori della prima finale MArteLive Lazio avranno un posto assicurato alla Biennale MArteLive 2016, che si terrà a Roma in più location selezionate, quali sono state per l’edizione 2014 il MACRO di Testaccio, il Circolo degli Artisti, l’Atlantico Live, l’Init, il Monk, l’Angelo Mai, la Casa del Jazz e tante altre, e che darà ai partecipanti l’opportunità unica di vincere esclusivi premi, riservati non solo ai vincitori ma anche a coloro il cui lavoro verrà ritenuto degno di nota e attenzione, nonché di entrare a far parte del roster degli artisti di ScuderieMArteLive, partecipando così ai più importanti eventi culturali organizzati dal nostro staff. (I premi in palio per la prossima edizione saranno di valore superiore o pari a quelli assegnati nel 2014. Per consultare l’elenco degli oltre 100 premi assegnati durante la BiennaleMArteLive 2014 visita il sito www.marteawards.it/premi).

 

 

{SCHEDA 1 – MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE}

Le iscrizioni per accedere alla prima finale regionale del Lazio saranno aperte fino al 20 novembre 2015, mentre chi si iscrive dopo il 20 novembre potrà accedere alla seconda finale MArteLive Lazio, con una sola data prevista per maggio 2016. Per le altre regioni, come da regolamento, resteranno aperte fino al 31 marzo 2016 quando inizierà ufficialmente la fase finale della Biennale MArteLive 2016, che tra aprile e luglio vedrà lo svolgersi delle finali regionali o di macro-area, dislocate su tutto il territorio nazionale, nella formula multi-artistica che contraddistingue il festival. I vincitori delle singole finali regionali o di macro-area approderanno alla finale nazionale, Biennale MArteLive, che si svolgerà a Roma a novembre 2016.

Dai anche tu alla tua arte l’occasione unica di avere finalmente il riconoscimento che merita!

 

ISCRIVITI A MARTELIVE!

 

Se sei un artista tra i 18 e i 39 anni e non riesci ad emergere come vorresti, iscriviti al Concorso MArteLive e giocati il tuo posto alla BiennaleMArteLive 2016!

Per partecipare è sufficiente collegarsi al sito marteawards.it e compilare il form d’iscrizione online corrispondente alla sezione artistica desiderata, fra le 16 che animano il festival (musica, teatro, danza, cinema, videoclip, deejing live, veejing live, letteratura, artecircense, street art, pittura live, fotografia, fumetto, grafica, moda&riciclo, artigianato artistico) acquistando la MArteCard che, oltre a garantire l’iscrizione a più sezioni del concorso, darà diritto ad una serie di sconti e agevolazioni legati ad eventi artistici e culturali in tutta Italia.

Modalità di partecipazione:

  1. Leggi attentamente il REGOLAMENTO (http://concorso.martelive.it/regolamento)
  2. Scarica il bando della sezione o delle sezioni cui vuoi partecipare
  3. Compila il form di iscrizione relativo alla sezione o alle sezioni scelte.
  4. Entra in possesso della tessera associativa MArteCard che, oltre a garantire l’iscrizione a più sezioni del concorso, darà diritto ad una serie di sconti agevolazioni legate ad eventi artistici e culturali in tutta Italia.

 

INFO: iscrizioni@martelive.itinfo@martecard.eu

 

 

{SCHEDA 2 – BiennaleMArteLive 2014}

La Biennale MArteLive 2014 ha registrato oltre 30.000 presenze e selezionato più di 900 artisti in tutta Italia tra gli oltre 2000 iscritti al concorso, riunendo pubblico, media e artisti per una 6 giorni (23/28 settembre) celebrativa dell’Arte a 360 gradi, un Evento senza precedenti che ha visto succedersi centinaia di spettacoli fra concerti, performance di teatro, danza e circo contemporaneo, mostre di pittura, fotografia, fumetto, illustrazione, proiezioni, installazioni, reading, street-art, video-mapping, ospitati in diverse 40 location distribuite negli 8 comuni coinvolti nel territorio regionale del Lazio (oltre Roma, Frosinone, Civitavecchia, Cassino, Roviano, Tivoli, Carpineto Romano, Tolfa e Contigliano).

Nello spazio dell’ex Mattatoio di Testaccio, dal Campo Boario a La Pelanda, dalla Factory all’area esterna del MACRO Future, ogni sera si sono esibiti circa 200 artisti affiancati da guest star nazionali e internazionali con date esclusive in Italia, come Gang of Four, storica band post punk britannica, Fanfarlo, Mogwai dj set e ancora Après La Classe, Clementino, Africa Unite, Zen Circus e tanti altri. Tra i guest, l’attore e autore teatrale Andrea Cosentino, la compagnia di danza coreografica Ritmi Sotterranei e in esposizione le foto di Antonio Barrella, le grandi tele di Desiderio, il video dell’irriverente Max Papeschi, gli accuratissimi ritratti dello street artist italo-olandese Jorit.

MArteLive offre un’occasione unica ai giovani artisti che vogliono emergere nel contesto culturale e allo stesso tempo vivere un’esperienza indimenticabile accanto a importanti big della scena contemporanea. Per fare un esempio nella sezione musica, gruppi prima sconosciuti quali Nobraino, Dellera, Management del Dolore Post-Operatorio e tanti altri, sono stati scoperti e portati al successo nazionale grazie al MArteLive System e in particolare grazie a MArteLabel, l’eclettica etichetta nata dall’esperienza di MArteLive che assegna uno dei premi principali nella sezione musica, ossia un contratto di management dal valore di 20mila euro con relativo inserimento nel roster.

