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Prima di morire.

 

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Prima di morire vorrei dire una cosa. Sarà una cosa un po’ lunga, ci impiegherò più o meno tutta la vita che mi rimane per dirla, ma voglio farlo

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questo è un mondo di grande accoglienza, non posso negarlo. E, del resto, se mento, ve ne accorgerete. Proprio voi, che vi state godendo la vostra lettura per caso o per necessità. Voi, fortunati, che avete trovato un momento per fermarvi a leggere. A voi, dico: questo mondo vi si addice. Non trovo difficoltà ad ammetterlo. Siete esattamente la specie congenita al globo, la linfa della natura, l’ingranaggio inesauribile. Senza di voi, nulla avrebbe significato. Perciò vi dedico questo testamento; ve lo consegno.

 

Prima di nascere, ero felice.

Vivevo in una dimensione perfetta, aderente alla mia essenza. Sognavo di non nascere mai. Poi, arrivò il giorno. Mia madre si dimenava nel letto, perché io mi ritraevo dalla luce. Mi sentivo ricoperto di una bava filamentosa e bollente. Mi costrinse a uscire: accettai solamente al fine di non arrecarle troppo dolore. Eravamo soli, nella camera da letto. Io e mia madre. Scoppiò in un pianto liberatorio, la seguii nel lamento, ma per motivi opposti. Quando si addormentò, iniziai a guardarmi attorno e, nel momento in cui smisi di piangere, capii di essere un uomo. Un essere umano, intendo. Non per la schiena eretta, i pollici opponibili, l’assenza di peluria quanto per il dolore che in un attimo mi si accumulò all’interno del corpo, laddove nessuno avrebbe mai guardato, quasi a custodirsi. Più tardi, mi accorsi che questo fa di un uomo, un uomo.

Si nasce adulti o si muore bambini. In qualunque caso, si resta uguali dall’inizio alla fine.

È per questo motivo che, ogni anno, nasco di nuovo. Mi avvolgo, come un baco, in un fuso di lenzuola cosparse di gel per capelli. Nudo, completamente depilato. Porta e finestra sigillate, una lampada a faretto puntata dritto davanti a me. Mi addormento con i tappi nelle orecchie e aspetto di svegliarmi. Il risveglio è una forzatura pari alla venuta al mondo: uno stato di estasi da cui si è costretti a uscire. Chiuso a riccio, nel silenzio della camera, inizio a percepire l’udito. La luce filtra anche oltre le palpebre. Mi strofino sulla gelatina, accorgendomi di essere intrappolato in una trama. Il rituale ha inizio. La mia nascita si rinnova per mezzo dell’allontanamento dal piacere. Nasco finalmente solo. Mi addormento in compagnia di me stesso. E non invecchio.

Il dolore della nascita me lo sono sempre portato appresso come un’ombra. Non sono gli eventi a iniettarlo nella muscolatura della vita. Lo riconosco ogni mattina, negli occhi specchiati.

Se mio padre non fosse morto, se mia madre avesse amato davvero me, se l’unica donna che ho considerato degna di essere amata non si fosse suicidata sarei ugualmente qui a dirvi le stesse cose. Il racconto sarebbe un altro; la mia esistenza, la stessa.

 

