Prescrizione del giorno dopo

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A chi, umilmente, crede

che il comunismo (chissà

per quale motivo

mai realizzatosi) sia

la soluzione;

a chi, superbo, spera

nel riscatto nazista

(chissà per quale motivo

mai restauratosi);

a chi impazzisce di ecologia

imponendo la presenza umana

sul pianeta terra;

a chi si duole e mormora,

a chi sconfina e perpetra,

a chi s’inganna

e rifugge nel passato

:

pulirsi gli occhi

con tergicristalli levagiri,

spolverare le memorie arrugginite

e frigide con aliti di brezza

spirituale.

La vita del mondo non è

la vostra vita. Il padre che avete

perso è solo uno dei padri morti.

L’eroe indefesso non cambierà

le sorti. È bello – oh sì che bello –

sentirsi importanti, strutturali,

necessari, determinanti.

Compiacetevi di voi stessi,

del cognome che vi precede,

della stima anticipata.

Ostentate la vostra cultura,

i titoli di cui vi fregiate

fingendo che ve ne fregate.

Provate a guardarvi, invece,

dall’eterno. No, non è un refuso.

Dove siete? Oh, vi siete persi?

Siete quel microbo che si butta giù dal letto

per sgobbare dietro la scrivania?

No, certo che no! Siete quell’altro?

Quello che si finge giovin signore

perché non accetta le regole?

E il ribelle? Sì, il ribelle

è autosufficiente.

Non si può farne a meno.

Uno ha lottato tutta la vita

non per i suoi diritti, certo, ma

per quelli dei posteri. Ammirevole.

L’altro ne ha uccisi a centinaia,

senza scrupoli.

Eppure, si assomigliano. Sì.

Da qui vedo, una certa somiglianza

– nell’aspetto, dico. Un puntino

impercettibile, disperato, in ogni caso.

Che meraviglia, la puerpera:

dona la vita

e poi la salva.

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Poesia del giorno prima

news

Avete rotto il cazzo:

voi

(i marò che hanno scelto di morire come volevano

gli animali bisognosi che non aiuterete mai

le occasioni in cui fingete di divertirvi

gli aforismi estratti da libri che non avete mai letto

i ‘migranti’ che trovano miglior vita in mare

la convinzione che conosociate l’Italiano perché sapete usare i congiuntivi

[ma non la consecutio temporum]

la nouvelle cousine improvvisata

le pratiche orientali che non appartengono alla vostra cultura

le scoperte scientifiche inventate al mattino

le notizie storiche senza accertamenti di fonti

i mafiosi che sono peggiori dello Stato

i funerali dei personaggi famosi che non conoscevate prima che morissero

le pubblicità progresso che vi fanno sentire progrediti rispetto alla scimmia

la legalità imposta

le vicende private criptate pubblicamente

i pensieri intimi da condividere

gli scandali scandalosi

le lamentele sul clima

i ringraziamenti commossi per gli auguri di buon compleanno con un click

l’ecologia esasperata

la Chiesa VS i bambini dell’Africa

le coppie gay da salvaguardare

i tributi ai cantautori italiani

le teorie complottistiche

gli alieni e i fantasmi).

Avete rotto il cazzo:

voi

e l’analfabetismo di ritorno.

Loro

occhinegliocchi

Di loro si disse che si amarono per sempre. E ben oltre.

Che furono bellissimi, piacevoli alla compagnia e stretti, così si dice ancora: che furono stretti come un nodo ben saldo, inestricabile da perderci la vista, o le unghie a tentare di disfarlo e, d’altronde, nessuno avrebbe osato, neanche per invidia, sciogliere quella immagine confortante e piena di vita che rappresentavano passeggiando tra la folla, senza curarsene.

Tuttavia, ci fu chi disse che non esistettero affatto, che furono soltanto una leggenda, frutto del logos popolare che umetta le piazze del paese, o che si manifestarono, sì, ma come proiezione della Perfezione scesa in terra per ammaestrare i deboli di cuore, regalare loro una speranza che se anche nelle loro vite non si produrrà mai, quantomeno è certo che in altri esista, possa esistere.