 

 

STORIE DI ROCK’N’ROLL – V. K

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La prima volta che K mi rivolse la parola, ci conoscevamo ormai da due anni.
Aveva terminato la sua esibizione tenendosi stretto il suo ego dietro la porta in ferro che lo separava dalla folla dei fans che vi si accalcava appresso sbavando litri di ammirazione nei suoi confronti.
In passato avevo sentito dire che la maggiore ambizione di K fosse di appartenere alla classe culturale della nazione e, effettivamente, le sue capacità, unite alla caparbia con cui svolgeva il suo mestiere, si rivelavano fulgide combinazioni astrali in suo favore. Io, però, non ci trovavo nulla di culturale nei testi delle sue canzoni e il mio giudizio non era certo infondato, considerato che con la parole ci lavoravo, nell’ottica di un risanamento letterario nazionale. Avevamo pari ambizioni, in fin dei conti, io e K, ma lui dovette sentirsi autorizzato a proclamarsi vincitore per via dei risultati ottenuti, per i quali io avrei dovuto attendere ancora anni di gavetta, da lui già calpestata in funzione della sua età.
Io sono sempre stata convinta che la parte migliore del successo sia la gavetta.
Avrà avuto una quarantina di anni, K, quando riuscì ad affermarsi, ma non credevo che tra me e lui ci fosse una competizione in atto, contrariamente a quanto, invece, mi dimostrò, dicendomi: – Io sono K e lo sarò per sempre. Tu non sei nessuno perché non ho mai sentito parlare di te – nonostante io non avessi mai ostentato di essere una scrittrice.
Gli risposi che la letteratura prevede tempi molto più lunghi e precisi per la celebrazione del proprio talento, ché poi da solo non è sufficiente, oltretutto, per l’affermazione, in quanto va coltivato e levigato con cura e dedizione. Non avevo alcuna fretta, io, di dimostrare quanto valessi. Ci tenevo alla Letteratura più della mia stessa reputazione, per cui intendevo apportare il mio contributo solo quando mi fossi sentita all’altezza.
Guardandomi dall’alto della sua statuaria impostazione, K mi intimò: – Hai quest’aria da artista che non ti si addice affatto. Credi che scoparti il mio batterista ti servirà a inserirti in un mondo che non ti appartiene? –
– Che posso farci se mi sono innamorata del batterista che suona nel gruppo in cui tu canti? –
– Puoi darla via quanto vuoi. Voglio vederti tra dieci anni, con il tuo corpo decadente, non ti sarà più possibile –
– È un consiglio o una critica?
– Se sei intelligente, riuscirai a capirlo da te –
Mettere alla prova la mia intelligenza evidenziava tutta la sua insicurezza. Tuttavia, non riuscivo a comprendere il motivo dell’astio che provasse nei miei confronti.
Io non gli avevo mai rivolto la parola perché andavo ai concerti solo per poter vedere S, non certo per superbia.
Ma, infondo, per via della curiosità di conoscere che impressione suscitassi nella gente, restai volentieri a farmi insultare da quell’uomo altezzoso.
– Siamo pieni di pseudo-artisti come te, che non sono all’altezza del ruolo –
– Io non mi sento affatto un’artista. Io svolgo il mio mestiere nel miglior modo possibile. Di più non posso fare. Posso solo augurarmi di diventare una brava scrittrice. Essere artisti è tutt’altra cosa –
Quando, poi, K mise arditamente sotto sforzo la mia pazienza esprimendo la sua intenzione di allontanare S da me, mi si acuirono talmente gli aculei che dovetti allontanarmi per non sfoggiare le mie armi difensive.
Lasciai sbattere la porta in ferro alle mie spalle dirigendomi verso il bagno, dove vomitai tutta la rabbia accumulata perdonando la sua cattiveria.
K non era malvagio, tutto sommato, pensai. Aveva sviluppato quell’insolenza per accrescere la propria auto-stima, ma avrebbe anche potuto farne a meno.
La prima volta che io e K ci eravamo incontrati, del resto, mi ero subita resa conto della sua ostinata intrusione tra me e S quando, apparendo dalle quinte del palco dismesso, aveva calpestato la traiettoria intrecciata dei nostri sguardi con una falcata ampia e decisa.
Io lo avevo accolto comunque volentieri entro il mio spazio vitale porgendogli la mano destra e ossequi annessi, ai quali lui aveva reagito con evidente falsa modestia nel dichiararsi un comune mortale, e che lo fosse o meno non aveva importanza quanto più il suo aspetto divino parlasse per lui.
Cercava un anello sul palco, pareva fosse importante giacché non si abbandonò alla rassegnazione, e aveva continuato a rondare sulla corteccia del ring assistendo all’intimità manifesta dei discorsi cui io e S ci eravamo concessi in sua presenza finché, in un momento in cui io avevo distolto discretamente l’attenzione dallo sguardo ceruleo di S, avevo notato che K si era infilato una mano nella tasca degli ampi pantaloni circensi che indossava, prima di genuflettersi annunciando: – Trovato, trovato, trovato – e, osservando poi l’anello in controluce, lo aveva strofinato contro il petto come un frutto da addentare e, fatto scivolare lungo le sezioni del dito anulare, gli aveva restituito, soddisfatto, la sua collocazione.
Quindi, aveva spezzato nuovamente il legaccio tra me e S ed era sparito nel nero pece intimando all’amico di darsi una mossa.
Diedi adito alle insinuazioni di K facendomi portare in albergo da S, scegliendo di agevolare i miei istinti e concedendogli di rivolgermi sguardi di disapprovazione.
Io amavo S.
Non lo consideravo il batterista di un gruppo di successo conclamato.
S era l’uomo che avevo scelto per la vita.
Per il tono mite.
Per l’aria dimessa.
Per la devozione letteraria.
Per i modi gentili.
Per la sregolatezza.
Per la modestia.
Per lo sguardo tenue.
Per l’aspetto opaco.
Per il rifiuto delle convenzioni.
Per l’audacia dei suoi successi.
Per la sincerità.
Per l’amore che provava per me.
Fino a quella sera.
La maledizione di K prese forma di serpente insinuandosi tra i nostri corpi accaldati quando S mi morse il clitoride e io lo respinsi sferrandogli un calcio in pieno sterno.
Dopo essersi piegato in due, S si alzò delicatamente e iniziò a raccogliere i propri vestiti in silenzio.
– Dove vai? –
– Scusami, sono ubriaco. Non ce la faccio –
– Ma che fai? Vieni qui –
– No, davvero. Lasciami stare. Devo prendere un po’ d’aria. Non ce la faccio. Non l’avrei mai fatto –
– Non puoi andartene. Io sono venuta qui per stare con te –
Non aggiunse altro e abbandonò la stanza lasciandomi immersa nel sangue che si espandeva sul lenzuolo bianco, alla vista del quale svenni, risvegliandomi, poi, che S era già partito appresso a K vincitore.

