Tagged: caffé

La tarantola.

 

tarantola

 

Rocco diceva che l’Alfa 33 rossa sarebbe stata l’ultima auto della sua vita, dopo averne cambiate quindici, dacché si era patentato a diciassette anni e undici mesi. Tutte, rigorosamente, rosse – consapevole che non si sarebbe potuto mai permettere una Ferrari, se non in conseguenza di una ‘grossa vincita al superenalotto’.

La strada era tutta curve e dislivelli – a doppio senso, ma larga appena quanto un’utilitaria con uno sportello aperto – limitata ai lati dai muretti di pietre aguzze delle Murge, oltre i quali si dissolvevano i campi di terra rossa crepata di Luglio.

Cambiava le marce velocemente: pareva stesse partecipando a un rally, ma Emiliana si sentiva sicura al suo fianco, certa della sua esperienza di guidatore, specie lungo quei tragitti che percorreva fin da quando, ragazzino, rubava l’auto al padre compiacente della scaltrezza del figlio.

– Però a me non me la fai guidare ancora – protestava la ragazza, ogni volta che Rocco faceva sfoggio di simili racconti di gioventù.

– Ora sono cambiati, i tempi. Mi devo stare attento pure io su queste strade ché ci passano di tutto ormai: macchine, camion, Cristi e Madonne. E poi tu sei femmina, che c’entri con le macchine? –

Non aveva idea di dove fossero diretti, ma intuiva che si trattasse di una passeggiata domenicale, senza impegno, una di quelle attività che Rocco si obbligava a mantenere costanti da quando la moglie era morta e lui si sentiva responsabile dell’infelicità dei figli. In genere, portava con sé Nicola, il piccolo, mentre Emiliana rimaneva in casa a sbrigare le faccende domestiche perché, poi, quando lui tornava a casa, pretendeva di trovare la tavola apparecchiata e le minestre pronte sui fornelli. Pranzo e cena.

– E che c’ho colpa io che mi è morta la moglie? – puntualizzava sempre – Menomale che abbiamo fatto ’sta figlia femmina, se no che fine dovevo fare! –

Accostò l’auto di fronte a una palazzina intonacata e tirò il freno a mano.

– Aspettami qua, ché mo vengo –

Emiliana stava per contestare l’ordine ma, mentre sporgeva il busto verso il sedile del padre, quello aveva già chiuso lo sportello e si dirigeva verso il portoncino in anticorodal. Infilò le mani congiunte tra le cosce saltellanti e prese a guardarsi attorno. Al piano superiore della palazzina affacciava una porta-finestra priva di balconata. La osservò a lungo, cercando una spiegazione. Non ricordava chi abitasse in quel posto, se suo padre ce l’avesse mai portata. Si sentiva fuori luogo e, in quel momento, le sembrò di perder tempo. Scese dall’auto e si avvicinò al portone per leggere il nome sul campanello: M. Basile. Non le diceva niente. Fece un tettuccio con le mani sugli occhi per spiare attraverso i vetri oscurati: solamente una mezza rampa di scale. Era tentata a entrare, presa dalla noia, ma era certa che suo padre si sarebbe innervosito se lei avesse suonato, pensando che gli stesse mettendo fretta.

– Vieni, vieni signorina. Aspetta che ti apro  –

Una donna sbirciava da dietro le persiane dorate della finestra di pianterreno, ma Emiliana ne vedeva solamente la sagoma. Sentì l’impulso elettrico del portoncino e, seppur titubante, entrò. La donna, frattanto, aveva lasciato socchiusa la porta d’ingresso sul pianerottolo del piano ammezzato in uno spiraglio da cui uscivano gli odori della cucina che si sentono provenire dalle case a mezzogiorno. Emiliana riconobbe la voce del padre che discuteva con un uomo al piano superiore.

– Vieni, vieni ché tuo padre sta parlando ancora –

Il corridoio era largo e profondo, con un pavimento grigio perla splendente di cera a imitazione del marmo; le stanze erano disposte a coppie su entrambi i lati. Tutte le porte aperte.

