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La stirpe

 

naso

 

Quando mia nonna paterna morì io ero sul punto di diventare un uomo e la sua improvvisa scomparsa accelerò i tempi dell’inevitabile passaggio. Fino a che avesse continuato a rendermi spettatore dei suoi racconti in bianco e nero non avrei potuto oltrepassare la soglia.

Mi aveva raccontato che al paese d’origine aveva offerto il suo latte a infanti malnutriti, le cui madri portavano mammelle rinsecchite da cui non ne usciva una goccia buona e timidi capezzoli su cui le loro nonne non avevano inciso “la croce”, quando erano nate.

Ero ancora un ragazzo, quando mia nonna morì e, per la prima volta, mi sentii estraneo alla mia famiglia.

Qualche giorno prima ero andato a trovarla: mi ero appollaiato sulla sedia accanto al letto in cui riposava, il comodino colmo di libri e oggetti religiosi, la luce fioca del lumino che le sbatteva in faccia rimbalzando sulle spesse lenti degli occhiali che le ingigantivano gli pupille, celesti come la pace.

Non ho mai osato contraddire le sue credenze, come invece ero solito fare con tutti; mi lasciavo, anzi, affascinare dalle sue enunciazioni religiose perché trasudavano passione, in lei. Non ho mai osato neppure confessarle il mio ateismo, credendo di arrecare un dolore troppo grande al suo cuore intriso di Spirito Santo. Tuttavia, una volta, come avesse intuito, mi rivelò: «Quando una persona perde la Fede non la ritrova più» e quelle dieci parole continuano a risuonarmi nelle orecchie come un’eco infinita.

Il giorno in cui andai a trovarla, mi domandò: «Ti ricordi quando mi hai chiesto di dormire con me?»

«Lo ricordo bene», risposi io con le buone maniere con cui mio padre mi aveva nutrito. «In questi giorni ho ancora scuola, ma durante le vacanze di Natale verrò a stare un po’ da te».

E lei, coprendo il dispiacere con il garbo, per non arrecarmene altrettanto: «Mi sa che non ti posso accontentare».

Rimanemmo in silenzio per un tempo indefinito, non quantificabile, forse il tempo si fermò mentre incrociavamo i nostri sguardi umidi, forse ci dicemmo più cose di quante non ce ne fossimo mai detti prima, in quegli attimi di silenzio. Sperai che mio padre mi chiamasse dall’altra stanza, che squillasse il telefono, che crollasse il soffitto dritto sulla mia testa. Come si fa a sapere di morire da qui a poco e non urlare di paura? Inghiottii semplicemente e, sfilando la mia mano dalle sue, ossee, tornai ai miei studi. Stavo studiando, per il compito in classe di Latino, Lucrezio e l’ideologia epicurea; niente di più appropriato alla mia concezione di vita: otium, ritiro, condanna del successo, dell’ambizione e della gloria, ateismo, visione dell’universo infinito e pluralità dei mondi, amore che mira al solo soddisfacimento dell’appetito fisico. Devo ammettere, a posteriori, che quel De rerum natura ha influito molto sulla mia formazione personale, acuendo quei principi che già spontaneamente andavano profilando la mia forma mentis. Ogni verso che leggevo era interrotto da uno corrispondente di dolore di mia nonna. Era straziante starmene lì seduto a leggere sapendo che qualcuno aveva bisogno di me.

«Torna a studiare», mi intimava mio padre con amarezza ogni volta che mi trovava in camera della nonna.

Si era trasferito lì da quando erano peggiorate le condizioni di salute di lei e i rapporti tra lui e mia madre si erano aggravati.

Mia madre viveva nel letto da un numero di anni di cui ormai avevo perso il conto. Ci viveva già prima della separazione per cui io era abituato a rispondere, a chi mi domandasse le sue condizioni di salute: «Sta dormendo. O forse è morta». Provavano imbarazzo, le persone che ricevevano questa risposta; mio padre stesso, smetteva di parlare, ogni volta. In realtà, per lui non doveva fare molta differenza che stesse dormendo o fosse morta; neanche se fosse stata bene, credo, gli sarebbe interessato considerato che, le ultime volte che avevano avuto un contatto verbale, si erano augurati la morte a vicenda. Il loro modo di odiarsi è stato il modello sentimentale con cui sono cresciuto, per cui non si lamenti, oggi, chi mi percepisce cattivo.

Si aggirava nel salone, con le orecchie lacerate dai lamenti della nonna, di fronte ai quali era ridotto a impotenza, a sorvegliarmi affinché tenessi lo sguardo perennemente puntato sul libro, ripetendomi in continuazione: «Se non studi non sarai mai libero». Era un accademico, un militare dello studio e, in quanto tale, non ammetteva forme di vita che non fossero gli studiosi.