Io che li conobbi, posso dire che amai il loro amore come una fiaba notturna familiare. E mi sentii amato, da loro, per il tempo che mi concessero, svuotandomi le tasche delle zavorre ed elevandomi al loro volo. Forse, fui soltanto un passatempo per loro, ma ciò che fonda è che mi fecero sentire amato, per una notte, o per sempre. Mi affibbiarono un soprannome, buffo ma altisonante, mi condussero nel loro appartamento e mi ubriacarono con vini e micro-leggende avvincenti. Sull’affievolirsi delle fiamme ombreggianti sul fondo del camino, lei mi toccò la fronte con un pollice, imprimendovi le impronte digitali e lui mi parve agitarsi sul momento ma, appena mi accasciai ai piedi di lei singhiozzando, quello mi venne incontro e, pur rimproverandola con lo sguardo, le leccò la linea verticale del collo teso. Ancora lei, mi vuotò il liquido contenuto in un bicchiere sulla testa e attese. Attendeva che mi sollevassi, non mi abbandonò. E quando mi sollevai, trovandomi di fronte al suo viso, vidi l’espressione più delicata che mi fosse mai capitato di osservare non soltanto in una donna, ma in tutte le opere d’arte di ogni tempo che conoscessi. Non ebbe nessun tipo di contatto con me, se non quello del pollice premuto sulla fronte. Si addormentò sul divano non avendo più pronunciato una parola. Rimasi con lui, che mi accompagnò alla porta pregandomi di non rivolgere lo sguardo sul sonno della donna. Era quasi l’alba e mi ritrovai a camminare in mezzo a una campagna permalosa. Ebbi l’impressione di aver sognato la nottata appena trascorsa, ma di sentirmi meglio, come rigenerato. E quando, il giorno seguente, mi risvegliai nel letto del mio appartamento, la mia vita mi parve un disastro di inutilità, la vita una esperienza meravigliosa.

HENRY FIELDING – Tom Jones

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LIBRO PRIMO

Capitolo primo

Introduzione all’opera, ossia “menu” del festino

Un autore dovrebbe considerarsi, non come un signore che dà un banchetto privato o di beneficenza, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, si sa, chi offre il banchetto sceglie lui i cibi, e anche se sono poco attraenti o affatto sgradevoli al palato dei commensali questi non debbono trovar nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di far mostra d’approvare e lodare tutto quel che viene loro messo dinanzi. Il contrario accade col padrone d’un ristorante. La gente che paga quel che mangia esige d’accontentare il proprio palato per quanto delicato e capriccioso esso sia; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare, insultare e mandare al diavolo, pranzo ed oste senza complimenti. È per questo che un oste onesto e ben intenzionato, per non incorrere nel pericolo d’offendere gli avventori con delusioni di quella specie, presenta il menu, che tutte le persone possono consultare appena entrano nel ristorante, e così, vedendo quel che possono chiedere, ci si fermeranno oppure se ne andranno altrove, dove possan trovare un trattamento di loro gusto.

Poiché noi non sdegnamo di prendere a prestito spirito o saggezza da chiunque ce ne possa fornire, abbiamo condisceso a prendere lo spunto da quei bravi osti, e prefiggiamo al nostro intero banchetto, non soltanto un menu generale, ma anche dei menu particolari per ogni portata che verrà servita in questo e nei prossimi volumi.

La provvista, dunque, che noi qui abbiam fatta, non è altro che la Natura Umana. Sono sicuro che il mio ragionevole lettore, per quanto raffinato nel gusto, non resterà sorpreso, né troverà a ridire né si offenderà perché menziono un solo articolo. La tartaruga, – come il consigliere comunale di Bristol, assai dotto in culinaria, sa per lunga esperienza – contiene, oltre alle deliziose sostanze gelatinose che secerne sotto la sua corazza, molte diverse qualità di cibi: similmente il dotto lettore non lo può ignorare, e, nella umana natura sotto questa singola denominazione generica c’è una varietà così prodigiosa, che un cuoco esaurirà tutte le svariate specie di cibi animali e vegetali prima che un autore possa esaurire un soggetto così vasto.

Forse i piú raffinati faranno l’obbiezione che questo è un piatto troppo comune e volgare poiché, qual altro mai è il soggetto di tutti i romanzi, di tutte le commedie e di tutte le poesie, di cui abbondano le bancarelle? Molti cibi squisiti, lo sappiamo, potrebbero venire sdegnati da un buongustaio epicureo come comuni e volgari perché qualcosa di simile si trova con lo stesso nome nei piú miserabili vicoli; ma il fatto è che la vera natura è difficile a trovarsi negli autori, come il prosciutto di Bayonne o la mortadella di Bologna nelle botteghe.

Ma tutto sta, in fondo – per continuare nella stessa metafora – nella maniera che l’autore ha di cucinare poiché, come dice Pope:

Il vero spirito è la natura presentata nel modo migliore:

Ciò che è stato pensato tanto sovente, ma non mai così bene espresso.

Uno stesso animale, che ha l’onore di fornire certe parti della sua carne alla tavola di un duca, può forse esser degradato in altre parti e alcune sue membra possono essere impiccate, per dir così, di sopra al piú sozzo banco della città. Dov’è dunque la differenza tra il cibo del nobile e quello del facchino, che tutti e due pranzano dello stesso bue o dello stesso vitello, se non nel modo di condirlo, di prepararlo, di guarnirlo e di presentarlo? È così che l’uno provoca ed eccita il piú fiacco appetito, e l’altro fa rivoltare e stanca l’appetito piú acuto e vorace.