STORIE DI ROCK’N’ROLL – IV. IL FIGLIO

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D era tornata da Amsterdam, dove viveva con suo figlio da quattro anni ormai, per legalizzare gli atti paterni che J aveva richiesto nei confronti del piccolo Sam.
Quando la vidi mi venne voglia di scomparire per quanto era bella.
Era stata una modella da ragazzina e, sebbene potesse ancora permettersi di proseguire in quella carriera, aveva preferito dedicarsi all’insegnamento a cui si era abilitata. Sobria ed elegante nel portamento quanto nello stile, non lasciava mai solo il piccolo Sam, un bambino biondissimo e intelligente quanto lei, già padrone della lingua ad appena cinque anni.
Non riuscivo proprio a capire come una donna di quel calibro si fosse potuta imbattere in J, che trasudava squallore da tutti i pori.
La osservai per lungo tempo muoversi tra i presenti, quella sera in cui J aveva organizzato una festa a casa sua per risarcire il piccolo Sam di tutte le sue mancanze.
Simpatica e brillante, D non perdeva mai di vista suo figlio, senza per questo privarsi degli svaghi dovuti; sembrava conoscere tutti meglio di me, che li vedevo quotidianamente, e aveva storie e avventure personali sempre nuove da raccontare, coerenti alla discussione in atto.
Quando arrivò il mio turno, fu J a presentarci e lei si dimostrò subito gentile e affabile nei miei confronti, avendo intuito che ero la sua donna senza che lui ne avesse fatto cenno.
Tuttavia, gli atteggiamenti di J non mi diedero nessun motivo di gelosia. Mi aveva parlato spesso di lei, descrivendomela come una persona troppo lontana dal suo mondo e, solo in quella occasione, capii cosa intendesse.
J e D parlavano molto, guardandosi negli occhi senza risentimento. Per lo più parlavano di Sam, che quella sera seguiva J come un pulcino, seguito a sua volta dall’attentissima D, la quale soddisfaceva ogni sua esigenza prima ancora che il piccolo la esprimesse o avvertisse, per il quale motivo i tre trascorsero la serata indissolubilmente e io pensai fosse corretto tenermi alla larga, concedendo loro lo spazio che meritavano.
Chiaramente la situazione mi spinse a bere il doppio del solito.
Ora che J aveva qualche soldo in più, aveva pensato, dopo la legalizzazione della paternità, di tenere il piccolo Sam per un periodo con sé e ciò mise la correttissima D in crisi nel momento in cui lui le comunicò la sua decisione in disparte in cucina, mentre lei si dava da fare per tutti i presenti.
– Non ho nessuna intenzione di privare Sam di suo padre – fu la sua placida reazione – Non che sia stato un problema fin’ora la tua assenza, sia chiaro. Ce la siamo cavata ottimamente da soli. –
– Ti garantisco che non gli farò mancare nulla. Imparerò a essere un genitore perfetto quanto te – la rassicurò J.
– Non è questo a preoccuparmi, J. Sam è un ragazzino davvero in gamba, sa già cavarsela da solo. Vero, Sam? – si rivolse al figlio, che la stava aiutando a comporre i sandwich – Insegna a papà a fare un sandwich. –
J si mise a ridere e, sollevando il piccolo Sam dallo sgabello su cui stava inginocchiato, se lo mise a sedere sulle gambe, osservando con interesse le manovre del figlio, accompagnate dalle dovute spiegazioni.
Era arrivato ai quaranta, J. Era riuscito a diventare tra i chitarristi più apprezzati su territorio nazionale, ciò che gli consentiva di guadagnarsi da vivere senza rinunciare allo sballo e al divertimento. Aveva avuto centinaia di donne di tutti i colori e le razze e, tra queste, era capitato che una, probabilmente la migliore, restasse incinta di lui, dandogli un bellissimo figlio biondo platino.
Quando un uomo riesce a ottenere tutto ciò – tutto ciò che un uomo può desiderare – non gli resta che riempire la propria vita con un figlio a cui tramandare le esperienze accumulate e, dato che J un figlio ce lo aveva già, pensò bene di rivendicarlo.
D non si oppose certo alla sua necessità, ma non esitò a confessare: – Il problema sono io, J. Non credo che riuscirei a farne a meno, ora come ora. Lo capisci questo, vero? –
Fu così che J propose a D di trasferirsi da lui per un periodo, in modo che entrambi sarebbero stati accontentati, e fu così che io, non reggendo il confronto con l’equilibrio di D, andai su tutte le furie.
Quando ebbero finito di parlare in cucina e vennero a portare sandwich e birra in salone, mi trovarono a ballare sul tavolo, incitata dalla folla sottostante. J mi caricò su una spalla come un sacco di patate e mi mise a sedere sul divano. Poi, per far smettere i miei lamenti, mentre lo appellavo “guasta-feste” e “scassa-cazzo”, m’infilò la lingua in bocca.
Riusciva sempre a farmi tacere in quel modo, e ormai lo sapeva. Io saltai a cavalcioni su di lui quasi simulando l’atto sessuale e più lui mi dava pacche sul culo per farmi smettere, più io mi dimenavo eccitata.
La mattina seguente mi svegliai nuda nel letto di J, con i soliti mal di testa e memoria resettata.
Passando nel casino del salone, m’infilai in cucina, dove trovai un biglietto su cui era scritto: SONO AL PARCO CON SAM. J.
Dopo aver bevuto un litro di caffè per riprendermi, pensai di raggiungerlo al parco, nonostante mi riuscisse tra le azioni più difficili uscire al mattino e, quando arrivai al parco, solo dopo due giri completi riuscii a individuare J che giocava a calcio con Sam e, già spazientita, mi avvicinai a loro, ma appena vidi la sagoma di D vestita di rosso che scattava fotografie con una macchina professionale ai due, m’innervosii a tal punto che vomitai tutto l’alcol che avevo ingerito la sera precedente su un’aiuola di fiori rossi come il vestito di D.
Nessuno si accorse di me, per cui mi defilai verso casa, dove mi promisi che sarei rimasta finché J non fosse venuto a cercarmi.