Stanotte ho sognato mio padre. È un sogno-ricordo, non so se ve ne capitano di simili. Ed è ricorrente. Nel mio sogno-ricordo mio padre si sta radendo la barba davanti alla specchiera del bagno. È alto, irraggiungibile, il petto nudo magrissimo, i capelli bagnati pettinati all’indietro. Quando il bambino si affaccia alla soglia della porta, lui si sta spennellando le guance con la schiuma bianca. Stira la pelle allungando il collo da una parte e tirando con la mano da quella opposta. Il bambino resta incastonato nella fessura della porta socchiusa, per non farsi notare. Mio padre sa bene che sto lì a guardarlo. Posa il pennello di cinghiale sul bordo del lavandino e impugna la lama. Prima di usarla, mi rivolge uno sguardo attraverso lo specchio. Il bambino sorride imbarazzato aggiustandosi le mutandine. Mi sento piccolo. Microscopico. Dopo aver affettato la prima dose di schiuma, sbattuta la lama per tre volte sulla ceramica, si volta a guardarmi e, puntualmente, sono costretto a svegliarmi dall’assenza del suo volto. Non ho un ricordo nitido di mio padre: l’unico suo sguardo che io abbia memorizzato è quello impresso nella specchiera del bagno. Ogni mattina lo ritrovo nello stesso specchio e cerco nella fessura della porta un bambino da riscattare.

 

Prima di dormire, mia madre mi prendeva la faccia tra le mani e l’avvicinava infinitamente alla sua. Mi guardava nettamente negli occhi fino a farmi dolorare le pupille, spalancandomi le palpebre con i pollici. “Armando” diceva “Armando esci!”

Qualche volta mi sudavano gli occhi e io scuotevo la testa per liberarmi della presa.

Lei si scusava abbracciandomi fortissimo e io la tranquillizzavo che gli occhi mi bruciavano perché li avevo tenuti troppo tempo spalancati.

Mia madre la chiamavano Mammarella. Mi spiegava che il motivo era che non avevo più il padre. Ho sempre associato quel soprannome alla parola mammella perché, effettivamente, mia madre aveva seni prorompenti da non potersi nascondere. E, se pure li avesse nascosti, io li conoscevo bene perché la notte dormivamo nudi nel letto matrimoniale. Quando mi abbracciava fortissimo mi sembrava di tornare dentro di lei e desideravo che non smettesse mai. Sapevo che piaceva agli uomini, fin da piccolissimo. All’uscita da scuola la trovavo attorniata da una cinta di uomini che cercavano di farla ridere e quando le arrivavo vicino, con il muso imbronciato dal fastidio, dovevo evitare le gare di pizzicotti di quelli ad accaparrarsi la mia simpatia. Se ne approfittavano perché non aveva un marito che li prendesse a pugni e io speravo di crescere presto per onorare mio padre.

Non ho un ricordo dei miei genitori assieme. Le labbra di mia madre le ho viste baciare solamente le mie. Aveva le labbra più scure che abbia mai visto. Come quelle di una negra, però su un viso bianchissimo. Io, invece, sarei identico a mio padre, a suo dire.

Quand’ero già un ragazzo adulto, mi baciava appassionatamente chiamandomi Armando. Sulla bocca. Mi infilava le dita tra i capelli tirandomeli verso dietro e diceva: “Ma perché non ti fai ‘sta barba?”  e con ciò intendeva dirmi di assomigliare di più a mio padre.

 

Quello che ho da dire, però, non riguarda la mia vita privata. Ma sarò costretto a raccontarne alcuni stralci, affinché possiate comprendere certe cose. Perché avete bisogno di storie per convincervi. Perché: se una storia non ha una storia, allora non é una storia. Infatti, non vorrebbe essere questo, il mio racconto. È solamente il racconto di un uomo che ha capito quello che vi sfugge e ve lo comunica elegantemente.

Sono riuscito a evitare il suicidio per tutta la vita. Come se fosse una lotta perenne tra la vita e la morte. Ne ho sempre avuto un desiderio fortissimo. Qualcuno nasce con un rifiuto totale per la vita e impiega tutta la sua esistenza a tentare di superare questo dissidio, senza risultati. Anche se, infine, muore di morte naturale, avrà vissuto in dipendenza dalla morte. Posso affermarlo oggi, proprio oggi che, se mi guardo indietro, se mi guardo allo specchio, sono deluso dalla mia accettazione. Un suicida nato è vincente se mette in pratica la propria attitudine. Un suicida, non deve trovare il coraggio di uccidersi, ma di vivere. Per dare un senso alla sua esistenza, deve annullare la propria vita prima che sia compiuta. Mia madre era contraria al suicidio. Per via di mio padre, chiaramente. Sosteneva che fosse un atto da vili. Avevamo visioni diverse.