In modo analogo, l’eccellenza del divertimento mentale consiste meno nel soggetto che nell’abilità dell’autore nel presentarlo. Il lettore sarà dunque ben lieto di trovare che in quest’opera siamo rimasti assolutamente ligi a uno dei piú alti princípi del miglior cuoco che l’età presente, o magari di quella d’Eliogabalo, abbia prodotti. Questo, grand’uomo, com’è ben noto a tutti gli amanti della cucina squisita, comincia dapprima col metter davanti ai suoi ospiti affamati cose semplici, e poi gradualmente le raffina, a misura che il loro stomaco sembra perdere d’appetito, fino alla quintessenza degli intingoli e delle spezie. Allo stesso modo noi presenteremo la natura umana, da principio, per appagare l’intenso appetito del nostro lettore nella maniera piú semplice e piana come si trova qui nel paese; e poi ne faremo uno stufato e un ragú con tutti i piú fini condimenti francesi e italiani dell’affettazione e del vizio quali ce li offrono le corti e le città. Con questo metodo siamo certi che il nostro lettore desidererà di continuare indefinitamente a leggere – proprio come quel tal grand’uomo riesce probabilmente a far che la gente seguiti a mangiare.

Ma ora, dopo tante premesse, non vogliamo piú trattener dal cibarsi quelli a cui piace il nostro menu, e procediamo senz’altro a servire la prima portata della nostra storia per loro divertimento.

CANZONE AUMENTATA

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Puoi fare a meno

di me,

tu che mi attendi nel sogno

non appena mi volti le spalle

e prosegui per il tuo percorso

tra orientali incensi di notti lascive

cui mi astengo lontana, assente.

Puoi fare a meno

del mio odore acre che conservi nelle narici asciutte quando ti allontani,

del fiato nell’orecchio che rivela dichiarazioni d’amore,

delle gambe accavallate sulle tue,

del suono della risata suscitata,

dei discorsi taciturni autonomi,

della presenza tra la folla in cui ci s’intravede,

della bocca che si muove pur senza parlare,

delle mani fredde e del ventre caldo,

del petto nudo che si aggira per casa,

delle orecchie attente alle inquietudini inviolate,

delle lacrime pari in comunione viziate dagli abbracci,

dei capelli bagnati con cui ti lascio andare,

delle unghie laccate che si fanno ammirare,

della fedeltà del ricordo,

della normalità evitata con cognizione,

della saggezza invocata,

delle lunghe passeggiate senza meta,

delle poesie recitate,

delle poesie inventate,

dell’attesa al mio ritorno,

del tuo ritorno irrefrenabile,

della musica di sottofondo,

delle luci spente quando è ora di andare,

degli occhi vispi a vedersi,

della voce tremula alla confessione spontanea,

dei racconti di giornata con cui concludere il giorno,

delle intuizioni meccaniche che stupiscono,

delle teorie incomplete che violentano la ragione,

delle domande incalzanti che si fanno spazio a gomitate,

delle soluzioni incerte di cui non siamo mai soddisfatti,

dei libri sul tavolo che non saranno mai “nostri”,

degli insegnamenti voluti e di quelli dovuti,

degli scambi occasionali che andrebbero ringraziati,

della stanchezza da colmare con la compagnia del corpo,

della spalla da proteggere facendosi uomo e donna,

dell’ansia da reprimere sincronizzando i respiri,

delle delusioni da confortare chiedendo – Parlami di me –,

del televisore che ci guarda attonito,

dei vestiti che cerco e non trovo perché sono tutti neri,

del nervosismo che fa ridere,

della conclusione inaspettata cui non sappiamo giungere altrimenti,

dei versi tuoi che ti scrivo mentre ti guardo,

dell’incontro fortuito cui è concessa una sosta,

della sosta al bar sotto la pioggia incessante che regala tempo indeterminato,

del nome pronunciato cui segue la persona,

del richiamo quando suona la sveglia e già mi guardi,

dell’ultimo sguardo prima di addormentarsi che non è mai l’ultimo,

delle lezioni da impartire come tesoro consegnato in eredità,

delle voci che si sovrappongono e pur si lasciano parlare,

dei luoghi da raggiungere scalando infiniti gradini,

delle canzoni da cantare quando non si riesce a dormire,

dei calici svuotati con cui riempire le serate,

delle ricerche condivise per un dubbio appena sorto,

delle decisioni affrettate per non sprecare tempo,

del rumore dei passi nella camera accanto,

del rumore dei passi che si avvicinano,

della domenica pomeriggio che è mattino,

del figlio mio che è tuo e ancora è morto e poi lo faremo vivere e avrà il tuo nome,