STORIE DI ROCK’N’ROLL – III. L’ALTRA

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Entrai in quel locale che puzzava di vino e sigarette mezze-spente, con il pavimento appiccicoso e il fumo che offuscava la vista, ma non era poi così malvagio, di sicuro avevo visto di peggio, posti in cui ti servivano piscio alla spina diluito con la birra e nei bagni potevi trovare corpi che si accoppiavano in maniera animalesca, che se ci passavi accanto a meno di un metro ti risucchiavano nel mezzo come un asteroide in orbita e non potevi scappare a meno che non ne avevi le facoltà mentali per farlo o capire di doverlo fare, invece questo locale anzi era chic a confronto e infatti lo chiamo addirittura locale anziché posto; aveva i divanetti in velluto nero anni ’70 – non certo per moda – e le pareti nere e qualche candela accesa qua e là su candelabri che scendevano dal soffitto fin tanto in basso che rischiavi di sbatterci la faccia sopra o far prendere fuoco ai capelli – ma credo che fosse stata calcolata l’altezza giusta perché ciò non potesse accadere. Credo.
Resta il fatto che, a parte queste fiaccole vaganti non meno della gente, il resto era tutto avvolto nell’ombra, i tavoli e le sedie trasparenti e il pavimento e i muri neri e anche la gente era vestita a pendant – forse per non sentirsi a disagio – però tutti camminavano tentoni, tastando lo spazio circostante la persona per evitare di inciampare o far cadere qualcosa e io, invece, quando entrai non vedevo proprio niente – con l’aggravante che venivo da fuori dove, a confronto, la sola luce della luna era un abbaglio – ma, da vera esperta alla frequentazione delle peggiori bettole – adocchiai per prima cosa il bancone del bar, lanciandomi come una freccia senza scrupoli che incolpa l’arciere, travolgendo una serie di persone, divanetti e tavolini pur di colpire nel segno e, certo, facendomi notare fin da subito (tanto più che ero vestita con un abito giallo da farmi sembrare una banana) al punto che A, che si trovava già lì e, per ingannare il tempo, si era messa a parlare con i più sfigati tra le venti possibilità in cui si poteva incorrere in quell’occasione, notandomi, mi lanciò un fischio che significava di raggiungerla.
Io al fischio do un’importanza vitale. Credo sia la forma più immediata ed efficace per richiamare l’attenzione in caso di pericolo o comunque per farsi notare, solo che è un richiamo anonimo quanto indistinto che coinvolge anche chi non è interessato; resta il fatto che mi voltai solo io a guardarla come se avesse pronunciato nome e cognome e ciò conferma la mia teoria sul fischio che è una sorta di meccanismo telepatico tra chi lo emette e chi deve riceverlo.
Sentii la risata di A e poi individuai la sua sagoma, mentre m’indicava dall’altra parte del bancone. La vidi perché riconobbi la risata, altrimenti sarebbe stato impossibile in quel nero pece, aiutata dal fatto che indossava una camicetta rosa scioccante, e credo mi dicesse a gesti o a parole di raggiungerla, ma nessun motivo mi avrebbe smossa finché non avessi ricevuto la mia birra doppio malto in bottiglia, se non fosse stato che quella bionda scialba dietro al bancone me la servì in bicchiere, al ché io le dissi: – Non è quello che ho ordinato – e lei iniziò a fare l’esperta del suo mestiere dicendo che era una di quelle birre dai nomi lunghissimi che terminano in -ofen o -ager e che andava bevuta a una temperatura compresa tra i cinque e gli otto gradi rigorosamente in vetro per permettere alla schiuma di creare un centimetro e mezzo sotto cui conservare l’effervescenza e io feci finta di interessarmi alla spiegazione, per poi rispondere: – Io ho ordinato una birra. Dammi la bottiglia che ti indico con questo dito e guardalo bene questo dito – agitando l’indice come un verme. Quella si sistemò il seno comprimendoselo verso il centro, chissà con quale motivazione antropologica, e poi si mosse per andare a prendermi la birra dal frigo e, quando finalmente me la porse, mi disse che l’altra era in omaggio, così io, che non accetto affronti, strinsi il bicchiere nel pugno e dissi: – Grazie, ma ha superato gli otto gradi. La userò per spegnere le sigarette – e subito gettai il mozzicone che avevo tra le dita all’interno del bicchiere, sputandole il fumo in faccia.
Una delle cose importanti nella vita è: avere le risposte pronte. Se ce le hai, hai vinto. E, come in ogni disciplina, i risultati si ottengono con l’allenamento, per cui conviene sempre farsi tante domande.
Lasciai la bionda scialba al suo lavoro e mi diressi verso A e i tre sfigati che le ronzavano attorno, che lei subito mi presentò, ma di cui non sentii neanche un nome. Chiaramente non avevano una conversazione avviata, aspettavano che accadesse qualcosa e quel qualcosa ora ero io, che però mi guardavo insistentemente attorno cercando un salto di qualità, mentre Al sembrava così divertita dalla situazione, lusingata dalla bava di tre viscide lumache che se la immaginavano già nuda davanti a una telecamera amatoriale, ma quando mi accorsi che guardarmi attorno in quel nero pece non serviva a niente, mi mossi dicendo che sarei andata al bagno e, quando ne uscii, finalmente il concerto era arrivato a salvarmi, anche se all’interno del locale c’erano in totale venti persone, compresi gli stessi musicisti e la banconista bionda scialba e A e i tre sfigati. Ventuno con me.
I musicisti erano al centro della sala e suonavano sorseggiando vino.
Certo, dava più l’impressione di un concerto in acustico, ma si beveva bene e poi io ero lì per J, anche se non stavamo mai assieme perché lui suonava e quando finiva di suonare io ero completamente ubriaca chissà dove, però per un po’ riuscii a seguire il concerto visto che per una volta ero arrivata in tempo per vederlo dall’inizio, o meglio avevano ritardato l’esibizione sperando che il locale si riempisse, finché si erano arresi.
I musicisti, gli artisti in generale, dicono sempre che è d’obbligo portare a termine la performance finché c’è anche un solo spettatore, ma io non ho mai capito se il vero motivo è che altrimenti non vengono pagati.