 

Io sono riuscito a capirla, Eleonora. Era una buona poetessa, discendente da una famiglia mediamente normale, con i genitori che litigano ma alla fine non si ammazzano, una affitto pagato con difficoltà, il piatto sempre a tavola pur con l’essenziale nel frigorifero, la macchina sì, non sempre provvista di benzina, i soldi per le sigarette quotidiane assicurati. Eppure, Eleonora, se anche avesse avuto più di tutto ciò che le è mancato, avrebbe fatto la stessa fine. Non posso attribuirmi colpe. Ho amato solamente lei. Ho provato amore per lei. Forse, non gliel’ho dimostrato come avrebbe voluto. Ma so bene che il motivo del suo gesto non è dipeso dal nostro rapporto. Anzi: eravamo, tutto sommato, una coppia affiatata, ben assortita. Entrambi afflitti dallo stesso dolore della nascita. Quando ci siamo conosciuti, ce lo siamo letti negli occhi. Forse, non ci siamo innamorati di noi, ma abbiamo trovato conforto nell’identità del dolore. Quando due persone sofferenti si uniscono, difficilmente riusciranno a scomputarsi vicendevolmente il peso delle loro coscienze. Al contrario: si scambieranno il dolore in un atto di generosità inversa senza, in questo modo, ottenere risultati congrui. Io, il dolore di Eleonora, me lo sono preso tutto. L’ho unito al mio pensando che tanto non avrebbe potuto arrecarmi maggiori difficoltà. Ho le spalle larghe, io. Viceversa, lei, non deve aver retto il peso della somma. No. Eleonora, era per di più gelosa del suo dolore e non ne era per nulla sopraffatta. Per quello che sono riuscito a capire, posso affermare che, addirittura, lei lo amasse. E, per questo motivo, credo non sopportasse l’idea che gli altri non lo comprendessero; che qualcuno, per aiutarla, cercasse di farglielo stornare. Eleonora, voleva vivere con il suo dolore e desiderava che gli altri lo accettassero e lo apprezzassero come lei già faceva. Sono stato l’unico ad averla capita. E lei mi amava solamente per questo. C’è davvero da interrogarsi sull’amore, anche alla mia veneranda età. Eleonora, mi ha amato perché l’ho capita. Mia madre, perché le ricordavo suo marito. Io, non mi sono mai sentito amato da nessuno. Ma ho provato un amore smisurato per queste due donne, al punto da sentirmi defraudato dall’assenza della loro corrispondenza.

 

Ci trovavamo a una di quelle riunioni di artisti, in casa di uno di loro. Come di consueto, si parlava di tutto fuorché di arte. Non che lo ritenessi necessario, era già sufficiente che ci trovassimo tutti assieme in sinergia. Però, quel giorno in particolare, mi premeva leggere l’introduzione al mio saggio su ‘L’arte della tecnica’. Eravamo una ventina di persone chiuse nella piccola sala da pranzo con le pareti di mattoni rossi. Parlavano tutti contemporaneamente. Venti voci sovrapposte. Gruppi di due, tre, una persona. Ognuno sfogava le proprie parole. Eleonora, se ne stava seduta in disparate; io, con i fogli tra le mani in attesa che l’attenzione riuscisse a focalizzarsi su di me. Avevamo appena trent’anni. Io avevo grandi ambizioni. A casa, Eleonora stava sempre a scrivere. Nello studio, ma anche in cucina, a letto, in bagno non faceva altro che riempire fogli di versi spezzati che si inseguivano freneticamente. Non la disturbavo mai, sapevo quanto fosse importante per lei, però la pregavo di leggerne, qualche volta, durante qualcuna delle nostre riunioni. Non aveva alcuna intenzione di leggere un’opera incompiuta. Temevo di sovrastarla con la mia sicumera. Quel giorno, i fogli mi tremavano tra le dita come infreddoliti dalla mia improvvisa insicurezza. Li sfogliavo, rileggendoli, e poi gettavo uno sguardo su di lei. Stava in disparte, con le gambe accavallate e il busto piegato sopra. Il corpo non si riusciva a intuire sotto il largo abito nero. Eravamo gli unici a non parlare. La vidi coprirsi le orecchie con le mani, come se non sopportasse tutto quel chiacchierio. Neanch’io riuscivo a tollerarlo. Quando si alzò per andare in bagno, riuscii a prendere la parola in un attimo di tregua.