Emiliana seguì la direzione della voce della donna, che coincideva con la scia degli odori. Si affacciò alla soglia della cucina, mentre quella, ai fornelli, non si girava ancora.

– Vieni, siediti. Lo vuole un caffè? –

– Grazie, non bevo caffè –

Finalmente la donna si voltò.

– Perché? –

Come se avesse sentito un’eresia.

Aveva il volto maculato di viola e le goccioline di sudore le colavano dall’attaccatura dei capelli fino alla punta del naso, come raccolte in un imbuto. Percorse tutto il letto del sudore, a ritroso, con il dorso della mano che infine asciugò sul grembiule con la movenza tipica delle massaie.

– Non si rifiuta mai un caffè. Non te l’ha detto tuo padre? –

– No, veramente lui dice che sono troppo piccola per il caffè –

La donna scoppiò a ridere.

– Tuo padre è un quaquaraquà. Non glielo dire: però lo devi sapere –

Armeggiò un poco vicino al lavabo e poi condusse una tazzina mezza piena di caffè nero alla ragazza. Piattino, cucchiaino e zuccheriera. Sul vassoio.

– Tiè. Alla tua età bevevo caffè come una macchinetta, se no non ce la facevo a stare in piedi una giornata dietro a quella bestia –

Emiliana, impacciata, girò il manico della tazzina verso di sé e immerse il cucchiaino nella montagna di zucchero bianco.

– Aspé! – le si sedette accanto – Non hai mai assaggiato il caffè e tutto ‘sto zucchero ti metti? Provalo prima così –

La ragazza avvicinò la tazzina alle labbra imbarazzate, soffiando.

– È un po’ freddo, l’ho fatto poco fa. Il primo caffè che ti bevi non sarà il migliore della tua vita –

Emiliana sorseggiò brevemente e subito tentò di trattenere un’espressione di disgusto.

– È forte – disse, per non arrecare dispiacere alla signora.

– E certo che è forte, se no non è caffè –

La donna versò una pioggia di zucchero nella tazzina e mescolò velocemente la soluzione in senso orario.

– Prova mo –

Rimase a fissare Emiliana in attesa di un giudizio, con l’espressione immobilizzata come in un fermo immagine.

– Be’? Com’è? –

– Così va meglio. È buono –

– E certo che è buono, se no non è caffè –

La donna sparecchiò all’istante e strofinò con un panno bagnato e poi con uno asciutto la porzione di tavolo che era stata utilizzata. Si rimise a cucinare.

– Se ti vuoi vedere la televisione, sta là il telecomando –

– No, grazie. Vado alla macchina ché l’ho lasciata aperta. E, poi, se mio padre non mi trova là si arrabbia sicuro –

– Non te la tocca nessuno qua la macchina. Vedi un po’, ché non li sento più quei due –

– Grazie per il caffè. Arrivederci allora –

– Ciao, bella. Quando vuoi un caffè, vieni a trovarmi. Non lo diciamo a tuo padre –

Emiliana sorrise forzatamente: non le piaceva mentire al padre e, del resto, non le era piaciuto neanche il caffè.

– Non ti accompagno: la strada la sai. Tirati la porta però –

Dal momento in cui aveva messo piede in casa Basile, non aveva desiderato altro che uscirne.

L’Alfa 33 rossa le ispirò una sensazione di sollievo, come se avesse rivisto un famigliare venutole in soccorso. I finestrini erano rimasti abbassati. Rocco era seduto al posto guida girato verso la campagna. Man mano che si avvicinava, le aumentava la tensione sapendo di dover sopportare i suoi rimproveri. Aggirò l’auto da dietro e, già mentre apriva lo sportello, iniziò a giustificarsi: – Ero dalla signora Basile, mi ha fatto entrare –

Si sedette composta, guardando dritto davanti a sé, ma subito le parve strano che il padre non avesse ancora proferito parola. Si voltò a guardarlo: la faccia era ricoperta di sangue denso, la fronte spaccata sul sopracciglio sinistro lasciava intravedere l’ossatura del cranio sporgente, digrignava i denti in un ghigno di terrore.