A concerto ultimato, ero diventata amica di tre quarti dei presenti (l’altro quarto lo conoscevo già) e quando J, finito di suonare, uscì fuori, io ero seduta in braccio a un tipo che mi aveva offerto da bere per tutta la sera, motivo per cui era diventato il mio migliore amico – con l’intento, certo, di trascinarmi in bagno – ma io ero tranquilla perché ero la donna del chitarrista e, chi non lo sapeva prima, l’avrebbe saputo presto, così quando J mi passo davanti io gli urlai: – Gilmour! Fatti abbracciare! – tendendo le braccia verso di lui. Il tipo su cui ero seduta lo guardò e con gli occhi si dissero tutti quei discorsi che si dicono gli uomini senza parlare, del tipo: – Non sapevo fosse la tua donna. Si è seduta lei su di me – e: – Toglile le mani di dosso, è roba mia – e: – Mettile il guinzaglio perché va a pisciare addosso a tutti – e: – Facciamo finta che non è successo niente. Offrimi una birra e siamo amici –
Non pronunciarono nessuna di queste parole, eppure quello mi spinse per farmi alzare e dopo un minuto tornò con una birra in mano come da taciti accordi, solo che, mentre J era evidentemente pronto a riceverla tra le sue mani, quello la fece scivolare tra le mie, dicendo: – Una birra per la signora –
Forse aveva fatto un po’ di confusione sull’ultima parte del discorso, o forse J aveva qualcosa nell’occhio e si era fatto capire male, sta di fatto che J accettò le scuse perché gli diede una pacca sulla spalla e poi si girò a baciarmi – ma anche questo faceva parte delle dinamiche di ruolo.
Subito dopo mi disse che doveva andare in un posto e che aveva bisogno che lo accompagnassi – che generalmente significava che doveva trafficare droga e aveva bisogno di una copertura femminile – e io feci un po’ l’offesa perché lui sapeva che non volevo essere portata via dal divertimento, ma subito mi distrasse infilandomi la lingua in bocca e porgendomi una birra che sottrasse dalle mani di uno dei tipi con cui stava contrattando, a cui strizzò l’occhio. Poi si voltò avvolgendomi il braccio attorno al collo e mi disse: – Guadagno più così che con una serata, baby – e mi condusse all’auto.
Parcheggiò a ridosso di una campagna, da cui, in lontananza, si vedeva una sola casa con un paio di luci accese all’esterno, dove J mi disse che mi sarei dovuta recare per aspettarlo.
– Al piano di sotto abita mia madre – disse – Devi solo farti aprire la porta e salire a casa –
– A quest’ora? – chiesi io – Starà dormendo! –
– Sta’ tranquilla, soffre d’insonnia ed è imbottita di psico-farmaci –
Al ché io gli dissi: – Ti prego, J! Non posso aspettarti qui? –
E lui: – Non puoi aspettarmi qui da sola. Faccio presto, te lo prometto –
Sapevo che non era assolutamente vero, altrimenti non ci sarebbe stato alcun bisogno di mandarmi a casa, così insistetti: – Non sono sola, ho due birre! – e sollevai le bottiglie verso di lui, che iniziò a spazientirsi: – Ti prego, baby, non perdiamo altro tempo. Credi che mi diverta a fare tutto ciò? –
– Non mi diverto neanche io! La differenza è che io non ci guadagno niente! – urlai mentre uscivo dall’auto sbattendo la portiera, che facendo rumore mi parve coprire la mia voce, così sottolineai: – Se non si è sentito, ho detto: stronzo! –
– E piantala! – urlò lui, che nel frattempo si era già allontanato correndo come una lepre tra l’erba alta, mentre io come un bruco mi misi a crearmi un percorso nel campo, con le mie due birre tra le mani, continuando a imprecare.
La signora che mi aprì la porta, la madre di J, mi fece entrare prima ancora di chiedermi chi fossi. Mi tirò per un braccio e chiuse subito la porta e, quando io le dissi che sarebbe stato più prudente accertarsi dell’identità di una persona prima di farla entrare in casa, mi rispose che era abituata a quell’entra ed esci di persone in casa e che l’imprudente era, semmai, suo figlio a mandare ragazze in giro di notte.
Mi fece accomodare in salone su di un divano e io accettai perché mi offrì da bere – che è l’unica cosa positiva che si trova nelle case dei genitori – mi posizionò un bicchiere e una bottiglia di Vodka sul tavolino e si mise a sedere su di una poltrona accanto, dove restò in silenzio, guardando nel vuoto, le gambe accavallate e la schiena perfettamente dritta. Era una bella donna. Molto bella. Con un compostissimo carré biondo cenere e un corpo sfilatissimo, vestita completamente in lycra blu. In casa. Di notte.
Mentre io aspettavo un brindisi per bere – Bevi pure – disse – Io ho smesso di bere – con una consapevolezza che racchiudeva l’intera umanità che si affoga nell’alcol e prima o poi smette, o muore. Poiché continuava a stare zitta e a guardare nel vuoto, io le dissi che poteva andare a dormire se voleva e che io sarei andata di sopra ad aspettare J, ma lei rispose: – Ho smesso di dormire. E non t’imbarazzare per il silenzio, ho smesso anche di parlare –
Finalmente mi guardò con gli occhi spalancati e mi disse: – Credi che non sappia quello che stai pensando? –
– Non sto pensando proprio niente – risposi io con sincerità.
– Sono venti anni che vivo in questo stato. Perdere un marito quando si è ancora giovani è una condanna. Con i figli scapestrati che mi ritrovo, poi – e nell’accorgersi della mia espressione di diniego, aggiunse: – Non ti ha detto che suo padre è morto venti anni fa? Venti anni, quattro mesi e nove giorni – scandì, e io negai con la testa.
Io e J non parlavamo di queste cose. Scopavamo, bevevamo, litigavamo. Niente di più. Riuscivamo a stare insieme perché a entrambi andava bene così.
All’improvviso, nel salone spuntò una tipa in mutande rosa pallido, che esordì dicendo: – Olè! La fiera delle bambole! –
– Lasciala perdere. Cerca sempre di fare la simpatica, ma non ci riesce mai – mi disse la madre di J – Gli sta alle calcagna, non sa come liberarsene –
La tipa in mutande rosa pallido, intanto, continuava a blaterare, mentre la signora proseguiva a mormorarmi nell’orecchio frasi del tipo: – Tu sei una brava ragazza, mi piaci –
Non tolleravo più la situazione, così chiesi: – Le dispiace se vado a fare una doccia di sopra? –
Mentre ero sotto l’acqua scrosciante, sentii la tipa in mutande rosa pallido che entrò in bagno e si mise a pisciare e, subito dopo, arrivò anche J, seguito da sua madre che si giustificava: – Cos’altro potevo fare? Lasciare una ragazza in giro di notte? –
J entrò spalancando la porta e disse alla tipa in mutande rosa pallido: – Che diavolo ci fai qua? –
– Ti aspettavo! – esclamò lei come una bambina. Effettivamente non arrivava neanche ai diciotto anni.
Si misero a discutere, mentre io continuavo a farmi la doccia nella cabina, dopodiché J ci si affacciò dentro e, vedendomi insaponarmi il corpo, emise un verso di goduria, dopo il quale disse: – Quando me la dai? – e, mentre se ne andava, io risposi – Quando te la prendi! – e la tipa in mutande rosa pallido con la voce da bambina, che era ancora in bagno, esclamò: – Pronta in battuta! Beata te! –