delle fatiche da incoraggiare con parole vane pur convincenti,

del gatto che si intromette e non ci fa baciare,

delle richieste inespresse già esaudite,

della coppia delle nostre ombre che io invidio,

delle strade sbagliate e di quelle giuste che sono comunque sbagliate,

degli anni che passano senza far più paura,

delle regole che non abbiamo perché siamo liberi di amarci,

dei sogni in cui mi vedi e poi apri gli occhi e mi vedi ancora,

delle pause necessarie,

delle avventure solitarie da raccontare,

delle lettere consegnate a mano,

delle tue partenze estive non festive,

della risposta che conosci già perché avrei fatto la stessa domanda,

dei consigli ragionati come per se stessi,

dei fiori coltivati più belli di me,

del romanzo innovativo che non cominceremo mai a scrivere,

di Dante e Beatrice finalmente uniti nella nostra reincarnazione,

delle tue opere apocrife da curare,

della libreria che si espande senza mai sconfinare,

della chitarra che stona anche quando è accordata,

dei miei romanzi ingialliti che rinnegherò,

dell’immotivata apprensione,

dell’alienante ispirazione,

dell’addio che si realizza ogni volta che ci rivediamo,

del presente in cui si compie il futuro,

delle dediche,

della mezzanotte,

del prato essiccato al sole da innaffiare,

del polso che regge il pugno chiuso,

del ritratto incompleto,

dell’estratto di cielo incorniciato,

dei piedi sulle pareti,

del vincolo di cui ci siamo liberati,

dei coriandoli di stelle fisse,

del braccio addormentato più dell’occhio,

del mio letargo invernale.

Puoi fare a meno

di me,

presupposto essenziale perché cominci a vivere,

tu che continui a esistere senza

di me.

Note su Geologia di un padre, di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli – Geologia di un padre

La Balena Bianca

Magrelli geologia

di Alessandro Montagner

Nel fine settimana dal 17 al 19 ottobre 2014 si è tenuta a Treviso la prima edizione di Carta Carbone, festival letterario dedicato ad “autobiografia & dintorni”, che affiancandosi alle consolidate manifestazioni della vicina Pordenone (il Dedica Festival e PordenoneLegge) conferma una rinascita culturale del capoluogo della Marca dopo vent’anni di desertificazione leghista, come testimoniato già a fine aprile da un International Jazz Day di rilevanza davvero internazionale. I primi passi del neonato festival sono stati fermi e sicuri, sia nella scelta di ospiti di grande livello che nella collaborazione con alcune tra le migliori realtà cittadine, quali la storica libreria Canova, la Biblioteca vivente e il Treviso Comic Book Festival, di cui nel 2013 si è celebrato il decennale. Da segnalare inoltre l’inaugurazione di un concorso letterario, congiuntamente con l’editore Kellerman. Speriamo che il bebè cresca in salute, e che in futuro possa avere dei…

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RAGIONAMENTI DOPPI – anonimo del IV secolo a.C.

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“Ragionamenti doppi intorno al bene e al male sono sostenuti in Grecia da coloro che si occupano di filosofia […] gli uni dicono che altro è il bene, altro è il male; altri invece, che sono la stessa cosa; la quale, per alcuni sarebbe bene, per altri, male; e per lo stesso individuo, sarebbe ora bene, ora male. Quanto a me, io mi metto dal punto di vista di questi ultimi; e ne ricercherò le prove nella vita umana, le cui cure sono il mangiare, il bere e i piaceri sessuali; poichè questi soddisfacimenti per l’ammalato sono un male, ma per chi è sano e ne ha bisogno, un bene. Pertanto, l’abuso di essi è male per gli incontinenti, ma per chi li vende e ci guadagna, è un bene. E così la malattia per i malati è un male, ma per i medici è un bene. E ancora, la morte per chi muore è un male, ma per gl’impresari di pompe funebri e per i becchini è un bene. E che l’agricoltura dia abbondante raccolto, è un bene per gli agricoltori, ma per i commercianti è male. Così pure, che le navi onerarie si scontrino e si sfracassino, per l’armatore è male, ma per i costruttori è bene. E ancora, che il ferro si corroda e si ottunda e si spezzi, è male per gli altri, ma per il fabbro è bene. E che stoviglie si rompano, per gli altri è male, ma per i vasai è bene. E che le scarpe si logorino e si lacerino, per gli altri è male, ma per il calzolaio è bene. E così pure nelle gare ginniche e nelle musicali e belliche; per esempio, nella gara della corsa allo stadio, la vittoria è un bene per chi vince, ma per chi perde è un male.”