 

Emiliana si svegliò di colpo. A pochi centimetri dalla sua vista, la parete grossolanamente stuccata adiacente il letto. Una tarantola vi si stava arrampicando di fretta. Allontanò il capo dal muro e la vide ripercorrere lo stesso tratto. Si avvicinò ancora e non la vide più. Per tre volte la tarantola ricomparve quando focalizzava da più vicino, riproducendo la stessa dinamica. Solamente quando sollevò il busto sui gomiti, si rese conto che non c’era nessuna tarantola. Scrollò la testa. Controllò l’orario: le 9.12. Ebbe premura di verificare che suo padre fosse in casa. Si diresse verso la camera da letto: russava, le gambe a forbice aperta. S’incamminò verso la cucina. Nicola stava guardando la tv, la tazza del latte tra le mani e i piedi nudi penzolanti lungo la sedia che non toccavano il pavimento.

– Ché ti sei svegliato già? Non mi potevi aspettare? –

Il bambino rimase ipnotizzato allo schermo.

– Allontanati ché stai troppo vicino. Perché non mi hai svegliato? Non mi potevi aspettare?-

Strizzò gli occhi per sentire meglio la tv.

– Sto parlando con te: guardami e rispondi! –

– Sì, sì! – la guardò un istante, per accontentarla.

 

A mezzogiorno Rocco convocò i figli per uscire.

– Papà, ma devo cucinare! –

– E sì, ci facciamo giusto un giro, per svariare un po’ –

Entrarono in macchina: Nicola al centro del sedile posteriore, si era portato appresso due combattenti da far sfidare; Emiliana si era messa la gonna bianca di pizzo sangallo e stava seduta a gambe strette accanto al padre. Non aveva ancora l’aspetto di una donna: era una linea lunga e dritta, ma avvertiva già un senso di pudore nel mostrare il corpo.

– Mica si può stare sempre seppelliti in casa – puntualizzò Rocco.

C’erano quasi 30°, l’aria entrava dai finestrini a velocità dell’auto simulando una parvenza di vento. Fecero un lungo giro, costeggiando vigne, trulli e chiesette. Tacevano. Rocco parcheggiò in prossimità di un’abitazione.

– Aspettatemi qua, ché mo vengo –

A quelle parole, Emiliana fu percorsa da un brivido di terrore e subito le venne in mente il sogno della notte precedente.

– No, aspetta pa’! – le venne istintivamente di bloccarlo.

– Ch’è? –

– Non andare, aspetta –

– Ma che è? Faccio subito, ho detto! –

– Veniamo pure noi – era già scesa dall’auto e faceva segno con la mano a Nicola di seguirla.

La casa, chiaramente, non era la stessa del sogno, ma Emiliana avvertiva una sensazione di ansia che la spingeva a non separarsi dal padre.

La sera precedente avevano litigato.