STORIE DI ROCK’N’ROLL – II. IL CONCERTO AL LAGO

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Mi trovavo a questo concerto in cui le band si esibivano una dopo l’altra su un palco piazzato al centro di una splendida cornice naturale, costituita da un declivio erboso che terminava su un lago.
Certo, la cornice non la guarda mai nessuno perché è il quadro l’oggetto dell’attenzione, eppure la cornice l’avrà pur fatta qualcuno che si meriterebbe almeno una pacca sulla spalla, se non proprio una percentuale dell’autore che fa bella figura con tutto l’insieme, per non parlare del fatto che, generalmente, è il paesaggio rappresentato a essere incorniciato e, invece, in quella occasione, il paesaggio faceva da cornice ma nessuno se lo filava comunque, segno evidente che è la cornice in sé a non essere apprezzata.
Il mio uomo suonava in una delle band che erano state invitate ma, quando io arrivai, stava già suonando con il suo gruppo rock composto da: un cantante senza capelli, un bassista senza un dente e un batterista senza pudore che era solito suonare nudo – tanto stando seduto non si vedeva niente, ma forse anche quando si alzava in piedi la situazione restava invariata. Io mi ero accaparrata il chitarrista, J, a cui non mancava proprio nulla – le donne gli sbavavano ai piedi mentre frustrava la chitarra, con i capelli che gli cadevano davanti agli occhi coprendogli completamente il volto – conscia delle pene che mi avrebbe fatto passare il suo essere così bello e sensuale, ma me ne fregavo altamente perché, a fine concerto, era me che si portava a letto, dopo che, puntualmente, venivamo cacciati dal bar di turno che doveva chiudere.
Come ogni volta, arrivai al concerto già ubriaca, tanto che non mi accorsi che lui si trovava sul palco a suonare e, barcollando da ogni parte, mi misi a cercarlo, finché mi ritrovai a sbattere contro il petto di W, che era alto il doppio di me, il quale, afferrandomi le spalle, per guardare chi fossi mi allontanò e suggerì: – Tesoro, J è sul palco a suonare! – indicandomelo.
Ottenuta la mia informazione, gli schioccai un bacio sulle labbra sollevandomi sulla punta dei piedi, presi una birra al bar e mi addentrai nella folla saltellando.
Nonostante si stesse all’aperto c’era un caldo bestiale, causato da tutti quegli animali che si dimenavano in pista, così, dopo aver aizzato un po’ la folla con spinte moleste, me ne allontanai andando a sedermi su un tavolo in legno poco distante dove, dopo un po’ che ero intenta ad arrotolare una canna, mi si avvicinò il cantante senza capelli, al quale io iniziai a saltare addosso ricordandogli in continuazione quanto fosse bravo e carino. Parlammo a lungo di chissà cosa, lui non faceva altro che ripetermi che ero la donna di J e che non potevo provocarlo a quel modo perché era pur sempre un uomo e prima o poi mi avrebbe sbattuta da qualche parte se non la smettevo.
Poi, dopo un bel po’ che già conversavamo, si accorse di come ero vestita e, strofinandosi addosso a me, si mise a cantare a squarciagola: – I want a girl with a short skirt and a looooong jacket! – e mi cinse le braccia al collo quasi baciandomi, al ché, io, rinvenni dal mio stato apoplettico rendendomi conto che se il cantante senza capelli si trovava con me fuori dal palco anche J doveva aver finito di suonare e, infatti, voltandomi, notai che la pista si era svuotata, poiché si stava esibendo un gruppo reggae supportato da una ventina di persone aggrappate alle transenne a ciondolare, così proposi al cantante senza capelli di recarci al bar, che era posto sotto un piccolo chiostro in legno sopraelevato.
Mi guardavo attorno alla ricerca di J e “Sta a vedere che a non trovarmi se n’è andato con un’altra” mi dicevo nel labiale, però non facevo niente per cercarlo, forse proprio per evitare di stanarlo in qualche situazione imbarazzante.
Continuavo a bere e a parlare con sconosciuti ai quali permettevo di strofinarsi addosso al mio corpo per evitare storie assurde, o semplicemente perché non avevo la capacità di reagire, finché salì sul palco una band hip-hop da spaccare il cervello per i finti bassi che venivano emanati dalle casse e tutti dentro al chiostro iniziarono a saltare simultaneamente, tanto che io pensai che potesse crollare da un momento all’altro e, poiché la situazione non mi aggradava più, decisi di cambiare aria scavalcando la ringhiera e atterrando sul prato, con la mia inseparabile birre tra le mani, mettendomi a vagare, mentre qualcuno che ignorai volontariamente gridava dal bar: – Elle! Dove vai? –