– Vorrei coinvolgervi nel mio nuovo lavoro. S’intitola: L’arte della tecnica –

Tutti iniziarono a esprimere pareri e opinioni sull’argomento, finché non li zittii.

– È solo un incipit, ma vorrei un vostro coinvolgimento reale. Vorrei che ci fosse anche Eleonora, però  –

In realtà, ero più che altro preoccupato per la sua prolungata assenza e dovetti andare a chiamarla dal bagno per farla rientrare. Non rispose subito al mio richiamo; aprì la porta lentamente dopo un po’ e mi fece entrare, tornando a sedersi sul water con le gambe rannicchiate al petto.

– Che succede? Sto per leggere il mio saggio, vieni? –

– Non li sopporto. Non sopporto le voci. Non posso stare in compagnia –

– È solo una riunione. Se vuoi, la prossima la facciamo da noi –

– Ma che avranno di così importante da dirsi? Non possono trasferire in arte le parole, così come dovrebbero? –

– Lo fanno, Ele, lo facciamo tutti. Però, ogni, tanto, è giusto anche condividere i propri pensieri –

– Condividere? Ma se ognuno parla per sé! –

– Hai ragione. Però, ormai che ci troviamo qui, diamo un senso alla nostra presenza. Che dici? Vieni ad ascoltare la mia Arte delle tecnica –

Nel frattempo, tutti avevano ripreso a parlare a gran voce. Entrai nella stanza accompagnando Eleonora per mano. Era evidentemente frastornata. Attirai l’attenzione spostando rumorosamente le sedie e ponendo la mia al centro della sala.

– Leggo: “Sembrerà un paradosso ma la tecnica è un’arte, non foss’altro per il fatto che l’arte è passione ed ‘essere appassionati’ in latino si dice ‘studere’.

Esiste, però, in sé, un’arte della tecnica che imposta quest’ultima come oggetto della creazione artistica. Errato sarebbe ricercarvi, al di fuori, un valore trovandosi, la creazione, in tal caso, in una posizione subordinata rispetto al principio di applicazione. È l’arte ad affinarsi attraverso la pratica della tecnica, se si considera la sua mutevolezza nel tempo in rapporto all’oggetto. La tecnica si realizza nella sua manifestazione artistica nel momento in cui assume un carattere personalizzato e univoco. Che l’arte possa esistere anche al di là della tecnica è un luogo comune antiestetico. Inconcepibile rispetto a chi intendesse volontariamente dimostrarlo, falso per chi producesse una propria tecnica che sarà stata dedotta da altre già esistenti. L’impulso alla tecnica non è un rischio di negazione dell’arte, tutt’altro dev’essere letto come una possibilità di ampliamento degli orizzonti a partire da un punto di vista delimitato, puntuale e costante. E il confinamento, al contrario, è una proclamazione d’identità.”  –