Dentro la mia testa, però, non può entrarci nessuno e questo è sempre stato il mio unico conforto: poteva costringermi a fissare il libro – che, certo, prima o poi avrei letto (faceva bene a crederlo) – ma la mia mente era libera di divagare quanto volevo; meglio ancora, nessuno avrebbe osato distrarmi dall’apparenza dello studio.

Quella sera, preparai l’ultima cena di mia nonna: le imboccai il brodo vegetale, ma lei non riuscì a ingerirne più di qualche cucchiaio e si addormentò molto presto. Quando esalò l’ultimo respiro, io mi trovavo a scuola, o meglio, avrei dovuto trovarmi a scuola. Mio padre venne a prelevarmi in anticipo, con il cappello appuntito e i guanti di pelle marroni. Salì fino in classe, intimorendo i guardiani che avevano cercato di impedirglielo: «Sono il professor Pacifico» e tirò dritto. Interruppe la lezione di greco implorando perdono e giustificando la causa. Quando la professoressa gli notificò la mia assenza, sentenziò che, probabilmente, dovevo aver avuto un presentimento. Più tardi, venne a sapere che mi assentavo da scuola ormai da quattro giorni. Sapeva dove cercarmi, lui che per tanto tempo aveva avuto a che fare con gli studenti, e infatti mi trovò al bar sotto scuola, seduto da solo a un tavolino, a leggere un libro. Ogni volta che marinavo la scuola mi auguravo che crollasse l’edificio o che si verificasse una qualche strage per potermi vantare della mia azione salvifica. Bussò dietro la vetrata del bar facendomi cenno di uscire, un grande ombrello nero aperto appena sopra la testa. Non mi spaventai che mi avesse scoperto, mi sentivo pienamente responsabile delle mie azioni, avrei saputo spiegare che a scuola mi annoiavo, che preferivo leggere le mie letture, ma non ebbi motivo di farlo, dal momento che non me lo domandò.

«Perché sei venuto a prendermi?», azzardai lecitamente quando eravamo già in macchina e lui rispose con freddezza: «La nonna è morta», continuando a fissare la strada, i guanti di pelle che scivolavano sul volante, su cui le dita picchiettavano nervosamente.

Davanti casa c’erano molte auto parcheggiate nel giardino, e nel salone tutta la stirpe paterna. Chiacchieravano. Alcuni, si spargevano le lacrime su tutto il volto strofinandoci sopra i fazzoletti che abbondavano sul tavolo di marmo nero; altri, che non si vedevano probabilmente dall’ultimo funerale di famiglia, parlottavano delle vicende lavorative. Ogni tanto, emettevano qualche risolino e si abbracciavano affettuosamente.

Nessuno si accorse del mio arrivo perché, quando entrai in casa, mi diressi dritto in camera della nonna: mi avvicinai al letto e le diedi un bacio sulle labbra, chiuse come mai le avevo viste.

Indossava gli abiti che probabilmente conservava già da tempo per il grande evento, ma le stavano più grandi di almeno due misure, poiché non aveva progettato di rimpicciolirsi quando li aveva acquistati: la camicia bianca con i riccetti sul petto, abbottonata fino al collo dava l’impressione che fosse quella a non farla respirare; la gonna nera lunga fin sotto il ginocchio, le calze scure e le scarpe alla francese; e il velo, il velo nero che le copriva la testa come una madonnina di cera.

Sbottonai il collo della camicia. Mi misi in ginocchio accanto al letto, poggiando la testa accanto al suo corpo fermo, sperando che da un momento all’altro potesse risvegliarsi da un qualche errore biologico.

Il mattino seguente mi costrinsero a uscire dalla stanza perché erano arrivati gli operai della sepoltura. Li guardai con disprezzo e intimidazione, perché sarebbero stati loro a portarla via.

Mi aggiravo nel salone con l’atteggiamento evidente di chi non vuol essere disturbato e mi rifugiai dietro gli scaffali della libreria in legno all’ingresso, alti fino al soffitto. Trovo che leggere i titoli dei libri impilati sia un ottimo esercizio di introspezione. Mentre facevo scorrere disordinatamente lo sguardo sui titoli verticali, fino a farmi venire il torcicollo, sfilando di tanto in tanto qualche volume per leggerne la sinossi, lanciavo lo sguardo oltre le file di libri per osservare i miei parenti e fu in quel momento che riconobbi la mia estraneità alla famiglia: tutti, nessuno escluso, avevano grandi nasi aquilini scoscesi sulle labbra: alcuni si assomigliavano di più, altri non li avresti mai definiti parenti, ma tutti erano accomunati dall’imponenza dei loro nasi arguti.

Mi voltai verso la parete che era ricoperta da uno specchio incastonato nel muro, e, avvicinandomi notevolmente alla superficie, presi a osservarmi il volto da tutte le angolazioni, tastandomi insistentemente il naso, per riconoscermi. Ho un naso così normale che risulta difficile anche da descrivere.