Mentre camminavo sulla distesa di prato, su cui bisognava prestare attenzione a scansare, oltre alle bottiglie e ai bicchieri sparsi, anche persone semi-morte o semi-nude o entrambe le cose assieme, mi scontrai con una coppia di donne, delle quali subito ne riconobbi una, poi anche l’altra: erano state mie compagne di scuola e, delle due, la seconda che riconobbi, MC, aveva gli occhi che le schizzavano nelle orbite ognuno per conto proprio e tra le mani una salviettina con cui se li asciugava continuamente, mentre l’altra, C, che mi vide notare il particolare, dopo avermi salutata continuò a parlare come a farmi capire di non domandare oltre. Io avevo saputo, tempo addietro, che MC avrebbe dovuto affrontare un intervento agli occhi, di quelli cui ci si sottopone per far recuperare gradi alla vista, e sapevo anche dei rischi che si corrono ad affrontare questo tipo di operazioni, che però ormai sono ridotti all’un per cento, ma evidentemente MC doveva essere stata l’unità che poi viene riportata nei casi della statistica, perché ognuno, quando sente parlare di un per cento, si mette l’animo in pace come se avesse sentito zero e invece no, in quel caso avrebbero detto zero e se, invece, dicono un per cento vuol dire che una possibilità che capiti a te c’è, bisogna solo capire se prima sono già passati i novantanove graziati dalla casistica.
Io, comunque, che sono piuttosto discreta, feci finta di niente – non che così lei non se ne accorgesse, ma almeno potevo risparmiarle la sofferenza di ricordare – così, appena le donne mi proposero di accompagnarle a cercare dell’erba, io accettai, dimenticandomi anche di J. Mi portarono in una macchina bianca tipo berlina, in cui mi fecero sedere sui sedili posteriori, dove c’era montato praticamente un frigo-bar con ogni tipo di alcolici, dei quali, appena C m’invitò a servirmi, adottai una bottiglia di Tequila, attaccandomela alla bocca. Nonostante il mio stato di ebbrezza, non potei fare a meno di notare che alla guida dell’automobile si era messa MC con i suoi occhi circumvaganti e, con ancora maggiore discrezione e anche un po’ di fiducia, feci finta di niente. “Non saranno tanto fuori di testa da far mettere una cieca alla guida” pensai e, infatti, dall’andamento che intraprese capii che ci vedeva quel poco che bastava per non andarci ad ammazzare – anche se, quando parcheggiava, finiva di frenare solo dopo aver travolto ciò che le stava di fronte. Quando, finalmente, tornammo al lago, tirai un sospiro di sollievo – solo dopo aver sentito il rumore del freno a mano che C sollevò quando l’amica investì una fioriera nel parcheggiare.
Del resto, come poterla colpevolizzare in un simile contesto, considerando che una qualsiasi di tutte quelle persone, alla guida, avrebbe fatto sicuramente di peggio.
Non feci in tempo a scendere dall’auto che ci raggiunse un tipo con i capelli a spazzola che non li avresti scombinati neanche a saltarci sopra, il quale, dopo aver salutato le due amiche ed essersi presentato a me con l’improponibile nome di Sauron, si mise alla guida per portarci fino ai piedi della collina in riva al lago.
– Aspetta un attimo, amico – dissi io tastandomi in mezzo alle gambe – Mi sa che devo pisciare. Fammi scendere –
Quando tornai da dietro al cespuglio, trovai le due amiche sedute sui sedili posteriori e Sauron con il motore già acceso che mi incitava a sbrigarmi, così mi misi a sedere davanti e, in una manciata di minuti, arrivammo al lago, dove lui iniziò a farneticare domandandoci se ci sarebbe piaciuto entrare nel lago con l’auto e assurdità simili. Io gli diedi corda perché conosco i tipi come Sauron, che se li contraddici devono dimostrarti a tutti i costi di essere capaci; sono persone insicure, che hanno bisogno di continui riconoscimenti, altrimenti si sentono frustrate, e infatti finché lo assecondai stette al suo posto senza azzardare stronzate se non fosse stato che, da un gruppetto di ragazzi che stavano fumando sotto un albero appena dietro l’auto, si fece largo la voce di un galletto appartenente a una categoria ancora peggiore di quella di Sauron, di quelli che aizzano i pazzi a fare pazzie perché loro non sono capaci a far niente e si divertono a guardare gli altri, che urlò: – Porta il culo delle papere a bagno, Sauron! – al ché il pazzo, non potendo certo sfigurare al cospetto degli amici, schiacciò con il piede l’acceleratore facendo entrare il muso dell’auto nell’acqua. Io continuavo a ridere perché, purtroppo, riservo sempre un minimo di fiducia nella prudenza umana, specialmente quando si tratta di mettere a rischio la propria pelle, ma poi puntualmente me ne pento e riconosco che l’essere umano è più stupido di quanto lo sarebbe se non avesse il cervello, perché pur essendo dotato di questo organo intellettivo non lo usa e, quindi, non è giustificabile in nessun modo, come nel caso di Sauron, che continuava ad avanzare con la macchina sempre più dentro l’acqua. Allora io, sempre per colpa di quella fiducia che ripongo nell’intelligenza, aprii lo sportello pensando che il pazzo non avrebbe osato addentrarsi oltre, con l’acqua che sarebbe entrata nell’auto e, invece, l’idiota, ridendo (poiché iniziò a vedere la paura sul volto di noi donne ed era proprio quello il divertimento che andava cercando) si mise a fare avanti e indietro con l’auto, e più questa si riempiva di acqua anche in retro-marcia, che sicuramente quello aveva creduto si svuotasse nella manovra, e s’iniziava a vedere che non sapeva come uscirsene da quella situazione, con noi che gli urlavamo dall’interno dell’auto insultandolo e gli amici sotto l’albero che ridevano non si sapeva se per noi o per lui.