Tutti presero a esprimere la propria opinione sull’argomento. Eleonora, era irrequieta. Non seguiva le discussioni. Si mangiucchiava le unghie e fissava il pavimento. Mi guardò, senza che io me ne accorsi. Tirò fuori una lama e si incise un solco verticale sul polso sinistro. Il sangue iniziò a colare sul lungo abito nero. Rimase con il polso prono fissando la cascata rossa che le colava sul piede. Adele, la pittrice onirica che le stava seduta davanti, avvertì il fluido raggiungerle il tallone e, tastandolo, si accorse del sangue. Voltatasi, scoppiò a urlare. Eleonora, era impassibile, più bianca del solito, le occhiaie in netto contrasto con l’incarnato. Non guardava nient’altro che il sangue colante.  – Lasciatemi stare – pronunciò con voce flebile – Non vedete che sto creando? –

Mi lanciai su di lei non sapendo se, muovendola, avrei peggiorato la situazione.

– Armando, diglielo tu –

Non so per quale motivo mi chiamò Armando in quell’occasione. Sta di fatto che riprodusse identicamente la morte di mia madre che invocava il nome del marito anziché il mio.

A me non interessa granché di tutte queste cose. Non ho bisogno di essere il punto di riferimento di qualcuno. Anzi, sono sempre fuggito da questa responsabilità. Però, Eleonora, non aveva nessun motivo di chiamarmi Armando e questo non sono mai riuscito a spiegarmelo. Io la apprezzo per il coraggio che avuto. A farlo in quel modo, pubblicamente, come un’esibizione irripetibile. Quel suo gesto mi ha fatto sentire inferiore a lei, alle sue capacità e, forse, il suo intento era proprio dimostrare a tutti il coraggio della sua scelta. Se avessi avuto il tempo di comunicarglielo, se mi avesse dichiarato per tempo le sue intenzioni, non l’avrei distolta dal farlo, le avrei consigliato una situazione di maggiore impatto visivo. In una piazza, su un palcoscenico, nel tram. Questa sua eccessiva intimità è ciò che più mi ha fatto soffrire. Il fatto che non abbia condiviso la sua decisione con me. Non sono sicuro che fosse premeditata per quella sera. Però, quando l’ho raggiunta in bagno, avrebbe potuto dirmi qualcosa in più, avrei dovuto insistere meno. Spero che non sia dipeso dalla mia concentrazione sul saggio. Sono sicuro che non sia dipeso da quello. Eleonora, era una donna che non amava stare al centro dell’attenzione. Ci si trovava per natura. Ho sempre pensato che prima o poi si sarebbe suicidata. Me lo aspettavo. Ma, ero convinto che lo avrebbe fatto in totale intimità. Perciò temevo per lei quando rimaneva sola, quando si chiudeva nello studio o nel bagno. Rimanevo tutto il tempo con l’orecchio teso, senza intervenire. Invece, la solitudine, a Eleonora, serviva solamente per scrivere. Qualche volta, si chiudeva in macchina, se ci trovavamo fuori casa. Ha lasciato un’opera immane da sistemare.  È stata la prima cosa a cui mi sono dedicato in seguito al funerale. Sua madre non ha mai voluto vedermi; sosteneva che si fosse suicidata a causa mia. Sua madre, non ha mai conosciuto Eleonora. Progettava il suo suicidio fin dalla nascita, come me. Ma il momento esatto del suicidio non è mai premeditato. Si realizza nell’istante in cui si è superato il limite di vita consentito. Può avvenire ovunque. Nel caso di Eleonora, si è realizzato come un’opera d’arte. Nessuno, che non sia affetto dalla stessa ambizione, può comprendere la difficoltà a vivere di un suicida nato. Ogni giorno che passa è un fallimento in più rispetto alla propria missione. Dicevo, a mia madre, che il vero egoista non è chi si suicida, ma chi resta a soffrire per la perdita della persona in questione. La morte volontaria di mio padre, ho sempre cercato di assumerla come simbolo eroico della sua realizzazione. Mi sfuggono le sue motivazioni, ma non possono essere tanto lontane da quelle di Eleonora. Dalle mie.