Dacché Emilia era morta, in casa si respirava un clima di tensione perenne e la suscettibilità di tutti era cresciuta precocemente. Le attenzioni maggiori, però, erano rivolte a Nicola, nel timore che una simile perdita potesse deviarlo nella crescita. Emiliana aveva da subito iniziato a fargli da mamma, senza che alcuno glielo avesse suggerito. Aveva sviluppato un senso di responsabilità eccessivo per una sedicenne e neanche ricordava più cosa volesse dire avere i desideri delle sue coetanee. Era come se si fosse ritrovata ad avere un figlio senza passare per la gravidanza, l’allattamento, il matrimonio. Era regredita di anni di storia, divenuta una donna di casa degli anni ’50. Non frequentava più nessuno, solamente a scuola entrava in contatto con ragazzi con cui neanche si trovava a suo agio. Se ne stava in disparte, attenta durante le lezioni, ma non eccellente negli studi, ai quali le rimaneva poco tempo da dedicare. Amava suo padre in qualità di figlia, ma il loro rapporto era mutato ormai in una perversa congiunzione coniugale fatta di liti, rimproveri e frustrazioni. Era stata Emilia il solo collante della famiglia, giacché la famiglia è il luogo in cui si concentra e si sfoga la repulsione e l’avversità per la propria specie e solamente laddove esiste una figura in grado di convertire il legame di sangue in amore può realizzarsi una serena convivenza. Emilia aveva amato tutti in diverso modo: Emiliana perché era la continuazione e la rinascita della sua femminilità, Nicola perché era l’uomo da modellare a proprio piacimento, Rocco per fedeltà alla legge sacra del matrimonio. Era tramite Emilia che i componenti della famiglia si erano relazionati tra loro. Li aveva ascoltati, accuditi, coccolati. Allieva naturale degli atteggiamenti materni, Emiliana tentava di mantenere costanti gli equilibri della famiglia, ma era ancora troppo acerba per giostrare le redini di un simile sistema e caratterialmente non funzionale a quel ruolo.

La sera in cui aveva litigato con suo padre, si era messa a letto molto presto, con la faccia affogata nel cuscino ad assorbire il rumore delle lacrime, ma non era riuscita ad addormentarsi per via dell’agitazione che la dominava. La facevano star male, le liti. Non aveva fatto altro che chiedere ‘scusa’ mentre il padre la riempiva di insulti, sperando che un simile atteggiamento avrebbe frenato la sua ira. Invece, ciò di cui necessitava Rocco, era proprio lo sfogo verbale di tutta la rabbia accumulata per la vita ingiusta che gli era capitata. Emiliana non poteva ancora comprendere tale dissidio e si colpevolizzava per ogni diverbio che non riusciva a evitare. Nonostante tutto, l’idea di poter perdere suo padre, sottrarre un ulteriore componente al nucleo famigliare che le si sfaldava tra le braccia, la terrorizzava.

 

Mentre Rocco, noncurante delle richieste della figlia, era già arrivato davanti al portone, Emiliana metteva fretta al fratello che ancora esitava a scendere dall’auto.

– E non vedi che ha detto di no?! –

– Te lo sto dicendo io: cammina! –

– No! –

– Vedi che ti lascio qua. Io entro –

Il portone era aperto. Spiò dentro, guardò le finestre in alto e fece segno di via libera a Nicola che era rimasto in macchina, ma non le aveva tolto gli occhi di dosso per assicurarsi di non restare solo. Infine, si era rassegnato a raggiungerla.

– Ma che dobbiamo fare qua? – bisbigliò il bambino.

– Dobbiamo aspettare papà. Siediti e gioca. In silenzio –

– Ma non lo possiamo aspettare in macchina? –

– Non t’impicciare. Che ti cambia? Gioca! –

Mentre Nicola faceva combattere i due guerrieri sui gradini delle scale, Emiliana si era messa a sedere su un muretto davanti al contatore della luce. Le mani congiunte infilate tra le cosce saltellanti. Fissava il muro laterale tendendo l’orecchio in direzione dell’appartamento.

 

Nel campo visivo che ricopriva una porzione di muro, apparve una tarantola in scalata. Emiliana smise di far saltellare le gambe. Avvicinò lo sguardo al muro per guardarlo meglio: la tarantola continuava a salire. Tirò indietro il capo per verificare se si riproducesse il fenomeno avvenuto qualche ora prima: la tarantola continuava a salire. Esisteva, in una coincidenza spazio-temporale tra il sogno e la realtà. Senza distogliere lo sguardo dalla parete, Emilana allungò il braccio, a una lentezza da moviola, verso Nicola: gli afferrò il polso, lo tirò a sé e se lo strinse forte al petto.

Advertisements