STORIE DI ROCK’N’ROLL – I. L’ECLISSI

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Mi svegliai di soprassalto, come colpita da un fulmine e, senza guardare l’orologio, mi alzai dal letto dirigendomi verso la finestra per aprirne le imposte, da cui filtrava una luce metallica adamantina.
Mi sembrava di aver dormito per un numero spropositato di ore, eppure non mi riusciva ancora facile svegliarmi.
Uscii all’esterno della casa per guardare il cielo, dal cui colore non riuscivo a intuire neanche approssimativamente che ore fossero, ma dal silenzio che avvolgeva tutto lo spazio capii che doveva essere molto presto, quando vidi mia madre che si aggirava sul pianerottolo del porticato con gli occhi puntati verso il cielo.
– Ero venuta a trovarti – disse, avvicinandosi a me, senza far troppo rumore – Ma mi sembrava dormissi e non volevo disturbarti. Nel frattempo mi sono lasciata rapire da questo insolito cielo –
– L’hai notato anche tu? – le dissi continuando a guardare verso l’alto strizzando le palpebre.
– Se l’ho notato, dici? Ti prego di credere che in tutti questi anni da cui ho i piedi su questa terra ne ho viste di cose strane, ma è la prima volta, giuro, che il sole non si presenta a lavoro! – scandì con la precisione e la lentezza di un drogato che s’impegni a parlare correttamente.
Sembrava sempre drogata, mia madre. Del resto, non sapevo se lo fosse realmente – assumendo psicofarmaci o roba del genere intendo – però, da ché ne avevo memoria, la ricordavo in quel modo, per cui non sono mai riuscita a capire fino a che punto lo fosse realmente. In fin dei conti, non me ne importava più di tanto. Ero andata via di casa all’età di quindici anni e per i dieci successivi non ci eravamo né viste né sentite; volevo emergere dalla discarica umana in cui ero nata per volontà di un dio che, se esisteva, doveva essere un gran simpaticone, oppure uno stronzo a far nascere una bambina tanto carina in un ambiente così squallido, per non parlare di tutte le altre sciagure che accadono su questo sventurato pianeta – che poi, guarda caso, sono sempre i bambini a pagare le colpe degli adulti, perché quando nasciamo siamo tutti potenziali geni, o santi, o eroi e invece qualcuno si diverte, o s’impegna proprio, a far sì che sprofondiamo tutti verso il basso, che più in basso stai e più fai fatica a emergere – e allora io, convinta che fosse la soluzione per salvarmi, decisi di allontanarmi da quell’ambiente che mi tratteneva sul fondale, finché mi resi conto che era piuttosto inutile, giacché la natura di ognuno non può essere cambiata dall’ambiente in cui l’adatti – cioè: non è che un lupo ti diventa vegetariano a farlo crescere nell’orto – e, una volta compreso ciò, ripristinai i rapporti con mia madre, seppure sommariamente, sarebbe a dire concedendole di venirmi a trovare e non chiudendole il telefono in faccia fingendo che avesse sbagliato numero, ammenoché non mi facesse uscire fuori di senno (cosa che le riusciva assai di frequente, considerato, per di più, il mio margine di sopportazione rasente lo zero), però era già un passo in avanti che avevo fatto, quel tanto da permettere a un religioso cattolico di sentirsi apposto con la coscienza, figurarsi a me, che mi bastava molto meno.
A ogni modo, quando mi fece notare che il sole non compariva in nessun punto del cielo, nonostante non fosse nuvoloso, feci fatica a capacitarmene e, pensando di essere ancora ubriaca dalla sera prima, iniziai a rivolgere gli occhi in ogni direzione, finché mi accorsi che, oltretutto, durante il tempo in cui ci eravamo soffermate a parlare, la luce era diventata ancora più fioca.
Mi stropicciai gli occhi e, in un attimo, decisi di accettare quell’anomalia mettendomi a pensare alla giornata che avevo da affrontare. Del resto, accettavo così tante situazioni paradossali che aggiungerne una non mi avrebbe certo sconvolto la vita, così iniziai a cacciare mia madre dicendo che avevo un po’ di faccende da sbrigare e lei mi disse: – Fai ancora quel lavoro? Quello in cui ti fai pagare dagli uomini? –
– Nessun uomo mi ha mai pagato, mamma. Non so di che parli – risposi sconfortata dalla consapevolezza che di lì a poco avrei dovuto cacciarla in malo modo.
– Ti fai mantenere dagli uomini. Non è forse la stessa cosa? – continuò lei nell’evidente tentativo di farmi innervosire.
– Cristo, mamma! Perché vuoi farti odiare a tutti i costi? Da quand’è che t’interessi alla mia vita? Conosci le regole: siamo amiche, parliamo, ma non intrometterti nella mia vita privata –
– Le amiche parlano anche di uomini. Solo di uomini, anzi – sentenziò facendo sparire le pupille dietro le orbite.
Ogni volta che iniziavo a parlare con lei, dimenticavo che era impossibile affrontare un discorso logico, finché non me ne ravvedevo dopo poche battute e iniziavo ad assecondarla raccontando una serie di balle, così le risposi a raffica: – D’accordo. La mia vita sentimentale va benissimo. Ho un uomo che mi ama follemente e che non può vivere senza di me. Anche io non riesco a stare lontano da lui, sai? Mi ha chiesto di sposarlo e credo che lo sposerò se dovessi rimanere incinta, così diventerai nonna, non sei contenta? –
– Be’, certo. Ma un figlio ha bisogno di essere sfamato. Non fa il musicista, lui? Non che io lo conosca, ma non hai mai avuto una gran fantasia nello sceglierti un uomo. Sei passata nei letti di quasi tutti i musicisti della città ormai! –
Rideva. Ciò che mi lasciava sbigottita ogni volta era il fatto che ridesse dopo avermi insultata e, a questo suo atteggiamento, io riuscivo a dare solo due possibili spiegazioni: o credeva che essere amiche, come diceva lei, significasse riempirsi simpaticamente d’insulti, oppure quelle pseudo-droghe che assumeva l’avevano sconnesso dalla realtà.
Io, intanto, continuavo a replicare tatticamente: – Sì, è un musicista, affermato, che può permettersi di mantenere me e un ipotetico figlio. C’è altro? –
– Figurati se non te lo auguro – aggiunse, lei, cambiando improvvisamente umore.
– Bene. Ora, se non ti dispiace, avrei un po’ di cose da fare – la liquidai, io, restando inflessibilmente acida.
– Certo, certo. Ti avevo solo portato un po’ di provviste nel caso in cui ne avessi bisogno – disse porgendomi alcune buste che erano rimaste nascoste per tutto il tempo dietro la sua sagoma.
Aveva queste uscite che mi mettevano completamente a disagio per il modo in cui la trattavo. Aveva tanto da farsi perdonare, ma certo non sarebbero bastate delle provviste.
– Ti ringrazio, mamma, non dovevi disturbarti. Vieni a trovarmi quando vuoi, ma non c’è bisogno che tu faccia questo, d’accordo? –
– Nessun disturbo, Elle. È solo un pensiero da amica – concluse voltandosi, e se ne andò giù per la scaletta del porticato, senza nemmeno darmi la possibilità di salutarla.
Sollevai le buste e rimasi a fissarla mentre si allontanava, scaricando una parte del peso sulle ginocchia.
Ero così stupida da sentirmi in colpa anche con chi era più colpevole di me per gravità o precedenza.
Volsi lo sguardo al cielo e vidi, finalmente, un sorriso rovesciato di luce che spuntava nel buio – diventato notturno nel frattempo – ingrandirsi a vista d’occhio.
– È un’eclissi! – urlai – Mamma, guarda, un’eclissi! – raggiungendola con la voce fin dove era arrivata.
Lei si voltò e si mise a guardare nella direzione in cui indicavo.
Sorrise. Poi se ne andò e spuntò il sole.